venerdì 7 agosto 2026

Consigli di Lettura: a cena col dinosauro.

Ci sono storie che sembrano fatte apposta per diventare film. Un gruppo di eccentrici dotti di epoca vittoriana che cenano abbondantemente in una esclusiva festa di capodanno dentro il simulacro (sbagliato) di un Iguanodonte, in vista di una sontuosa esposizione internazionale atta a celebrare l'apogeo culturale e tecnologico dell'Impero Britannico è senza dubbio una di quelle.

Sembra assurdo, ma Paleontologia e Geologia, due discipline scientifiche che si sono rivelate dirompenti nel rovesciare dogmi che sembravano inscalfibili, sono nate da un gruppo molto ristretto ed elitario di pomposi professori, eccentrici medici, reverendi e qualche figura eroica fuori dagli schemi e soprattutto dalle elites. E molto spesso questi figuri non volevano affatto mettere in discussione i dogmi religiosi su cui si fondavano le convinzioni su età della Terra, comparsa della vita, ruolo dell'Uomo, anzi cercarono pervicacemente di utilizzare l'osservazione razionale per confortare tali verità e quando le evidenze dispettose del record geologico mettevano in crisi le loro perfette speculazioni cercavano con tutte le forze spiegazioni che ne conciliassero il senso con il loro rispetto per la perfezione della Creazione.  Una cena di capodanno in un modello di Iguanodon pronto per l'esposizione al Crystal Palace volle sancire la convinzione di aver conseguito il traguardo di riuscire a tenere unite sacre scritture e spiegazione della storia della Terra. L'Evoluzione, solo vagheggiata era un'eresia ignominiosa, sebbene molti fatti cominciassero a far capolino. Persino i dinosauri trovarono il loro posto nel creato. Fu il più riluttante dei rivoluzionari a far crollare tutto questo, raccontandoci che il cambiamento fa parte della Vita su questo pianeta, che ha avuto una storia lunghissima e che per accadere non ha bisogno di nessuna spiegazione trascendentale. Quell'uomo pacifico che scatenò un putiferio si chiamava Charles Darwin.

A cena col dinosauro, racconta l'epopea della nascita della Paleontologia, attraverso molti dei suoi protagonisti e le loro storie, spesso bizzarre, spesso tragiche, incontreremo la mai adeguatamente ricordata Mary Shelley, lo sfortunato Mantell, il facondo Buckland, l'epico Cuvier, quello spietato di Owen e molti altri. Un libro che ci porta a riflettere sul senso profondo dell'Uomo nella storia della vita e del percorso fatto per comprenderlo, con una leggerezza e una profondità che rendono la lettura un vero momento di piacere.


domenica 12 luglio 2026

Impallinare la razionalità

Nei mesi scorsi abbiamo rilanciato tutti gli appelli e le iniziative per la difesa dell'indipendenza e autonomia delle istituzioni scientifiche nel nostro paese. Temevamo che anche qui ci fosse un effetto emulazione del Trumpismo con tutti gli sconquassi che sta creando alla credibilità e funzionali del sistema tecnico scientifico americano. In realtà questo pericolo in Italia non nasce da oggi, ai tempi dei giallo verdi ci fu il tentativo di mettere un fedele al governo all'ISTAT, per poter indirizzare l'ente statistico, e poi si ebbe anche il caso della nomina alla direzione dell'Agenzia Spaziale Italiana. Purtroppo il tentativo della politica di appropriarsi delle Istituzioni Scientifiche non viene mene, e in questo l'appetito della destra è tuttaltro che soddisfatto. Di recente vi è il tema della nomina del direttore di ISPRA, l'Istituto Superiore per la Ricerca e l'Ambiente, dove sembra che si voglia emulare il modello Trump sull'EPA (l'Ente America per la Protezione dell'Ambiente) e che ha portato la mobilitazione di un
folto gruppo di associazioni scientifiche, accademici e opinione pubblica (1). 
Oggi vi è il tema delle modifiche alla legge 157/92 previste dal disegno di legge 1552 – noto come DDL caccia – approvato al Senato, che ora passerà in discussione alla Camera (2), il DDL comporta tra le altre  cose, l'aumento delle aree in cui sarà possibile cacciare. L'oca selvatica, il colombaccio e il piccione di città diventano specie cacciabili. Le finestre temporali dedicate all'attività venatoria si allargano, includendo anche le stagioni riproduttive e migratorie. Il problema di questa norma è che nasce senza alcun consulto con le Istituzioni Scientifiche di settore e gli studiosi, ma risponde alle mere logiche di una delle lobby particolarmente attiva tra le forze di governo. Diventa palese e accettato che si possano umiliare i dati oggettivi in favore di esigenze di parte, anche quando basate su interessi di parte. O su posizioni ideologiche (ci si è già passati in altri campi per esempio OGM e Biologico).
Altra criticità sono le nomine al CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria), che il Governo vuole utilizzare per sistemare propri esponenti che hanno nella fedeltà e militanza i loro principali meriti in luogo delle competenze necessarie al ruolo, anche qui si sta avendo una mobilitazione di esperti e associazioni, tra tutti ricordiamo la sempre eroica senatrice Cattaneo.
In questi giorni poi abbiamo avuto il caso della Naturopata, esperta in medicina quantica, assunta in un Ospedale Pubblico, assunzione stoppata solo dal fatto che la questione è diventata di dominio pubblico e giustamente stigmatizzata e il caso delle terapie a base di reiki, denunciate nientemeno che dall'associazione degli esorcisti (!) sì avete capito bene, prima che dall'Ordine dei Medici. Qui si è distinta come sempre per chiarezza e prontezza nel raccontare l'anomalia di questi eventi la sempre fiera Beatrice Mautino.
Perché è un problema se succedono queste cose? Nel caso medico perché si sprecano soldi pubblici in terapie che ben che vadano non hanno alcune effetto, ma fanno perdere tempo utile al paziente che vi viene sottoposto anziché usare le vere terapie. Nel caso dell'agricoltura perché ci fanno inseguire dottrine che sovente comportano sprechi di denaro, tempo e territorio e fanno perdere competitività al settore e mettono a rischio intere filiere. Più in generale non solo si buttano soldi pubblici, si fanno scappare interi gruppi di ricerca, si perdono risorse preziose, ma soprattutto si generano le condizioni per essere esposti ai rischi di un approccio incompetente e irrazionale, inadatto ad affrontare sia le innovazioni che le emergenze.

1) https://www.scienzainrete.it/lettera-aperta-ispra

2) https://www.raiplaysound.it/audio/2026/06/Radio3-Scienza-del-29062026-c78a13ec-b05c-46be-b60f-7ee1ead87a9f.html

3) https://www.scienzainrete.it/articolo/crea-rischia-grave-perdita-di-autorevolezza-scientifica/2026-07-10

Gli (in)utili anniversari

Quest'anno ricorrono diversi anniversari di eventi calamitosi di varia tipologia. Abbiamo i 50 anni del terremoto del Friuli (1), gli altrettanti del disastro di Seveso (2,3), che anno pessimo fu il 1976, i 40 anni di Chernobyl (4) e a novembre avremo i 60 anni della grande alluvione del 1966. Tutti eventi catastrofici, alcuni con cause naturali come il terremoto del Friuli e la grande alluvione, gli altri legati ad attività ed errori umani.
Da tutti questi si sono apprese lezioni, emanate leggi, scaturiti cambiamenti. Il terremoto del Friuli che arrivò dopo i disastri della grande alluvione e del Vajont portò alla nascita definitiva del sistema di Protezione Civile sotto la guida del mitico prof. Zamberletti, fu un cambiamento importante che portò a dotarsi di un modello sempre pronto alle emergenze. Si intensificarono le leggi sul monitoraggio dei rischi del territorio e sugli strumenti di prevenzione. Anche da Seveso e Chernobyl scaturirono norme a livello internazionale per la gestione dei siti industriali complessi e nucleari che ebbero impatto rilevantissimo sulla sicurezza globale. 
La celebrazione di questi anniversari, col tempo, rischia di diventare sempre più una vuota commemorazione, ricca di retorica, condita con la proliferazione di documentari o fiction, ma poco meno.
Dovrebbero in realtà servire a mantenere viva nella società quell'estrema consapevolezza che si generò ogni volta in cui si ebbero tali accadimenti, sui temi della sicurezza, della salute, dell'ambiente e sulla necessità di determinati comportanti e procedimenti. Troppo spesso oggi, queste questioni sono vissute con fastidio e noia anche dal grosso dell'opinione pubblica e sono oggetto di becera strumentalizzazione da parte di forze politiche o sociali di varia natura.
E' fondamentale in tal senso che la comunità tecnico scientifica, professionale  e le Istituzioni sappiano rendere queste occasioni di nuovo momento di riflessione diffusa e di analisi se sia possibile migliorare ancora sui temi che questi disastri pongono in tema di prevenzione, educazione, innovazione, preparazione.
Per far si davvero che si possa dire di aver capito.



1) https://ilbolive.unipd.it/it/tags/terremoto-friuli
2) https://www.scienzainrete.it/articolo/seveso-nube-bosco-e-leredit%C3%A0-di-disastro/luca-carra/2026-07-08?utm_source=substack&utm_medium=email
3) https://www.raiplaysound.it/audio/2026/07/Radio3-Scienza-del-10072026-01960dfc-3924-44ec-b10e-b6bb93832955.html
4) https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/percorsi-ritornare-chernobyl-40-anni-dopo

sabato 10 gennaio 2026

Green Wars pt.3: Mal d'Africa

In questi tempi, lo abbiamo visto la geopolitica torna, almeno che si sia smesso almeno per un po', a giocarsi anche con i conflitti armati, sia vecchio stile con missili, carri armati, elicotteri etc, che con innovazioni quali droni, attacchi informatici e via di seguito. Le risorse e le rotte  commerciali sono ancora l'oggetto del desiderio e lo saranno sempre più, come il sempre caro vecchio idrocarburo. Il caso Groenlandia, di cui abbiamo già parlato e sempre d'attualità e paradigmatico. Siamo tornati in un mondo che vorrebbe essere spartito con logiche di Potenza.

Altra zona di frizione, non solo tettonica in questo caso, è il continente africano, da sempre oggetto dello cupidigia delle potenze imperialiste, affamate delle sue ricchezze. 

Se fino a qualche tempo fa erano i terreni agricoli africani a far gola alle multinazionali estere - con preponderanza delle cinesi - oggi sono tornate di nuovo centrali le risorse del sottosuolo. Come sappiamo le commodities tra le più ricercate al giorno d'oggi sono gli elementi del gruppo delle Terre Rare, l'Africa non era ritenuta particolarmente significativa in tal senso, ma comunque molto importante per altri metalli critici, quali il Cobalto per esempio. In realtà anche nelle terre rare sembra che vi siano nuovi sviluppi. Numerose sono, infatti, le attività cinesi di prospezione o comunque di ricognizione rispetto le risorse già note e una valutazione sulla stima di quelle potenziali. Il processo fa parte della strategia del dragone per non perdere la sua indiscussa preminenza nel controllo di tali elementi. Secondo uno studio cinese sono stimate in 196,46 x 104 le riserve note e in 1.014,4 x 104 le risorse potenziali, distribuite in 12 paesi, tutti della zona subsahariana, divisi in depositi di diversa natura geologica, da formazioni costitute da sistemi di rocce intrusive, a complessi metamorfici a depositi sedimentari.

Di queste ricchezze i paesi africani in realtà non godono il giusto ritorno e questo ha spinto diversi paesi ad operazioni di nazionalizzazione delle compagnie minerarie con conseguenti conteziosi legali, instabilità dei prezzi per taluni minerali e crisi politiche anche profonde.  Tutto ciò rende più difficile gli investimenti in Africa, con ulteriore frustrazione delle legittime aspirazioni dei governi locali. Esemplare è il caso del Congo, principale produttore mondiale di Cobalto, minerale fondamentale per le principali tecnologie, che, tentando di riprendere il controllo delle proprie risorse, la cui estrazione ha un costo ambientale e in termini di vite umane dei  lavoratori impiegati - spesso bambini - assai elevato, che ha dovuto patire un crollo del prezzo, in parte determinato dalle strategie delle compagnie estromesse dalla gestione dei siti minerari.

La debolezza africana sta anche nella carenza di infrastrutture che rende difficile insediare le fasi successive della filiera estrattiva, ossia la fusione e lavorazione, cosa che consentirebbe davvero uno sviluppo delle economie locali, ma ciò è anche ostacolato dagli opposti interessi delle compagnie estere, specie cinesi che devono, invece, far fronte alla propria sovracapacità di lavorazione.

Altri paesi africani, fondamentali per altri minerali, si pensi al Niger con l'Uranio, o il Ghana con Oro hanno tentato di riprendere il controllo nella gestione, trovandosi a scontrarsi con accordi capestro, specie con le compagnie USA, oggi ancora più avvezze a tali metodi, visto l'aperto sostegno a tali metodi da parte dell'amministrazione Trump. E' probabile che dopo il caso Maduro, gli USA applicheranno ulteriori e più stringenti pressioni sui già traballanti governi africani.

L'Africa è ricca di idrocarburi a nord del Sahara e in Nigeria, carburanti della "vecchia" industrializzazione, ma non ne trae grande benessere, così come accade con i minerali critici per l'high e green tech della nuova economia. Anzi ne ricava solo gli aspetti negativi, l'elevato impatto ambientale e i costi sociali, di più, paga anche le conseguenze del cambiamento climatico antropico, che sta generando un peggioramento della situazione per il continente con ulteriori carestie e difficoltà di accesso all'acqua, unito a eventi calamitosi sempre più frequenti e pesanti. Questo a sua volta provoca l'instabilità e la migrazione delle popolazioni, spesso attratte dalla vecchia Europa che non sa affrontare la questione oscillando tra marginalizzazione e respingimenti. 

Si può cambiare tutto ciò? Con accordi equi partenariati paritari, di cui i primi promotori dovrebbero essere Medio Oriente ed Europa. Strada su cui oggi si viaggia in ordine sparso e con passo troppo insicuro.

Cobalto del Congo, nuovo terreno di scontro tra Stati Uniti e Cina

Africa occidentale: “nazionalismo delle risorse” all’opera

domenica 19 ottobre 2025

Consigli di Lettura: VERTIGINE

Ci sono libri che hanno il pregio di arrivare al momento giusto nella vita di una persona o nella fase storica in cui sono più necessari. VERTIGINE di Beatrice Mautino è, secondo me, uno di questi, il tempismo nel dibattito pubblico del nostro paese è, direi, perfetto. Sì è vero, lo ammetto preventivamente, a me la Mautino piace da matto e starei ore ad ascoltarla, prometto, però, che nella mia disamina del testo sarò serio e saprò anche fare le necessarie e perentorie critiche. 

Vertigine è un viaggio che l'autrice di fa fare, partendo da una fase delicata della sua vita, per capire come si possa riuscire ad avere fiducia nella Scienza, anche nel momento in cui sarebbe più comodo o semplice altro. Si racconta il delicato rapporto tra la speranza che si cerca e rincorre, soprattutto quando ci si confronta con la malattia ed il rigore che la Scienza deve mantenere. La necessità di speranza può farci deviare, vacillare rispetto alla razionalità a farci cercare vie alternative, che si travestono da Scienza, ma in realtà sono illusioni, se non peggio ovvero veri e propri inganni. Chiunque può finire in queste trappole, poiché siamo esseri umani con le nostre fragilità, l'autrice stessa, ci racconta come sia capitato proprio a lei, e come abbia saputo accorgersene, trarre una lezione ed esplorare proprio questa questione, per trovare quegli elementi utili a tutti, al fine di sapere come orientarsi in determinati frangenti.

Per farlo, Vertigine ripercorre alcune tappe della nostra storia recente, quelle grandi illusioni e mistificazioni che furono i casi Di Bella e Stamina, che seppero catalizzare e condizionare l'opinione pubblica del paese, forzando persino le istituzioni a scelte tutt'altro che oggettive e mettendo in cattiva luce le istituzioni scientifiche, mediche in particolare ufficiali, gettando i semi per quel senso di sfiducia oggi così malcelatamente diffuso.  Si attraversa poi l'epopea della fecondazione assistita, dagli inizi così accidentati, ma a cui oggi si devono milioni di vite, i calvari dei malati di tumori e malattie rare che spesso di devono scontrare con la durezza dei numeri che rendono non solo onerosissime le ricerche, ma anche le cure stesse e soprattutto la possibilità di disporre di un numero di casi compatibili con le necessità della sperimentazione. Si affronta poi una delle tendenze mainstream degli ultimi anni - onore al merito alla Mautino per la temerarietà - l'Osteopatia, ripercorrendo le origini teoriche della "disciplina" spesso sconosciute ai suoi medesimi praticanti e raccontando i tentativi di darsi un contegno da Scienza Medica. Vista l'agitazione che ha suscitato nel mondo degli osteopati è indubbio che ci abbia colto piuttosto bene. 

L'autrice - abbiamo già detto quanto ci piace la Mautino? - evidenzia l'importanza della comunicazione e dell'empatia da parte degli operatori della Scienza, Medica in questo caso specifico, per ricostruire il rapporto fiduciario con la collettività, e di come ciò non costituisca uno svilimento del ruolo, ma anzi, sia un appiglio formidabile per non far finire tra le braccia dei venditori di illusioni. Ecco perché si ricorda il meritorio ruolo delle associazioni dei malati, che non solo sostengono economicamente spesso le ricerche, ma soprattutto creano una rete di supporto emotivo e spesso anche materiale per i pazienti stessi, con storie che troverete nel libro, davvero profonde. Emerge la necessità che vi sia un Sistema Sanitario Nazionale, che sia solido ed efficiente, parte fondamentale per garantire un duraturo rapporto di fiducia della società verso la Scienza Medica e le sue istituzioni.

Avevo promesso anche delle dure critiche e non mi tiro indietro. Eccole:

- il libro finisce subito. Lo stile della Mautino è così scorrevole che te lo fa letteralmente volare.

- le note sono a fine libro, personalmente mi innervosisce fare su e giù tra le pagine.

Vabbè... si capisce che mi è piaciuto. Leggetelo e regalatelo.


p.s. Quanto è brava la Mautino

domenica 21 settembre 2025

Green Wars pt.2: Groenlandia dreaming

Le aree polari sono al centro della questione climatica. Il riscaldamento globale ne sta provocando la rapida trasformazione, mettendone repentinamente in crisi gli ecosistemi. Lo scioglimento dei ghiacci sta determinando un progressivo innalzamento globale del livello dei mari con conseguenze pesantissime per tutte le aree costiere mondiali. Lo scongelamento del permafrost – il suolo ghiacciato delle aree polari e circum polari – comporterà una massiccia liberazione di gas – metano in particolare – che potenzieranno l’effetto serra, accelerando ulteriormente il riscaldamento climatico. Le terre, oggi celate dai ghiacci, contengono risorse e potenzialità che fanno gola a molti potentati economici e Stati1. Alla fine anche il cambiamento climatico fa business.

Paradossalmente potrebbero diventare disponibili risorse che servono alle tecnologie green che dovrebbero essere funzionali alla transizione energetica verso uno sviluppo meno climalterante. Sembra una gigantesca opera di Escher in chiave ambientale.

La più grande isola del mondo, la Groenlandia di Erik il rosso è al centro della corsa all’Artico2. Anche questa è una terra geologicamente molto antica, oggi molto stabile, ma frutto di collisioni titaniche, intense attività vulcaniche, fratture e saldature, ci sono rocce più vecchie di 3 miliardi di anni3. Sostanzialmente la Groenlandia è costituita da tra placche che si sono saldate oltre 2 miliardi di anni fa e che si sono trovate coinvolte nei processi di scontro e separazione con lo scudo canadese da una parte e la Laurasia dall’altro, in parte è stata coinvolta nelle vicende che hanno portato alla formazione dello scudo ucraino, ci sono stati diversi processi di orogenesi e di distensione, l’ultimo si è concluso dell’Oligocene, circa 45 milioni di anni fa. Il connubio di fenomeni vulcanici e metamorfici determina le peculiarità litologiche, che rendono oggi la Groenlandia così desiderabile. Vi sono, infatti, riserve accertate di Uranio, Torio, ma soprattutto terre rare e petrolio4,5.

L’amministrazione Trump che sta cercando di affrancare gli USA da ogni possibile dipendenza cinese sui minerali strategici vuole sfruttare la situazione6. La Groenlandia è un boccone prelibato sia per le sue risorse che per il controllo delle rotte artiche, averla rafforzerebbe gli Stati Uniti del gruppo dei paesi che si spartiscono il controllo del polo. Qui, però, diversamente dal caso ucraino dove il governo statunitense usa, a mo’ di ricatto, il sostegno contro l’invasione russa, per costringere Kiev a cedere le proprie risorse, per cercare di portarsi a casa l’isola gli americani stanno facendo pressioni sulla comunità locale, ingerendo nella politica interna e facendo sfoggio muscolare paventando interventi militari al fine di mettere in sicurezza la Groenlandia da possibili mire moscovite e pechinesi. Oggi la terra di Erik il Rosso, pur godendo di ampia autonomia e in procinto di raggiungere piena indipendenza è sotto amministrazione danese, in particolare per la politica estera. Copenaghen ovviamente risulta particolarmente irritata dall’atteggiamento statunitense e lo è anche l’UE che ha avviato da qualche tempo diverse iniziative di cooperazione con l’isola su questioni che vanno dalle politiche energetiche ad appunto quelle minerarie.  Per il momento i groenlandesi non sembrano apprezzare, anzi, gli approcci di Washington, ma visti i tempi non si possono escludere iniziative che sembravano impensabili fino a ieri.

Per altro le risorse così ambite, potrebbero in realtà non essere così magnifiche.  La steenstrupina, il minerale che contiene le terre rare, presente in Groenlandia, è piuttosto complesso, con composizione variabile, il che rende arduo standardizzare un processo efficiente di raffinazione, che per altro risulta ambientalmente molto impattante e costoso, tanto da non aver finora prodotto particolari iniziative minerarie in materia.  Questo, però, dipende dal fatto che finora il controllo dell’autorità locale sulla questione è stato diretto e forte e ovviamente i groenlandesi hanno nella tutela del loro territorio una fortissima preoccupazione.  Se l’isola diventasse satellite, protettorato o parte integrante degli USA potrebbero diventare altri i parametri di giudizio, con forte rischio che non sarebbero del tutto ponderati e razionali, opzione non improbabile visto come ragiona l’establishment trumpiano.

L’UE deve necessariamente rafforzare la cooperazione con Copenaghen e la Groenlandia, favorirne il processo di autodeterminazione, contrastare le ingerenze USA e tentare di creare un fronte comune col Canada che abbia nella cooperazione diplomatico-economica anche delle risorse strategiche una forte intesa e che porti ad un’alleanza in grado di presidiare quello che è uno dei “punti caldi” del pianeta nella sfida alla sostenibilità ambientale, l’Artico, trincea dove sono destinarsi a fronteggiarsi modelli di sviluppo contrastanti, ma anche, a quanto pare la democrazia con l’autocrazia.


1) Artico: geopolitica di una partita a due

3) La storia geologia della Groenlandia e la sua importanza economica e strategica

4) Groenlandia: minerali e petrolio

5) La Groenlandia e le riserve di terre rare

lunedì 1 settembre 2025

Green Wars pt.1: l'Ucraina è servita

immagine tratta da: il Domani

Da sempre l’Umanità ha combattuto guerre per garantirsi il controllo delle risorse, fossero terre fertili, rotte commerciali, accesso all’acqua, oro o, più di recente idrocarburi e metalli preziosi. La conformazione geologica di un luogo poteva (e può) farne la prosperità dei suoi abitanti (e governanti), ma anche l’oggetto della cupidigia dei vicini. Valeva ieri, e vale anche oggi ai tempi della transizione energetica.

Chi sperava che il mondo della green economy fosse pacifico, deve fare i conti con l’amara realtà. Molte delle guerre che oggi piagano il mondo, al netto di disegni imperialisti, strategie di sopravvivenza di regimi in discredito e qualche turba religiosa, hanno ancora il loro verso motivo nel controllo delle risorse. Lo è anche il caso ucraino.

Se è vero che il conflitto nasce dalla volontà di Putin di riaffermare il ruolo di potenza della Russia e la sua primazia sui territori della defunta URSS, allontanando gli avvicinamenti a UE e NATO per circondarsi di stati vassalli, è anche vero che la bramosia per i territori contesi e il desiderio di rendere l’Ucraina un proprio satellite non son affatto slegati dalle ricchezze naturali che si celano nel suo sottosuolo1. Non sono infatti ne la presunta solidarietà alle popolazioni russofone, o la riaffermazione di una identità panslava che hanno messo in modo le divisioni corazzate ex sovietiche e nemmeno lo spettro della NATO ai confini della madre Russia, ma più prosaicamente quello che l’Ucraina ha da offrire. L’asservimento del paese non è riuscito con i soliti mezzi, ossia campagne di disinformazione a mezzo social – che invece tanto funzionano a casa nostra – per veicolare consenso alle quinte colonne che si annidano del paese, e perciò Mosca ha dovuta usare metodi più spicci, ma purtroppo, mai del tutto demodé.

La conformazione geologica da tempi molto lontani. Lo “scudo ucraino” fa parte del così detto Cratone Centrale dell’Europa dell’Est – EEC2. Tale porzione di crosta terrestre è formata da tre placche più antiche saldatesi tra loro: SARMATIA (che comprende il territorio ucraino), VOLGO-URALI (parte del Caucaso e Russia fino agli Urali) e BALTIA (parte della Fenno-Scandinavia). Queste placche sono derivate dalla disgregazione della Rodinia supercontinente prima di Pangea, formatosi circa 900milioni di anni fa e disgregatosi in vario modo nei seguenti 250 milioni di anni. In pieno Precambriano, quando la Terra è tumultuosa e inospitale. Le placche saldatesi in Rodinia si originano ben 2,5 miliardi di anni fa, quando la Terra era un ribollire di roccia fusa, collisioni e gas mefitici. Le rocce sono per lo più granitiche e basaltiche, figlie di eruzioni terrestri e marine, dovute alle risalite di materiale caldo dal mantello e successivamente trasformate (metamorfosate) nel susseguirsi di eventi vulcanici e collisioni titaniche che hanno formato montagne cancellate dal tempo3. Questa complessa e antica vicenda geologica determina la presenza di certi minerali nel sottosuolo ucraino e l’assenza di strutture tettoniche attive, il che rende l’area molto stabile. Geologicamente parlando, meno geopoliticamente a quanto pare. Qui troviamo una grande abbondanza di metalli strategici per le tecnologie green, ma anche per quella militare e per altri settori. L’Ucraina è tra i primi 10 paesi del mondo per produzione di Titanio, sesto per il Ferro, settimo per Manganese, vanta rilevanti giacimenti di Grafite, Gallio, Gas Neon, Uranio e Zirconio4, quest’ultimo particolarmente fondamentale per le tecnologie nucleari. Ci sono poi buone risorse di Gas Naturale.

L’UE aveva già individuato nell’Ucraina un partner fondamentale nelle sue politiche per affrancarsi dalla dipendenza cinese per molti dei minerali strategici5. La Cina, infatti, ha costruito una vera primazia globale sia nel controllo delle risorse minerarie principali su molti metalli chiave per le nuove tecnologie e sulle terre rare, non che sulle fasi di raffinazione, e questo le da un forte vantaggio sull’occidente6. Pechino e Mosca guardano con interesse a Kiev per la stessa ragione, per consolidare il loro controllo su queste filiere e non è una caso se nei territori ucraini occupati dai Russi via siano siti o infrastrutture minerarie già avviate.

Anche gli USA necessitano di garantirsi un approvvigionamento sicuro sui minerali che citati prima, proprio per evitare spiacevoli dipendenze dalla Cina, che per Washington è ormai un competitor globale. La becera amministrazione Trump non ha esitato a ricattare Kiev in cambio del supporto contro Mosca  chiedendo come merce di scambio proprio una “partnership strategica” sulla gestione delle risorse minerarie ucraine7.

Forse queste cose si facevano anche in passato, anzi sicuramente, ma almeno c’era un po’ di pudore rispetto all’opinione pubblica. Fatto sta che di questa corsa al controllo delle risorse, una volta era il petrolio, oggi metalli e terre rare, ne pagano il prezzo le migliaia di soldati mandati al fronte come carne da cannone, gli sfollati e gli uccisi dagli attacchi su obbiettivi civili – operati dai russi senza particolari remore. Tutto questo avviene col civile occidente e la cara Europa ora complici, ora imbelli, ora ignavi, ora incapaci. Viene dura poter credere davvero che simili soggetti possano garantire pace e sicurezza all’Ucraina8.

Sembra che non vi sia nessuno interessato davvero a far terminare l’orrore di questo conflitto, ma solo tropi in attesa di lucrarne sugli effetti.

6) L'oro di Pechino che tutti vogliono

7) Terre di Conquista

8) Quali ‘garanzie’ per l’Ucraina? 


martedì 29 luglio 2025

Piero è vivo e lotta con noi. La Meraviglia del Tutto

I libri, spesso, sanno arrivare al momento giusto nelle nostre vite. E' da un po' di tempo, forse complice l'avanzare degli anni e l'inevitabile accettazione, seppur controvoglia, della consapevolezza di avere ormai alle spalle gli anni della vera giovinezza e di non poter più godere delle tolleranze che si lasciano alla gioventù, che mi trovo a riflettere su questioni come la morte, il senso dell'esistenza, il trascendente, la mia "eredità" spiritual intellettuale, il ricordo, il futuro, le prospettive dei miei figli. 

Il mio progressivo, sempre più fatalista, realismo mi porta verso una prospettiva infelice. Temo che non esista un altrove dove incontrare di nuovo i miei cari, temo di non aver speso adeguatamente il mio tempo. Mi girano per la testa anche tempi meno personali, per esempio, sappiamo che tra qualche miliardo di anni il nostro pianeta sarà spazzato via dall'esplosione che porterà il nostro amato Sole a diventare una Supernova, la nostra specie per allora si sarà estinta o sarà evoluta in qualche altra forma, in ogni caso, che fine faranno tutte le conoscenze che abbiamo e avremo acquisito, tutte le nostre storie? Torneranno tutte nel buio cosmico? Probabilmente il mio essere Geologo  mi complica la vita in queste faccende, perché tendiamo a guardare al passato più profondo ed interrogarci sul futuro più remoto.

Ed ecco che ti spunta il libro proprio giusto per una fase di riflessione simile e non poteva che essere dell'uomo che ti ha ispirato e fatto amare la Scienza sin da piccolo e che ti ha portato a studiare Geologia: Piero Angela. Nel suo ultimo libro postumo, una raccolta dei suoi pensieri in una lunga conversazione con uno dei suoi allievi, Massimo Polidoro, con cui ha dato anche vita al CICAP, il Comitato per il Controllo delle Affermazioni delle Pseudo scienze. Attività quanto mai meritoria in questo tempo di fregnacce dilaganti.

"La Meraviglia del Tutto" è un viaggio nelle riflessioni del grande Piero, maturate nel corso di una vita spesa a imparare, esplorare, raccontare, si parla molto di Scienza, ovviamente, ma anche di democrazia, politica, impegno, religione, spazio, vita e famiglia, futuro e giovani. Non nasconde un certo timore proprio per il futuro e i giovani nel suo ragionare. Infatti anche Angela non può che rilevare la grande irrazionalità che imperversa nel nostro tempo, l'ignoranza e la paura che questo genera, le disuguaglianze e i conflitti che ne derivano. Il grande timore è che si limiti la libertà della Scienza, ma soprattutto che se ne abbandoni il metodo (ci ricorda qualcosa di attuale?), riducendo le speranze di miglioramento per i giovani. Giovani che sono il vero tarlo per Piero, a cui si rivolge praticamente per tutto il libro, invitandoli ad appassionarsi alla Scienza, vera chiave per capire il nostro essere e costruire prospettive migliori. Per questo nel libro si ragiona molto di istruzione e scuola. La scuola non deve riempire di nozioni, ma insegnare a collegare le nozioni, per sviluppare il pensiero logico, il ragionamento argomentato e il dialogo costruttivo, veri antidoti al pregiudizio, alla prevaricazione , all'irrazionale. E' necessario che l'insegnate sappia stimolare l'attenzione dello studente, così come lo deve fare il bravo divulgatore: "ludendo docere", un motto che viene richiamato spesso da Piero Angela, divertire, anche mentre si spiegano questioni complesse, non vuol dire sminuire i contenuti o se stessi, perché uno dei motivi per cui la Scienza è diventata estranea alla società si deve anche ad un approccio alla comunicazione troppo chiuso e complesso, derivato da una concezione un po' elitaria del ruolo dell'Accademia. Si deve anche a questo la diffidenza verso la Scienza e il pensiero il pensiero razionale, fatto che in un paese come l'Italia, che Piero definisce un paese emotivo in cerca sempre di soluzioni semplici a problemi complessi, genera la diffusione di false convinzioni, spianando la strada ad imbonitori e demagoghi, che spesso ci portano fuori rotta, con esiti fallimentari per il paese. 

Angela si rende conto che oggi la tecnologia corre più della nostra comprensione della stessa, per questo la usiamo senza cognizione di causa. Per questo ci serve una "filosofia della tecnologia", che ci aiuti a rapportarci intelligentemente con le potenzialità che la tecnica ci offre. E ci serve anche uno studio sulle neuroscienze, che ci aiuti a capire come funziona il nostro cervello, che può essere la chiave del nostro successo, ma anche del nostro fallimento.

La legge di gravità non si può abolirla (ecco il senso dell'affermazione che la Scienza non è democratica), ma se l'uomo la capisce, può imparare a volare. E se uno prende le supposte per bocca, non può lamentarsi se non fanno effetto, sono immagini piuttosto chiare con cui Piero esplica il concetto.

A mio avviso è un libro a "10 cose che ho imparato", libro precedente a questo di Angela, andrebbe fatto leggere alle superiori e andrebbero letti da molti adulti. Infatti, nel testo si spiega l'importanza di continuare sempre a studiare, di coltivare la propria curiosità ad ogni età, è una cosa che nel mio piccolo cerco di fare.

Il libro si chiude con un concetto inaspettato, che non svelo, ma che dimostra come la razionalità non è cinismo o freddezza anzi. Il meglio della natura umana si manifesta quanto libera la sua innata curiosità e impara a collaborare se stessa.

domenica 1 giugno 2025

Se il continente nero fa la rivoluzione verde

Il continente africano è una delle aree più esposte agli effetti del riscaldamento globale. L'estremizzazione climatica, già oggi, sta aggravando i fenomeni siccitosi così come la tropicalizzazione del clima espone a eventi alluvionali eccezionali vaste aree. Ciò comporta la perdita di vite, bestiame, raccolti, terre fertili, riserve idriche, appesantendo le difficoltà di molte regioni, con connessi episodi di carestie ed epidemie, instabilità politiche e migrazioni di massa. A questo si aggiunge la crescita demografica dell'Africa e la crescente domanda di maggior disponibilità energetica, gli ingredienti per un grave crisi socio economica ed ambientale, che solo un illuso o uno stupido possono immaginare restino confinate nel continente.

L'Africa è stata per secoli oggetto di depauperamento delle sue risorse a vantaggio di altri, noi del Vecchio Continente per primi. Eppure, proprio l'Africa ha tutte le potenzialità per sfidare le cause del cambiamento climatico ed addirittura supportare molti dei suoi più o meno ex sfruttatori in questa azione, non più come soggetto subalterno, ma vero e proprio partner, con potenziali importanti ritorni economici.

Il ragionamento è ovviamente più complesso, ma vorrei discutere degli esiti di alcuni studi (1) in corso che evidenziano il potenziale africano nel processo globale di transizione energetica verso modelli di sviluppo a basse o nulle emissioni carboniche

Attualmente circa il 50% della popolazione africana (circa 1,34 mld di persone), non ha accesso all'energia elettrica e a tutto ciò che ne consegue - questo avviene in modo disomogeneo tra le varie aree, l'area subsahariana è la più svantaggiata - la popolazione cresce  del 2,5% anno, nel 2050 l'Africa dovrebbe essere il continente più popoloso, questo cambierà radicalmente i suoi fabbisogni energetici, che oggi incidono per appena il 3% della produzione mondiale di energia.

Le principali fonti energetiche dell'Africa sono ovviamente gli idrocarburi (gas e petrolio in maggioranza), per circa il 65% della produzione, cui seguono i biocarburanti e i rifiuti, il nucleare e l'idroelettrico coprono pochi punti percentuali di fabbisogno. Il potenziale delle energie rinnovabili oggi è molto poco sfruttato, per varie ragioni.

Come sappiamo uno degli elementi su cui si punta molto per ridurre il consumo di fonti fossili è l'idrogeno (H), che si è rivelato un efficiente vettore energetico. L'H si produce per elettrolisi delle molecole d'acqua separando l'idrogeno dall'ossigeno. Il processo richiede energia e, a seconda di quale è l'origine di tale energia, l'idrogeno prodotto è classificato cromaticamente per definire rapidamente la sostenibilità del processo di produzione. Il più desiderato è ovviamente quello "verde", ossia quello in cui l'energia per l'idrolisi deriva da fonti NON fossili. Non semplice però avere queste condizioni, tant'è che a livello mondiale, l'H green, verde, rappresenta solo il 17% della produzione annua complessiva.

L'utilizzo di eolico e solare per la produzione di idrogeno non è sempre una via facilmente percorribile:

  • non tutte le regioni del continente hanno condizioni adeguate di irraggiamento solare o costanza dei venti.
  • servono reti di distribuzione e impianti di accumulo, infrastrutture oggi molto carenti in Africa, servono grandi investimenti la loro realizzazione. Anche gli impianti di elettrolisi richiedono importanti dotazioni infrastrutturali e soprattutto tecnologiche. Per la realizzazione i paesi africani dovrebbero ricorrere a investitori esteri, col rischio di aumentare la propria dipendenza dall'estero.
  • gli impianti eolici e fotovoltaici richiedono ampie superfici, che potrebbero comportare la sottrazione di aree agricole, generando problemi alla sussistenza alimentare delle popolazioni locali.
  • la produzione di idrogeno per idrolisi richiede l'uso di risorse idriche, che verrebbero sottratte alle disponibilità del territorio, acuendo i problemi di approvvigionamento di acqua da bere e per irrigazione in un contesto già critico.
Dobbiamo concludere che l'idrogeno non fa per l'Africa, almeno nel medio termine e non senza l'intervento di capitali esterni? Tutt'altro. Si può arrivare a produrlo sfruttando processi di degradazione anaerobica (ossia fermentazione con batteri che non richiedono ossigeno) di rifiuti e biomasse, elementi entrambi abbondanti in Africa e destinati a crescere insieme alla crescita della popolazione, inoltre le tecnologie necessarie sono già collaudate, disponibili anche nel continente, senza richiedere l'occupazione di terreni impiegati per allevamento e produzione agricola o aumentare la pressione sul consumo di acqua. Non è secondario poi che l'implementazione di tali strutture in concomitanza con la crescita demografica genererebbe la creazione di occasioni occupazionali necessarie per un'area in cui la maggior parte delle popolazione è in età da lavoro.

L'idrogeno ha inoltre un'altra peculiarità, si può trasportare adattando le reti di trasporto idrocarburi, infrastrutture che l'Africa ha e che la collegano egregiamente al vecchio continente, diverrebbe perciò possibile anche un export del surplus di produzione verso l'Europa, contribuendo agli obbiettivi europei di riduzione delle proprie emissioni carboniche, ed ottenendo una remunerazione per i paesi Africani. Varie agenzie europee stanno avviando collaborazioni e investimenti in questo senso con vari Stati dell'Africa. Come sempre, però, l'Europa procede un po' a macchia di leopardo, un po' in ordine sparso tra i suoi vari governi, servirebbe un'azione coordinata e decisa. L'UE potrebbe, e secondo me dovrebbe, diventare il miglior PARTNER dell'Africa. Il vantaggio sarebbe reciproco e aprirebbe la strada, finalmente ad una stazione di collaborazione tra il vecchio continente e il continente nero all'insegna della collaborazione, condivisione e sostenibilità.

(1) The Potential Role of Africa in Green Hydrogen Production: A Short-Term Roadmap to Protect the World’s Future from Climate Crisis


lunedì 30 dicembre 2024

Fossili e Far West

La storia della Paleontologia moderna, o meglio della sua trasformazione in disciplina scientifica compiuta, ha molti protagonisti e scenari. Le campagne, le brughiere e le spiagge inglesi sicuramente con compunti, timorati di Dio, fini osservatori e osservatrici dell'epoca georgiana e vittoriana, l'accademia di Francia con i suoi fieri e talvolta pomposi animatori. Le cave tedesche con ligi scalpellini e austeri professori. Ma molto lo dobbiamo agli sterminati paesaggi della gioventù degli Stati Uniti e di un colorito circo di nativi, generali, avventurieri, ciarlatani, banditi, appassionati studenti e studiosi, eccentrici ricconi, spesso condensati nel medesimo personaggio.
Nel libro "Polvere e Ossa" di Gabriele Ferrari, ci viene raccontata la storia dell'epico scontro avvenuto nella seconda metà dell'800 negli USA post guerra civile tra Edward Drinker Cope e Charles Onthiel Marsh, che portò alla scoperta di decine di nuove specie fossili, alla nascita di diverse oggi autorevolissime istituzioni scientifiche, ma anche a errori clamorosi, scontri a fuoco, colpi bassi e avventure tali che non starebbero male nella sceneggiatura di una di quelle miniserie simil storiche che oggi vanno tanto per la maggiore.
L'autore ci accompagna dagli albori delle carriere dei due paleontologi, attraverso le loro vicissitudini anche personali, sino all'apice delle loro vicende e della loro ostilità. Inizialmente non sembravano destinati a diventare acerrimi nemici, ma entrambi avevano il medesimo obbiettivo, diventare il punto di riferimento della Paleontologia Statunitense del loro tempo. Entrambi ambiziosi e ricchi, divergevano caratterialmente non poco: uno metodico, paziente, cinico, ma capace di slanci inaspettati verso le vicende dei nativi americani - Marsh - l'altro irruento, frenetico, istintivo, romantico e sentimentale verso la famiglia -  Cope - daranno vita ad un'epica battaglia nei territori del Far west americano che porterà alla scoperta di alcune delle più iconiche specie di rettili mesozoici e mammiferi neozoici. Uno scontro di cui faranno le spese in molti in particolare il povero Leidy, che prima dell'avvento di questi due ragazzi terribili era la massima autorità della Paleontologia a stelle e strisce e gestiva il ruolo con pacifica pacatezza. Ma a quei tempi la caccia ai fossili non era più affare da persone cortesi. 
Sullo sfondo e a volte anche in primo piano alla "guerra delle ossa" troviamo Toro Seduto, Nuvola Rossa, i Siux, il generale Custer, il Presidente Grant, Buffalo Bill, Barnum, il nascente capitalismo americano, quaccheri e protestanti vari. Un libro da godersi per gli amanti della Paleontologia, delle storie del vecchio West e delle botte da orbi.

lunedì 18 novembre 2024

I bei vecchi tempi Geologici

    Un’espressione che, almeno fino a non troppo tempo fa, si usava per significare che una data cosa era piuttosto vetusta, era attribuirla a “ere geologiche fa” e i “tempi geologici” erano quelli dei processi che si voleva definire lentissimi, per esempio quelli burocratici. Non erano locuzioni premianti, semmai il contrario. Ma come Geologi non ce la siamo mai presa, perché la vastità del tempo geologico è sempre stato uno dei concetti tra i più affascinanti della materia. Declinato rispetto ai tempi ben più brevi dell’orizzonte umano assume un significato indubbiamente diverso.

    Il mondo di H. Sapiens, però, negli ultimi decenni si sta facendo ancor più frenetico e anche la Geologia, volente o nolente sembra dovervisi adeguare, perdendo di flemma (talvolta ahimé di autorevolezza), entrando con tutto il suo peso nei tempi della Storia, financo a quelli della Cronaca.

    Le sempre più frequenti sciagure climatiche richiedono nodelli previsionali traguardati al decennio o giù di lì ed ai Geologi si chiedono spesso spiegazioni pressoché immediate degli accadimenti, questo porta ad un aumento sempre più marcato della risoluzione delle analisi sul record geologico per reperire elementi utili ai modelli previsionali sugli scenari futuri e corrispondenze con i fenomeni attuali (e se il supporto dei dati tratti dallo studio del libro della Terra non è adeguato, gli sfondoni clamorosi sono dietro l’angolo).

    Oggi come non mai la fortuna di uno Stato o di un Governo può dipendere dalla disponibilità di risorse (che siano per la green o per la grey economy cambia poco), dalla capacità di gestirle e di controllarne di ulteriori o dalla vulnerabilità ad essere soggetto a eventi calamitosi/catastrofici di varia tipologia e dalla resilienza agli stessi.

    Le politiche ambientali sono, però, per definizione politiche di medio lungo termine – ovviamente sempre a scala Sapiens – richiedendo scelte di tipo strutturale che dovrebbero nascere da un robusto supporto di conoscenze tecnico scientifiche, verificabili, e dovrebbero essere accompagnate da modelli previsionali e di monitoraggio in itinere, al fine di adeguare i processi mano a mano che i modelli si affinano.

    Questo non si sposa, però, dobbiamo dirlo, benissimo con la Democrazia, avendo questa nell’alternanza dei governi una sua peculiarità fondamentale e, direi, imprescindibile.  Diviene pertanto essenziale che su tutta una serie di questioni, in particolare, per quanto riguarda l’oggetto di questo sproloquio, le questioni ambientali ed in generale quelle a carattere tecnico-scientifico vi siano delle condivisioni di base e soprattutto approcci non discontinui e ideologici.

    La Democrazia odierna ci mostra, invece, che così non è, ed anzi è un problema. Posizioni dogmatiche, demagogiche, financo francamenteirrazionali tendono ad avere ampio consenso, generando anche rappresentanzapolitica e di governo. Il caso, ovviamente, più rappresentativo al momento è quello di Trump e del suo governo, ove vi sono le posizioni antiscientifiche più perniciose non mancano e ove vi è quella geniale contraddizione vivente di Munsk, straordinario innovatore da un lato, terribile dogmatico su altri. Sicuramente la nuova presidenza Trump non potrà non avere ripercussioni pesantisulla questione climatica, ma anche sulle questioni agrotecniche, energetiche e mediche in un mix di avventurismo e negazionismo.

    Se aggiungiamo che comunque su posizioni simili, magari in modo meno parossistico e più sottotono vi sono i governi di molti paesi democratici, più o meno, e francamente NON democratici non c’è da essere sereni rispetto alle grandi questioni ambientali del nostro tempo.

    Bisogna, però, riflettere profondamente sul perché dalla società nel suo complesso questi temi non sono adeguatamente percepiti e condivisi, anzi, sono spesso invisi e oggetto di strumentalizzazione di parte. Sicuramente, e non è complottismo, vi è la mano di grandi portatori di interessi economici che produce questo effetto attraverso – purtroppo efficaci – campagne mirate di propaganda più o meno complesse e talvolta di vera e propria disinformazione, ma non solo. C’è oggettivamente una sorta di egoismo sociale di fondo che fa sì che siamo profondamente restii, se non ostili, a mettere in discussione la sostenibilità del nostro attuale modello di sviluppo, perché significherebbe rinunce più o meno immediate per benefici relativamente lontani nel nostro orizzonte temporale (ma non in quello della prossima generazione per esempio) e questo, tornando alle considerazioni sulla democrazia, non genera consenso elettorale, tutt’altro. C’è anche da dire, invero, che una qualche – anzi più di qualche – “mea culpa” lo dovrebbero fare diversi soggetti del mondo ambientalista, in fondo se alla causa ambientale, spesso si è rivolta più ostilità che supporto, qualche riflessione sul proprio operato sarebbe più che opportuna.

    Infatti, un approccio altrettanto dogmatico e fondamentalista, anche nei modi a volte, ha portato a decisioni altrettanto irrazionali e non adeguatamente ponderate con effetti negativi sull’ambiente, o comunque non positivi, e controproducenti sul piano economico, con ricadute spesso sulle fasce deboli della società. Questo è particolarmente evidente in UE, dove non avremo magari le parossistiche espressioni trumpiane, ma su temi quali l’energia (la questione del nucleare, piuttosto che l’approccio sul gas…) o l’agrotecnica (la questione OGM su tutte), l’auto elettrica l'assunzione di posizioni poco pragmatiche ha portato alla sofferenza di importanti fette di economia e con esse di società, senza che vi fosse sufficiente sensibilità e prontezza verso il disagio e la marginalizzazione di queste, redendole estremamente vulnerabili alle sirene demagogiche populiste e più o meno antiscientifiche. Stendiamo un velo pietoso sulla questione nel nostro paese.

    Il così detto “ecosocialismo” così come coniugato fino ad oggi in UE è stato un mezzo fiasco, visto che si è perso le masse per strada. I movimenti che vogliono, giustamente, un progresso sostenibile hanno un grande lavoro da fare adesso, che è quello di ricreare un ampio consenso trasversale su tali questioni, supportando la comunicazione e l’informazione scientifica attraverso una divulgazione onesta, trasparente, accessibile e partecipata, denunciando le scelte e posizioni non basate su criteri razionali, non assecondando le emotività del momento e nemmeno tentando di cavalcarle e senza nessun ammiccamento a posizioni preconcette o ideologiche. L'Europa deve continuare ad essere coraggiosamente alfiere della battaglia dello sviluppo sostenibile, ma deve essere più concreta nel farlo.

    Dare oggi dell’orco a Trump e dei buzzurri ai suoi elettori, e fare altrettanto coi populisti nostrani, non solo non serve, ma è, anzi deleterio. Si deve opporre il ragionamento, si deve smontare l’emotività, si deve rivolgersi alla testa delle masse e si deve riportarle alla partecipazione alla vita pubblica. L’affermarsi di posizioni come quelle del Tycoon d’oltreoceano, di Orban qui in UE o di altri sovranisti vari, si deve anche alla disaffezione popolare alla partecipazione democratica, fenomeno che oltre a produrre gli effetti che già vediamo indebolisce progressivamente la democrazia stessa, facendola diventare gradualmente qualcos’altro di tutt’altro che desiderabile. E anche questo non sta avvenendo in “tempi geologici”.

 

lunedì 4 novembre 2024

Naturalmente Antropico

La lettura del libro "il Governo dell'Acqua - Ambiente Naturale e Ambiente Costruito", del Professor Andrea Rinaldo (1), mi ha indotto in alcune riflessioni. Credo che su determinate questioni anche noi Geologi dovremmo interrogarci e non adottare posizioni per partito preso. Ha senso parlare oggi di ambiente naturale, nel senso di non recante alcun senso di artificializzazione, ovverosia sia di effetti indotti da attività antropiche? Possiamo dire che esistano ambienti simili sulla Terra, oggi?

Recenti studi archeologici mostrano come anche la parte interna dell'Amazzonia avesse una cospicua popolazione umana, stimata in decine di milioni di individui, socialmente complessa e con realtà "urbane" ragguardevoli. L'arrivo dei conquistadores e con loro delle malattie ha determinato lo sterminio di queste popolazioni e la loro regressione a gruppi tribali isolati, creando l'illusione successivamente che fosse sempre stato così e che il bacino del Rio delle Amazzoni fosse una sorta di Eden dove l'uomo non si era inoltrato. Tolta la grande foresta sudamericana cosa resta? Forse qualche abisso oceanico. Forse.

Orbene questo non vuol essere un lamento sull'invasività e pervasività della nostra specie, è un dato di fatto, e oggi siamo di fronte alla sfida di renderci più "sostenibili" per il pianeta, ma lo facciamo in primis per noi, diciamocelo (non c'è nulla di male ad essere intellettualmente onesti, anche nell'ambientalismo), se poi la biosfera planetaria ne trae beneficio è un po' un effetto collaterale, stavolta positivo.

Riconoscere, però, che parlare di "ambiente naturale" e "rinaturalizzazione" in molti contesti è solo retorica e ha poco senso, a mio avviso, consentirebbe di partire più pragmaticamente nei ragionamenti su come tutelare davvero alcuni ambienti e soprattutto con rendere meno impattante la nostra presenza. Così come iniziare a vedere il concetto di "equilibrio naturale" per quello che è... ossia, spesso, una mera mistificazione comunicativa. In tutti le aree della Terra, abbiamo evidenze dirette o indirette degli effetti della presenza umana, la cui intensità varia in modo direttamente proporzionale alla vicinanza col più vicino insediamento della nostra specie e con la densità della sua popolazione in quell'areale.

Dire, quindi, in molti casi, che si ha un obbiettivo di "ripristino degli equilibri naturali", nel concreto dovrebbe tradursi con  un allontanamento delle comunità dalla zona su cui si vuol operare e una minimizzazione degli effetti su scala planetaria di origine antropica. Puro velleitarismo. Più utile ad azioni efficaci di tutela sarebbe lavorare a tutte quelle soluzioni che consentono una miglior coesistenza tra i vari ambienti e la nostra specie, attraverso tutte quelle misure che consentano un reciproco adattamento.

Piccola parentesi, lo stesso concetto di "equilibrio naturale" - come evidenzia anche il prof. Rinaldo nel suo libro, è fuorviante e mistificatorio. Si esprime questo concetto, come se l'equilibrio degli ecosistemi fosse uno stato stazionario e duraturo, mentre è in realtà uno stato dinamico con continui aggiustamenti ai cambiamenti dei parametri di fondo (clima, fisica atmosferica, dislocazione continentale...), che appunto variano con intensità e velocità variabili nel tempo in funzione della contingenza.

Azioni di tutela volte a ritornare al concetto di equilibrio naturale, nella sua accezione di staticismo perfetto, significa, realtà, applicare una forzosa cristallizzazione a un dato sistema ambientale, che prima o poi genererà effetti imprevedibili e raramente positivi.

Ne consegue la necessità di strategie di adattamento che abbiano il coraggio di applicare anche interventi diretti di trasformazione territoriale, se necessari, e l'uso delle possibilità che la tecnologia offre: la tecnofobia che si respira in tanta parte del movimento ambientalista, che vagheggia un ritorno ad una fase più spartana e bucolica del rapporto uomo - natura, spesso ha prodotto iniziative che hanno generato costi sociali pesanti per le popolazioni più deboli, interventi inadeguati che si sono rivelati inefficaci alla bisogna, o peggio controproducenti e alimentato l'idiosincrasia verso la necessità di sensibilità ambientale.

lunedì 8 luglio 2024

Il falò delle innovazioni

Molti il 13 maggio avevamo gioito. Una notizia passata quasi inosservata.  Eppure davvero lo scorso 13 maggio si poteva definirlo una giornata storica: Vittoria Brambilla e Fabio Fornara dell'Università di Milano avevano messo a dimora le prime piantine di riso geneticamente editate TEA (tecniche CRISPR di evoluzione assistita) per resistere a parassiti come il brusone senza usare fitofarmaci, nella campagna pavese di Mezzana Bigli. Una sperimentazione certo, ma finalmente in campo aperto, il primo consentito in Italia, dopo il tetro rogo ordinato nel 2012 dal Ministero dell'Ambiente delle piante da frutto di sperimentazione dell'Università della Tuscia, vanificando anni di lavoro e di attese del mondo scientifico internazionale che guardava a quel lavoro con grandi aspettative.
Presenti il 13 maggi grandi amici del mondo della ricerca come la Senatrice Cattaneo, il mitico Defez e l'eroico Cappato. Avevamo gioito in diversi perché pensavamo che quello potesse essere l'incipit di un ritorno alla razionalità di questo paese e alla possibilità di lavorare sulle innovazioni anche in campo agricolo.  Anche sulle biotecnologie.
Nemmeno un mese dopo il campo è stato distrutto, si pensa da presunti attivisti ambientalisti anti OGM.  E pensare che in questo caso nemmeno erano OGM, si trattava di genome editing una tecnologia che permette di "lavorare" sul DNA delle piante senza introdurvi elementi esterni.
Su questo l'UE è molto ipocrita, vietiamo gli OGM fatto salvo poi importarne a tonnellate, rendendoci anche sul lato alimentare dipendenti dai paesi extraeuropei e facendo fare tragitti molto poco sostenibili alle nostre derrate alimentari.
Sì perché il problema è proprio questo, se vogliamo davvero ridurre il nostro impatto sugli ecosistemi, senza sterminare il 70% della popolazione mondiale ed anzi garantendo un globale migliore tenore di vita ci serve un'agricoltura efficiente, che richieda meno dispendio di acqua ed energia, meno necessità di fertilizzanti e agrofarmaci. Oltre certo un cambio di stile di vita che, per esempio, ci porti a ridurre la carne, specie bovina nella nostra dieta - abbandonando lo scempio degli allevamenti intensivi, prediligere la frutta di stagione, variare le fonti proteiche.
Per farlo ci servono le tecnologie, sia quelle meccaniche per migliorare irrigazione, semina, controlli, sia quelle biotecnologiche, che consentono di produrre piante in grado di crescere più in fretta con meno risorse e impatto e con miglior resa alimentare.
E sì sono arrabbiato per la  distruzione della sperimentazione TEA. Sia perché l'opinione pubblica, i media, la politica, le istituzioni, lo stesso mondo agricolo non hanno affatto dato rilevanza al fatto, ne manifestato il proprio sdegno, dimostrando ancora una volta quanto questo paese sia inadeguato al futuro. Ma a questo punto mi viene da dire anche al presente.
Un piccolo gesto concreto che ognuno può fare è firmare l'appello dell'associazione Coscioni pro ricerca biotecnologica.

domenica 9 giugno 2024

PENSIERI ATOMICI

Lo dico in partenza. Di base io sono pro energia nucleare. Piaccia o meno le centrali nucleari, con poco carburante possono fornire molta energia, per lunghissimo tempo, con emissioni di CO2 praticamente nulla. E il sistema si abbinerebbe bene anche alla produzione di idrogeno, il famoso "idrogeno viola". Ciò detto, quando il tema si associa al nostro paese la questione si fa più articolata. L'opinione pubblica è generalmente contraria e il tema è da sempre oggetto di strumentalizzazione politica. Oggi il governo si dichiara pro nucleare, e dice che bisogna tornare ad investirvi. Agli ambientalisti più irriducibili può non piacere, però anche nei rapporti IPCC un ruolo nella decarbonizzazione della produzione di energia il nucleare ce l'ha, con un apporto di almeno il 10% da qui al 2050. Potrebbe anche essere di più, visto il forte investimento in nuove centrali operato attualmente dalla Cina e in pianificazione anche da parte di altri stati. Si parla non a caso di "rinascimento nucleare", poiché piaccia o no l'energia dell'atomo, in chiave green, ha due forti attrattive: zero emissioni, stabilità e continuità produttiva.  Alle rinnovabili, infatti, si imputa soprattutto la discontinuità produttiva come principale punto a sfavore, che richiede per essere ovviato, una profonda revisione della rete di distribuzione.
A sfavore il nucleare ha i tempi lunghi per la realizzazione e i grandi investimenti necessari. Per cui non amo molto le semplificazioni con cui alcuni Ministri affrontano il tema, dimostrando di aver sulla questione al massimo qualche nozione da wikypedia. 
Va detto che una prima questione da affrontare sarebbe quella dell'efficienza. Ossia, sprechiamo troppa dell'energia che produciamo e abbiamo ancora troppi sistemi inutilmente energivori. La prima sfida è ottimizzare la produzione e ridurre i consumi attraverso efficientamento tecnologico. Poi abbiamo un problema di rete, spesso inadeguata, se guardiamo la questione in ambito europeo, vediamo come in alcuni paesi abbiamo surplus di produzione, a fronte di carenze di altri, e non vi è una rete adeguata a permettere una armonizzazione delle distribuzioni energetiche, con, tra l'altro, dinamiche dei prezzi a livello locale che generano non poche disomogeneità. Un tema da risolvere sarebbe anche questo, che consentirebbe di rendere l'intero continente meno energicamente instabile.
Il primo lavoro è, quindi, di ottimizzazione. Appunto. Poi, tornando al nucleare, le prospettive tecnologiche ci sono e c'è un ruolo in questo sviluppo anche dell'Italia, in Europa si va a macchia di leopardo, con paesi che hanno abbandonato l'atomo ad altri che se lo tengono stretto, ma è sicuramente nei paesi del gruppo Brics che il nucleare sembra essere una strategia sempre più chiara, e potrebbe essere un ulteriore tassello nel consolidamento di quelle economie e anche delle loro strategia in chiave ambientale.
Personalmente penso che per l'Italia parlare di energia nucleare sia improprio. Non nel senso che non ne abbiamo competenza e capacità, ma abbiamo dei nodi da risolvere prima, delle ipocrisie e inadeguatezze, che se non affrontati chiaramente e soprattutto senza un onesto dibattito pubblico tecnico e politico non ci permetteranno di andare davvero avanti sulla questione, oltre le strumentalizzazioni politiche. Mi riferisco per esempio al Deposito Nazionale. Ossia la struttura che dovrebbe ospitare i rifiuti radioattivi prodotti dalla prima fase del nucleare italiano e prodotti ancora oggi. Attualmente dipendiamo dall'estero per tale gestione e abbiamo siti inadeguati a gestire le nostre scorie. La CNAPI, la carta con i siti potenzialmente idonei dal Deposito Nazionale è rimasta a lungo celata, soprattutto per pusillanimità dei vari governi che si sono alternati.
Una volta divulgata, ogni territorio individuato ha alzato gli scudi (lodevole eccezione solo il Sindaco di Trino Vercellese, che già ospita una centrale chiusa, ed ha dimostrato grande lucidità e onestà intellettuale sul tema) e trasversalmente  tutte le forze politiche hanno assecondato i vari fronti del nord.  La domanda è questa, come possiamo pensare di gestire una nuova generazione di centrali nucleari se non abbiamo la maturità per gestire le nostre vecchie scorie?


https://astrolabio.amicidellaterra.it/node/3256

lunedì 13 maggio 2024

QUANTO SONO CRINGE GLI STRATIGRAFI (O NO?)

E' di qualche giorno fa la notizia che la Commissione Internazionale di Stratigrafia, la ICS, quella che redige lo schema cronostratigrafico qui a lato, ossia la suddivisione ufficiale dei vari periodi della storia del nostro pianeta, e che si basa sull'individuare secondo vari criteri dei precisi orizzonti stratigrafici che rappresentano un preciso intervallo cronologico, ha deciso di non "battezzare" l'Antropocene. Ossia ad oggi questo termine NON ha una valenza rispetto al tempo Geologico e alla storia terrestre. Un articolo del Bo live spiega bene in cosa consiste il procedimento e non è mia intenzione fare uno scritto per spiegare ulteriormente la questione, se vi interessa approfondite, dell'argomento avevo parlato già tempo fa. L'iter che porta a questa conclusione è complesso e frutto di anni di discussione, di un apposito gruppo di lavoro di geologi costituito proprio ad hoc. La decisione è stata piuttosto netta. Tutta la vicenda è ben raccontata su Pikaia.
Fatto sta, quindi, che continuiamo a restare nell'Olocene, iniziato circa 11mila anni fa con la fine dell'ultima grande glaciazione.
Quello su cui vorrei riflettere sono le reazioni che questa comunicazione ha generato nel mondo ambientalista, in parte dell'opinione pubblica, in enti e soggetti tecnici, istituzionali e financo scientifici e le particolari manifestazioni di ciò in quel ginepraio (per essere cortesi) che sono i social media.

Definire una unità cronostratigrafica richiede particolari criteri, tra cui la presenza di marker precisi e inequivocabili, l'esistenza di sezioni tipo e la possibilità di cronocorrelazioni su larga scala. L'Antropocene manca di molto di questo e spesso quelli che dovevano essere marker inequivocabili, per esempio la presenza di plastiche, sono piuttosto equivoci. La commissione stratigrafica preposta ha fatto il suo lavoro. All'antica. E molto meticolosamente, come solo gli stratigrafi sanno essere. 

Eppure si è gridato allo scandalo, si è denigrato il lavoro della commissione e anzi, si è dichiarata addirittura complicità con i negazionisti del climate change e connivenze con Big Oil. La decisione è stata vista come pericolosa, poiché contro il mainstream ambientalista del momento, che permea anche molte istituzioni scientifiche e perciò laddove non è stata criticata è stata comunque quasi ridicolizzata. Anche il nostro SNPA, suo malgrado non ha saputo sottrarsi a ciò, quasi ci fosse il bisogno di prendere le distanze da questi ottusi o collusi stratigrafi.

Si è così, però, di fatto, negato il fondamento stesso del metodo scientifico. Non aver introdotto l'Antropocene nella tavola cronostratigrafica significa negare l'impatto antropico odierno a scala globale sull'ambiente? No, significa, però, che il nostro impatto non è tale da generare una discontinuità nel record geologico tale da individuare un nuovo capitolo nella Storia della Terra. Storia che deve essere registrata nella roccia e non nella chiacchera. E direi, che è giusto così. Le Scienze della Terra hanno da sempre smantellato l'egocentrismo della nostra specie. Prima dimostrando che la Terra aveva una storia ben più lunga della nostra, e che noi siamo ben gli ultimi arrivati, poi con Darwin palesando che la vita non ha avuto come fine la generazione della nostra specie, la cui comparsa di deve ad una serie di fattori diversi e che il nostro successo è ben lungi da essere certificato, poiché la nostra presenza su questo sasso alla periferia di una galassia periferica è piuttosto effimera se paragonata a quella dei Dinosauri, o degli squali o dei millepiedi...

La verità è che l'Antropocene è un'altra manifestazione in negativo del nostro antropocentrismo, anche nell'esecrare il nostro impatto sul pianeta, sentiamo comunque il bisogno di eternarlo nella storia geologica, al pari dell'asteroide dello Yucatan, le glaciazioni, la catastrofe del ferro, l'orogenesi alpina, il disastro del Permo-Trias. La verità è che sparissimo oggi. Tempo qualche decina di migliaia di anni, un battito di ciglia geologico, di noi non ci sarebbe traccia. E questo ci rode immensamente. 

Gli stratigrafi ci hanno, di nuovo, rimesso apposto. Invece di disquisizioni sull'antropocene, sarebbe opportuno recuperare sano pragmatismo su come ridurre la nostra voracità verso le matrici ambientali, praticare uno sviluppo più equo verso  le varie popolazioni del mondo e verso le altre specie presenti, su come far sì che il green new deal non sia retorica o un nuovo dogmatismo o peggio una nuova forma mascherata di sfruttamento globale, ma un orizzonte compatibilità ambientale e sociale

Dobbiamo essere consci del fatto che tutto il bailamme per una maggior sostenibilità della nostra presenza sulla Terra, non serve alla Terra, serve alla nostra sopravvivenza. Il più possibile comoda.

lunedì 15 aprile 2024

FA BENE O FA MALE? RAZIONALITA' e GEOLOGIA nelle FOODFAKE

Portate pazienza per questo titolo un po' in slang, ma anche questo vecchio rivoluzionario pleistocenico dobbiamo cercare di essere un po' cool ogni tanto (anche se gli esiti non ci paiono positivi).  Voglio consigliare la lettura di un testo che a prima vista potrebbe centrare poco con la Geologia e dintorni. Ma è sicuramente un bel testo per quanto riguarda il pensiero razionale e lo sviluppo di un buon senso critico e capacità di discernere le informazioni. In questo libro il chimico - divulgatore Bressanini, di cui già qualche testo vi segnalai, fa un viaggio attraverso alcune delle principali affermazioni riguardanti il mondo alimentare, al fine di rilevarne l'infondatezza, talvolta la nocività e spesso la precisa volontà di disinformazione a meri fini commerciali. Come afferma lo stesso autore, il testo non è un elenco completo di tutte le "food fake", ossia notizie artefatte sul cibo che circolano, ma una precisa selezione, volta soprattutto a fornire al lettore gli "attrezzi" per imparare a capire quando la decantazione di taluni effetti di certi alimenti è palesemente infondata e soprattutto come sapere distinguere le informazioni. Un METODO insomma, che nella società delle pseudoscienze e delle notizie artefatte è utile non solo nel campo alimentare. Dove per altro si diffondo spesso credenze, che "siccome non fanno male" sembrano innocue. Ma innocue NON sono in primis perché in ogni caso spesso portano a spendere soldi inutilmente, ma spesso a non dedicarsi a pratiche più salubri, che realmente potrebbero far bene. Tra l'altro un po' di Geologia c'è, nel testo, anzi più di un po'. Capitoli corposi sono dedicati alle acque da bere, di volta in volta vendute come acque "della salute" dai taumaturgici poteri e poi al Sale e in particolare al Sale dell'Himalaya, esempio di commercializzazione capitalistica, di un'evaporite. In entrambi gli argomenti viene raccontato come sono distorti, nei meccanismi della commercializzazione e della pubblicità i processi geologici di formazione di questi elementi e come vengano dati significati a elementi che in realtà sono presenti in tracce e che non hanno nessun effetto reale sul consumatore.
Lo stile divulgativo è piacevole e vi sono poi degli utili box di riepilogo. A mio avviso farebbe bene essere letto dai troppi salutisti della domenica e nelle scuole superiori. 
Smonta con fermo garbo molti luoghi comuni il cui unico effetto è farci perdere tempo e denaro.
E' probabile che dopo averlo letto non andrete più al supermercato allo stesso modo.