domenica 12 luglio 2026

Gli (in)utili anniversari

Quest'anno ricorrono diversi anniversari di eventi calamitosi di varia tipologia. Abbiamo i 50 anni del terremoto del Friuli (1), gli altrettanti del disastro di Seveso (2,3), che anno pessimo fu il 1976, i 40 anni di Chernobyl (4) e a novembre avremo i 60 anni della grande alluvione del 1966. Tutti eventi catastrofici, alcuni con cause naturali come il terremoto del Friuli e la grande alluvione, gli altri legati ad attività ed errori umani.
Da tutti questi si sono apprese lezioni, emanate leggi, scaturiti cambiamenti. Il terremoto del Friuli che arrivò dopo i disastri della grande alluvione e del Vajont portò alla nascita definitiva del sistema di Protezione Civile sotto la guida del mitico prof. Zamberletti, fu un cambiamento importante che portò a dotarsi di un modello sempre pronto alle emergenze. Si intensificarono le leggi sul monitoraggio dei rischi del territorio e sugli strumenti di prevenzione. Anche da Seveso e Chernobyl scaturirono norme a livello internazionale per la gestione dei siti industriali complessi e nucleari che ebbero impatto rilevantissimo sulla sicurezza globale. 
La celebrazione di questi anniversari, col tempo, rischia di diventare sempre più una vuota commemorazione, ricca di retorica, condita con la proliferazione di documentari o fiction, ma poco meno.
Dovrebbero in realtà servire a mantenere viva nella società quell'estrema consapevolezza che si generò ogni volta in cui si ebbero tali accadimenti, sui temi della sicurezza, della salute, dell'ambiente e sulla necessità di determinati comportanti e procedimenti. Troppo spesso oggi, queste questioni sono vissute con fastidio e noia anche dal grosso dell'opinione pubblica e sono oggetto di becera strumentalizzazione da parte di forze politiche o sociali di varia natura.
E' fondamentale in tal senso che la comunità tecnico scientifica, professionale  e le Istituzioni sappiano rendere queste occasioni di nuovo momento di riflessione diffusa e di analisi se sia possibile migliorare ancora sui temi che questi disastri pongono in tema di prevenzione, educazione, innovazione, preparazione.
Per far si davvero che si possa dire di aver capito.



1) https://ilbolive.unipd.it/it/tags/terremoto-friuli
2) https://www.scienzainrete.it/articolo/seveso-nube-bosco-e-leredit%C3%A0-di-disastro/luca-carra/2026-07-08?utm_source=substack&utm_medium=email
3) https://www.raiplaysound.it/audio/2026/07/Radio3-Scienza-del-10072026-01960dfc-3924-44ec-b10e-b6bb93832955.html
4) https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/percorsi-ritornare-chernobyl-40-anni-dopo

sabato 10 gennaio 2026

Green Wars pt.3: Mal d'Africa

In questi tempi, lo abbiamo visto la geopolitica torna, almeno che si sia smesso almeno per un po', a giocarsi anche con i conflitti armati, sia vecchio stile con missili, carri armati, elicotteri etc, che con innovazioni quali droni, attacchi informatici e via di seguito. Le risorse e le rotte  commerciali sono ancora l'oggetto del desiderio e lo saranno sempre più, come il sempre caro vecchio idrocarburo. Il caso Groenlandia, di cui abbiamo già parlato e sempre d'attualità e paradigmatico. Siamo tornati in un mondo che vorrebbe essere spartito con logiche di Potenza.

Altra zona di frizione, non solo tettonica in questo caso, è il continente africano, da sempre oggetto dello cupidigia delle potenze imperialiste, affamate delle sue ricchezze. 

Se fino a qualche tempo fa erano i terreni agricoli africani a far gola alle multinazionali estere - con preponderanza delle cinesi - oggi sono tornate di nuovo centrali le risorse del sottosuolo. Come sappiamo le commodities tra le più ricercate al giorno d'oggi sono gli elementi del gruppo delle Terre Rare, l'Africa non era ritenuta particolarmente significativa in tal senso, ma comunque molto importante per altri metalli critici, quali il Cobalto per esempio. In realtà anche nelle terre rare sembra che vi siano nuovi sviluppi. Numerose sono, infatti, le attività cinesi di prospezione o comunque di ricognizione rispetto le risorse già note e una valutazione sulla stima di quelle potenziali. Il processo fa parte della strategia del dragone per non perdere la sua indiscussa preminenza nel controllo di tali elementi. Secondo uno studio cinese sono stimate in 196,46 x 104 le riserve note e in 1.014,4 x 104 le risorse potenziali, distribuite in 12 paesi, tutti della zona subsahariana, divisi in depositi di diversa natura geologica, da formazioni costitute da sistemi di rocce intrusive, a complessi metamorfici a depositi sedimentari.

Di queste ricchezze i paesi africani in realtà non godono il giusto ritorno e questo ha spinto diversi paesi ad operazioni di nazionalizzazione delle compagnie minerarie con conseguenti conteziosi legali, instabilità dei prezzi per taluni minerali e crisi politiche anche profonde.  Tutto ciò rende più difficile gli investimenti in Africa, con ulteriore frustrazione delle legittime aspirazioni dei governi locali. Esemplare è il caso del Congo, principale produttore mondiale di Cobalto, minerale fondamentale per le principali tecnologie, che, tentando di riprendere il controllo delle proprie risorse, la cui estrazione ha un costo ambientale e in termini di vite umane dei  lavoratori impiegati - spesso bambini - assai elevato, che ha dovuto patire un crollo del prezzo, in parte determinato dalle strategie delle compagnie estromesse dalla gestione dei siti minerari.

La debolezza africana sta anche nella carenza di infrastrutture che rende difficile insediare le fasi successive della filiera estrattiva, ossia la fusione e lavorazione, cosa che consentirebbe davvero uno sviluppo delle economie locali, ma ciò è anche ostacolato dagli opposti interessi delle compagnie estere, specie cinesi che devono, invece, far fronte alla propria sovracapacità di lavorazione.

Altri paesi africani, fondamentali per altri minerali, si pensi al Niger con l'Uranio, o il Ghana con Oro hanno tentato di riprendere il controllo nella gestione, trovandosi a scontrarsi con accordi capestro, specie con le compagnie USA, oggi ancora più avvezze a tali metodi, visto l'aperto sostegno a tali metodi da parte dell'amministrazione Trump. E' probabile che dopo il caso Maduro, gli USA applicheranno ulteriori e più stringenti pressioni sui già traballanti governi africani.

L'Africa è ricca di idrocarburi a nord del Sahara e in Nigeria, carburanti della "vecchia" industrializzazione, ma non ne trae grande benessere, così come accade con i minerali critici per l'high e green tech della nuova economia. Anzi ne ricava solo gli aspetti negativi, l'elevato impatto ambientale e i costi sociali, di più, paga anche le conseguenze del cambiamento climatico antropico, che sta generando un peggioramento della situazione per il continente con ulteriori carestie e difficoltà di accesso all'acqua, unito a eventi calamitosi sempre più frequenti e pesanti. Questo a sua volta provoca l'instabilità e la migrazione delle popolazioni, spesso attratte dalla vecchia Europa che non sa affrontare la questione oscillando tra marginalizzazione e respingimenti. 

Si può cambiare tutto ciò? Con accordi equi partenariati paritari, di cui i primi promotori dovrebbero essere Medio Oriente ed Europa. Strada su cui oggi si viaggia in ordine sparso e con passo troppo insicuro.

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