domenica 23 ottobre 2022

Il dissesto idrogeologico nel Parlamento "largo".

Sì è appena insediato il Governo della Thatcher de noantri, di cui non è ancora chiaro cosa pensi in tema ambientale, a parte, a quanto pare, non apprezzare il termine "Transizione Ecologica", visto che si è affrettata a cambiare il nome al relativo Ministero. Il programma del centrodx non dice granché e il neoministro a questo dicastero ci pare che di temi ambientali in senso lato, o in senso stretto, poco si sia occupato fino a ieri. Che l'assegnazione della nomina sia più frutto di spartizioni elettorali che di volontà di dare un segnale su questi temi, è un dubbio più che legittimo. Il Ministero dell'Ambiente, torna ad essere, come troppo spesso è stato in questo paese, duole dirlo spesso con le coalizioni di centrodestra, una mera casella da occupare nell'ambito degli equilibri di potere. E non è bene, vista la strategicità che questo ha assunto in epoca recente. Non vorremmo che ci fosse una mera gestione ragionieristica di tale dicastero. Staremo a vedere. 

Vediamo, però, qual'è il lascito della XVIII legislatura, quella appena conclusa, l'ultima "larga", nel senso del numero dei parlamentari, su un tema strategico come il Dissesto Idrogeologico, prepotentemente di attualità, sebbene l'ISTAT ci dica che tra le preoccupazioni sulle questioni ambientali questo sia nella metà bassa della classifica. Ce ne ricordiamo solo quando piove molto, e per questo si continano a trascurare azioni fondamentali. Le istituzioni spesso seguono questa umoralità, anziché programmare con lungimiranza.

La legislatura appena conclusa ci lascia un corpo di interventi di un certo peso, ma non sempe coerente, anche perché si sono avvicendate 3 compagini di governo diverse, quindi che sia mancata una strategia coerente è anche comprensibile, anche se su questo tema dovrebbe esserci una convergenza bipartisan consolidata. Se si fosse in un paese ragionevole, ovviamente. L'attività dei governi è stata, comuque, evidente, sia in termini di risorse messe a disposizioni che di provvedimenti. Si è partiti - male, a nostro avviso - con la dismissione della struttura di missione "Italia Sicura", per poi sostituirla prima con una struttura di coordinamento in seno alla Presidenza del Consiglio e con il varo del Piano Proteggi Italia. L'introduzione della denominazione delle strutture commissariali regionali dedicate al dissesto idrogeologico, con fondi e strutture, ed ovviamente tutti i provvedimenti ad ho per i vari eventi calamitosi avvenuti dal 2018 in poi.

I fondi messi a disposizione sopratutto col PNRR non sono stati pochi, speriamo siano adeguati i controlli per una spesa efficace. Si segnalano alcune azioni di sollecito da parte del Parlamento, il sostegno ai "Contratti di Fiume" e la promulgazione di diverse norme finalizzate a rendere più rapidi gli iter autorizzativi dei lavori finalizzate alla mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico.

Tra le novità di fine legislatura la costitutuzione del Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica, che dovrebbe coordinare gli interventi sul tema, tra i vari ministeri, l'obbligo del MITE di riferire entro ogni 30 giugno al Parlamento sulle iniziative per la riduzione del rischio connesso col dissesto idrogeologico, il rifinanziamento per il completamento e l'informatizzazione della Carta Geologica d'Italia, strumento conoscitivo fondamentale per qualsiasi pianificazione razionale, l'istituzione di un fondo per il ripristino della continuità della rete idrografica, la cui frammentazione è spesso tra le cause primarie degli effetti più devastanti negli eventi avversi. 

Vedremo se questi ultimi interventi sopravviveranno e avranno compimento in questa nuova legislatura. Sopratutto ci sarà da capire se le tematiche ambientali sono considerate secondarie o primarie e se si preferisca gestire gli effetti delle calamità piuttosto che cercare di prevenirli con una pianificazione, che spesso può non essere elettoralmente conveniente, ma sicuramente quello che servirebbe fare.

martedì 4 ottobre 2022

Non siamo un paese per minatori. O forse no?

Siamo abituati a raccontare il nostro paese  come povero di materie prime e dai giacimenti esauriti o con scarsa attività estrattiva, raccontata come ormai retaggio del passato. Anche l'estrazione degli idrocarburi è vista come un'attività irrilevante se non deplorevole da molte parti della nostra società. Le ultime miniere sarde sono chiuse da tempo e le storie di giacimenti metalliferi sono materia d'archeologia o comunque degli storici. 

I giacimenti minerari in Italia non è che manchino completamente, ma spesso si trovano in configurazioni, o in dimensioni che li rendono scarsamente convenienti. O almeno così era fino a qualche "giorno" fa.  La transizione ecologica, con la corsa alle rinnovabili e all' "elettrificazione" ha scatenato una fame di molti elementi e ciò che prima poteva sembrare un osso da rosicchiare a malapena, oggi diventa boccone appetibile. Basti pensare al caso del Litio (Li) i cui usi principali fino a qualche anno fa si limitavano a vernici, antidepressivi, lubrificanti. Il ricorso a larga scala delle batterie al Litio, in un sacco di applicazioni lo ha reso richiestissimo con una previsione di sestuplicare i fabbisogni  da qui al 2030 arrivando a necessitarne 1.8 milioni di tonnellate. Ottimizzazioni e riciclo non consentiranno di ovviare a questo dato in modo significativo, per cui l'estrazione è quanto mai necessaria. Situazioni analoghe si hanno per le Terre Rare, il Cobalto, come già scritto altre volte. Un'articolo di alcuni ricercatori dei dipartimenti di Geoscienze di Pisa e Firenze compie una interessante ricognizione sulle potenzialità del nostro paese relativamente all'estrazione di Litio. Cogliamo l'occasione per ragionare sul tema e per arrivare ad una riflessione che riguarda la Geologia Italiana, intesa come comunità tecnico scientifica.

Ad oggi sono due le principali tipologie di riserve che coprono la richiesta mondiale di Li:

- le "brine" che soddisfano il 60% della produzione mondiale, che corrispondono a bacini evaporitici, ossia siti in cui durante la storia geologica si sono avuti eventi siccitosi che hanno permesso la precipitazione di sali di Litio (processo similare a quello che porta a produrre la salgemma nelle saline), i più importanti sono in Cile, ma ne troviamo praticamente lungo tutta la costa pacifica americana;

- le "pegmatiti" che sono rocce magmatiche intrusive, ossia che non escono a "giorno" e che corrispondono alla fase finale della solidificazione di magmi granitoidi (cioé che danno origine a rocce ricche in feldspati, quarzo, plagioclasio, miche etc) in cui spesso si hanno abbondanti presenze di minerali quali lo spodumene (un pirosseno) o la lepidolite (mica) ricchi in Litio. Queste si trovano in U.S.A., Brasile, Australia e Africa.

Un caso interessante è la miniera di Jador in Serbia, che oggi produce il 10% del richiesta mondiale di Litio e che è costituita da un giacimento di Jadorite, un minerale borosolicato derivante da alterazione idrotermale (risalita acque calde da circuiti magmatici sotterranei) di argille vulcaniche.

In Europa le "brine" non sono particolarmente estese, mentre lo sono le pegmatiti che troviamo in Galizia (non a caso sito di grande interesse nella strategia europea di approvvigionamento di Litio), Francia, Ucraina, in corrispondenza delle intrusioni magmatiche che si sono generate durante l'orogenesi ercinica-varisica, avvenuta nel Carbonifero (350-300 milioni di anni fa), in cui i paleocontinenti di Gondwana e Laurasia collisero generando le catene più antiche dell'Europa. 

In Italia le pegmatiti ci sono, ma non sono sempre in posizione utile potremmo dire. Gli affioramenti paleozoici non sono molti. Ne abbiamo in Sardegna, isola d'Elba e Calabria, con concentrazioni di Li variabili, si hanno presenze associate con i terreni austroalpini in alcuni tratti delle Alpi e in corrispondenza di metamorfiti permiane. In Alto Adige esiste una concentrazione di minerali simil Jaderite che meriterebbe approfondimento. 

Molto interesse però destano siti dislocati lungo la catena appenninica.

Larderello noto per i campi geotermici, i Campi Flegrei, i Colli Romani, l'Appenino settentrionale nelle zone di sfruttamento idrocarburi. In queste zone abbiamo circuiti idrotermali ad alto o a bassa entalpia che attraversano terreni paleozoici, talora evaporiti, producendo brine ad alto contenuto in Litio. Spesso si ha anche un elevato rapporto Mg (magnesio)/Litio, il che rende problematica l'estrazione di quest'ultimo, quindi l'apprezzabilità di questa fonte potenziale dipende anche dal rapporto Mg/Li. 

Siamo, quindi, ad una fase di conoscenze ancora sommaria, ma gli elementi per approfondire e le potenzialità di fonti accessibili ci sono tutte.

Perché porsi questa questione della reperibilità di Litio in Italia? Il nostro paese si sta avviando a diventare un grande produttore di batterie al Litio. Capite bene che poter contare "anche" su approvvigionamento "casalingo" riduce costi e impatti. Ovviamente l'attività estrattiva non è indolore e va gestita con grande attenzione alla "sostenibilità" e compatibilità che devono essere pratiche e non enunciazioni. L'estrazione del litio in sudamerica ha impatti ambientali pesanti e le condizioni dei lavoratori sono di fatto schiavistiche. La rivoluzione verde non si può fare sulla pelle dei paesi poveri, altrimenti, col capitalismo del fossile non c'è grande differenza. Anzi sarebbe un peggioramento, visto che le estrazioni di idrocarburi si sono "umanizzate" significativamente rispetto agli inizi.

E qui arriviamo finalmente a noi Geologi. Che troppo spesso ci raccontiamo come irrilevanti o sulla via del tramonto. La decarbonizzazione dell'economia, la transizione energetica dal fossile alle rinnovabili se non vogliamo siano solo slogan per concretizzarsi richiedono comunque l'attingimento di risorse naturali. Certo questo va fatto in modo controllato e il più possibile sostenibile, vanno efficentati i processi e massimizato il recupero, ridotto lo spreco, ma il ricorso a risorse naturali è e resterà ineludibile. Così come la necessità di perseguire il più possibile, la massima prossimità praticabile tra materie prime e utilizzazione. L'Italia vuole  essere soggetto forte nella produzione di batterie e per questo le serve Litio. Possibilmente Europeo. Meglio se anche un po' tricolore. Serve pertanto recuperare vecchie professionalità accademiche oggi desuete, serve aprirsi a nuove necessità di approfondimento tecnico e scientifico. Serve riprendere attività di prospezione in Italia in modo innovativo e attento, serve una nuova fase della Geologia mineraria in questo paese e la riscoperta della Geologia Economica. Serve che l'accademia ne sia consapevole, come la comunità professionale dei Geologi. Serve esserci perché i campi sono quelli nostri e se vogliamo che questa cosa sia fatta bene e non sia l'alba di una nuova economia di depauperamento dell'Ambiente dobbiamo esserci. Da protagonisti.


Bibliografia

Minerals | Free Full-Text | Lithium Occurrence in Italy—An Overview (mdpi.com)


martedì 23 agosto 2022

Un Tesoro al Piano Terra.


No, non ci siamo messi a fare i recensori di libri, non ci riconosciamo sufficiente cultura per farlo e sopratutto nemmeno dignità e status. Siamo solo degli avidi lettori, a cui piace raccontare e raccomandare ciò che si legge, se ne vale la pena. Con la lettura di Un Tesoro al Piano Terra, di Andrea Moccia, quello di GEOPOP per capirci - di cui forse sarebbe giusto mettere un link stabile in questo blog - abbiamo sostanzialmente letto almeno un libro di tutte le geo o eco star mediatiche (prima di lui - in senso cronologico - Fanti, Cau, Tozzi, De Angelis, Mercalli. Gli Angela non sono elencati in quanto appartenenti alla categoria del divino) del momento. Partiamo dalla premessa, Moccia è bravo nella sua opera di divulgazione. E a noi ci sta antipatico, un poco, perché ci piacerebbe fare quello che fa lui, solo che non siamo capaci. Detto questo, il libro lo consigliamo ai geologi e ai non geologi. 

Ai non geologi perché davvero in modo appassionante ed estremamente chiaro, praticamente quasi visivamente, il testo riesce ad introdurre concetti complessi riguardanti le questioni energetiche in particolare, ma anche il cambiamento climatico, unitamente a temi base delle Scienze Geologiche, consentendo davvero ai non del mestiere di approcciare tematiche articolate e di estrema attualità. Ottima anche l'idea di permettere il link ai supporti video del canale di Geopop.

Ai Geologi invece lo consigliamo perché l'autore ricorda loro la necessità che siano parte attiva nella società, con la divulgazione in primis, svolgendo un ruolo di informazione sociale dell'opinione pubblica affinché si approcci ai temi della transizione energetica o della tutela ambientale in modo razionale e non umorale, in modo da non cader preda di imbonitori e ciarlatani; poi con l'attenzione ad ampio raggio dei temi con cui trattano quotidinamente. Il Geologo non può non aver consapevolezza delle dinamiche sociali ed economiche che lo sfruttamento delle georisorse hanno, siano esse fossili o i metalli della green economy, il Geologo non può non saper contestualizzare anche da un punto di vista sociale le tematiche geologiche. E' una forte assunzione di responsabilità e consapevolezza, da cui deriva anche l'autorevolezza che la figura del Geologo dovrebbe avvere e che noi tutti avvertiamo oggi mancare. Troppo spesso il Geologo è chiamato solo per commentare sbrigativamente l'evento calamitoso e poco altro. Ma se questa autorevolezza e il riconoscimento sociali oggi mancano, non tutte le colpe stanno altrove o nel destino cinico e baro. Un po' ci si deve guardare allo specchio. Moccia lo fa, prova a metterci una pezza, e ci riesce anche in buona parte.

lunedì 15 agosto 2022

Ciao Piero

Ci permettiamo di darti del Tu, Piero, sebbene la nostra conoscenza diretta non lo permetterebbe. Abbiamo avuto solo 2 fugaci incontri e un libro autografato. Troppo poco perché tu ti possa ricordare di noi. Ma noi di te non ci possiamo scordare. Lo ammetto senza timore di apparire sdolcinato. Quando abbiamo saputo della tua scomparsa abbiamo pianto. Davvero. Come se ne fosse andato un nostro parente prossimo o un amico carissimo. Io ricordo bene le serate a guardare "Nel Pianeta dei Dinosauri" con mio padre. Il libro in regalo. E poi "Viaggio nel Cosmo" e "La Macchina Meravigliosa". Superquark. I disegni di Bruno Bozzetto. Le puntate registrate su VHS. Se sono diventato Geologo lo devo essenzialmente a te. Alla curiosità che instillasti nella mente di un bambino che non sapeva quale fosse il suo posto al mondo. Se mi diletto nel cercare di spiegare come funziona questo mondo agli altri, di riportare ciò che ho imparato e imparo, anche questo lo devo a te. La tua eleganza, la tua cortesia, il garbo, la simpatia e la capacità di render piano ciò che era tortuoso sono stati sempre un ideale a cui tendere, per me malfatto e malconcio. La tua battaglia per una società più ragionante, in cui fosse l'approccio scientifico e non quello irrazionale a governare il dibattito è diventata anche la nostra, anche se non siamo mai riusciti a combatterla come avresti voluto tu, ma ci abbiamo sempre provato e ci proveremo sempre. Lasciandoci ci hai lasciato come sempre un messaggio di grande realismo, ma anche di speranza. Non ti sfuggivano i problemi della nostra società e del nostro tempo, ma non hai mai smesso di ricordare che l'impegno di ciascuno può fare, alla lunga, la differenza.

Ci impegneremo Piero. E non ti dimenticheremo. Ti abbiamo voluto molto bene.

martedì 28 giugno 2022

Cacciatori di Dinosauri

Non potevamo non leggere il libro di Federico Fanti paleostar in ascesa, protagonista di una serie di documentari su NG, professore a Bologna, anche se sapevamo in partenza che probabilmente avremmo goduto della lettura, ma anche sofferto. E così è stato. Goduto perché il libro, che non è per soli PaleoNerd (usiamo un po' di slang giovanile, avremmo detto paleontofili ai tempi in cui eravamo rispettabili), e nemmeno per addetti ai lavori, è per l'appunto per tutti. Dai giovani curiosi di paleontologia, a quelli affascinati dai dinosauri, agli studenti di Geologia, agli attempati che magari si sono messi a guardare i documentari di Fanti in TV. Viene presentato il lavoro di Paleontologo dei dinosauri, ovvero del "Cacciatore" come si autodefinisce con entusiasmo più volte il professor Fanti nel corso del suo racconto, nell'esperienza personale dell'autore. Tra viaggi in giro per il mondo e peripezie di vario genere, che vanno dalla perquisizioni notturne, gli orsi, la dissenteria, la ricerca di fondi e l'orrido mostro delle burocrazia. Si parla di scoperte e di intuizioni paleontologiche, della necessità di combattere il mercato dei fossili, problema annoso, che priva gli studiosi di materiale da capire e in generale fa perdere informazioni preziosi per capire l'evoluzione dei grandi sauri, oltreche alimentare la depredazione di territori.
Sebbene si dia a tratti un'immagine all'Indiana Jones del Paleontologo, si evidenzia il fatto che stiamo parlando di uno scienziato, che si alterna tra campo e laboratorio e qualche peripezia in più degli altri. Non può non esserci una passione pura per fare questa professione, passione che parte presto nell'autore, ma mediamente in un po' tutti i Paleontologi. Insomma ci si nasce. 
Tocco davvero intrigante il riportare stralci originali dei diari di campo, che ben rappresentano il modus operandi di un Geologo quando rileva. Fanti evidenzia bene come quando si scopra un fossile, sia un elemento imprescindibile anche lo studio della roccia che lo contiene e del circondario, per poter ridare vita fino in fondo al reperto. 
Ci si permetta un solo appunto a noi miseri dilettanti, nel capitolo in cui si parla di dinosauri italiani parrebbe che fosse la scoperta di "Ciro", lo Scipionix Samniticus, il dinosauro di Pietroja, a rivelarci che anche lo stivale nel Mesozoico ospitava grandi sauri in realtà lo si sapeva da ben prima, dalle impronte dei Lavini di Marco a Trento o del Pelmetto a Belluno (speriamo il Fanti, se mai ci leggerà, sia meno irascibile del suo mentore, l'esimio Prof. Vai, che tanto s'adirò lustri fa, con noi umili commentatori, che osammo fare una recensione  con qualche osservazione su una mostra dedicata ai dinosauri nel museo Cappellini di Bologna).
Ed il soffrire? Oh per tutti il libro sarà piacevole, ve lo consigliamo davvero, ma per quelli come noi, un po' amaro in bocca ce lo ha lasciato. 
Perché anche noi, come il Fanti, siamo stati affascinati in tenera età dai grandi sauri (e se il suo preferito era lo Stegosaurus, il nostro era il Triceratops); anche noi ci siamo iscritti a Geologia perché volevamo affrontare la sfida di scavare dinosauri in giro per il mondo e capire in che ambiente son vissuti e come hanno fatto ad avere il loro enorme successo evolutivo. Anche noi avremmo voluto dedicare una specie ad un amico. Ma noi non lo abbiamo fatto. E non tanto per incapacità o sfortuna, ma per paura e pigrizia. Alla fine siamo scesi a compromessi. Avremmo dovuto, forse, cambiare ateneo, alla ricerca di uno dove ci fosse un corso dedicato, avremmo dovuto, magari, fare una più lunga esperienza all'estero. Trovare la forza di lasciare amici e occupazioni e abbracciare la sfida di un mondo più grande. 
Ed invece prima abbiamo optato per la micropaleontologia, per altro con brillante esito, ma poi anche lì, spinti dal calcolo - e da una certa incapacità di "mediazione" - abbiamo optato per la Geologia Ambientale. E da 20 anni ci barcameniamo tra rifiuti, bonifiche e acque sporche. Avremmo voluto l'ardimento di Fanti. Non la passione di mancò, ma il coraggio  e, forse, un pizzico di incoscienza. 
In fondo quel bambino che aveva il poster dei dinosauri in camera e faceva diorami e scheletri per diletto, che scriveva quaderni di teorie e divorarava libri, lo abbiamo tradito. E non c'è giorno che non ce lo ricordi.
Al professor Fanti va il nostro plauso, il nostro entusiamo, la nostra invidia, e un po' di rammarico.
Scusate la digressione intimista. Leggete il libro. Se siete genitori fatelo leggere ai vostri figili.

giovedì 9 giugno 2022

Il green new deal è pulp, molto pulp. Pure troppo.

Quando si parla della transizione ecologica, delle rinnovabili, delle energie e tecnologie alternative, che dovrebbero sostituire i combustibili fossili e il motore a scoppio, normalmente ci immaginiamo un futuro, come quello presentato in certi film, una Terra tecnologica, pulita, pacifica, progredita. E se qualcuno prova a fare le pulci a questo scenario viene annoverato tra i "cattivi", biechi agenti della Lobby del Fossile, retrivi agenti del Cambiamento Climatico. Questo perché, nella moda della semplificazione, le rinnovabili sono il bene, il resto male. Semplice. Ma la realtà purtroppo non è semplice. La Terra è un insieme di processi e storie complesse e complicate e così le sue interazioni col genere umano. E per la cronaca, un cambio di passo nel rapporto Uomo - Terra, serve all'Uomo non alla Terra. Nel senso che se compromettessimo a tal punto il quadro ambientale planetario da giocarci la nostra permanenza come specie, tempo un paio di milioni anni, a farla grande  - geologicamente uno starnuto - e il nostro Pianeta sarebbe di nuovo più bello che pria. Ma senza di noi.  Tornando all'argomento del post, la green economy, la mobilità con auto elettriche, l'utilizzo di eolico e solare come fonte principale di approvvigionamento energetico, comporta il ricorso a tecnologie che richiedono un forte contributo di minerali, per la produzione di batterie e conduttori. Litio, Cobalto, Nichel, Terre Rare, tanto per fare qualche nome. Con incrementi di fabbisogno da qui al 2050, se dessimo corso a tutti gli annunci fatti dai vari leader mondali, anche del 500% rispetto all'odierno. Dobbiamo esserne consapevoli. Come del fatto che l'attività estrattiva è spesso enormemente impattante ambientalmente e socialmente. Oltre che Geopoliticamente. Una transizione affrettata, emotiva, che investa su tecnologie immature, o che non considere anche la sostenibilità economico - sociale rischia di naufragare tragicamente, travolgendo anche lo stesso ordine sociale, anche nelle democrazie più solide. Sui metalli necessarie alle tecnologie green si stanno giocando guerre commerciali e finanziarie, e scelte che non soppesino adeguatamente gli scenari rischiano per esempio di far sì che da una dipendenza dalle fonti fossili e dai paesi produttori - spesso tutt'altro che libertari e democratici - se ne passi a una dai detentori dei monopoli sulle terre rare per esempio, tipo la Cina - del cui concetto di diritti civili, per esempio, non occorre dare grandi illustrazioni. Ecco perché la transizione va governata, e non vanno buttate a mare scelte di compromesso non al ribasso, ma di buon senso e sopratutto in primis, prima che preoccuparci di come produrla l'energia, dobbiamo iniziare a lavorare seriamente su come non sprecarla e consumarne meno.

E' per questo che ci sentiamo di consigliarvi caldamente la lettura del libro "Energia Verde? Prepariamoci a Scavare, di Gianni Brussato. Brussato è un Ingegnere Minerario (chissà perché i minerari ci risultano sempre simpatici rispetto agli altri Ingegneri) che col suo libro ci guida nel mondo dei minerali che sono/saranno cruciali per il nuovo paradigma energetico. In un viaggio intorno al mondo ci porta a visita miniere e giacimenti, raccontandocene la storia, i problemi e le prospettive. Non è un testo di giacimentologia stretta, anzi, si affrontano temi di geopolitca, sostenibilità ambientale e diritti sociali, infatti, non solo viene chiaramente spiegato, anche per non addetti ai lavori, come funziona l'industria estrattiva e chi sono le principali compagnie mondiali produttrici (al cui cospetto le famigerate industrie petrolifere a volte somigliano un po' a Braccobaldo), ma numeri alla mano, si tracciano le necessità che avremo di questi minerali, tali da rendere impossibile per esempio sopperirvi anche con le migliori pratiche di riciclo, e si analizzano anche le piccole, grandi, a volte enormi questioni che queste attività hanno su ambiente, comunità locali, equilibri sociali, assetti geopolitici. 

E' un testo che, secondo il nostro modesto avviso, farebbe bene leggere ai molti giovani entusiasti dei Fridays for future, non per demoralizzarsi, ma per acquisire consapevolezza e agli studenti dei corsi di Geologia, per comprendere meglio le interconnessioni della loro disciplina col resto del mondo, non solo quello litologico e il livello di responsabilità che devono metterci nel fare il loro mestiere, dove ci sono elementi che non possono fingere di non sapere.

martedì 7 giugno 2022

Jurassic World: "la corazzata Potmenkin" coi Dinosauri.

Tranquilli tutti, non la smeneremo con un lungo post in cui evidenziamo tutti gli errori paleontologici presenti nel film "Jurassic World il Dominio", per quello vi rimandiamo al Blog Theropoda dell'ineluttabile dottor Cau, che si è preso la briga con tutti i film della saga, da lui definita "Billy e il clonesauro", di evidenziare con dovizia di perizia tutte le bestialità presenti, unite a una sua serie di considerazioni tra il serio e il faceto. Vogliamo, però, dire anche noi la nostra. La prima: la maggior parte dei film dell'ultimo quinquennio, se non decennio, dalla saga di Jurassic Park, a Star Wars, Ghostbuster, Star Trek, Rocky, Alien e compagnia cantante sono tutti reboot, remake, sequel, prequel, spin-off di prodotti cinematografici degli anni '80-90. I primi lustri del 21esimo secolo paiono caratterizzarsi per un'estrema assenza di fantasia (è in arrivo anche un nuovo Indiana Jones, per dire...).

Confessiamo che noi, il primo film lo abbiamo adorato. E continuiamo a farlo. Rimane magica la scena dell'incontro con il brachiosauro, e il T-Rex resta iconico. Pazienza, anche lì di cappelle paleontologiche non ne mancavano, ma erano decisamente assai più contenute di tutte quelle venute in seguito. Ci piaceva Sam Neil - pazienza se si è prestato ai sequel - e ovviamente il grande Richard Attemborough. Attore meraviglioso, oltre che fratello del monumentale David.

I film successivi li abbiamo detestati tutti. E per intero visti praticamente nessuno. L'intento di produrre merchandising era evidente, e nel mondo dei Paleontologi quei film sono odiati e amati. Amati perché è vero che sono pubblicità per la disciplina (anche se solo per la Paleontologia dei Dinosauri), odiati perché hanno prodotto stereotipi pesantissimi nell'opinione pubblica sui Paleontologi, il loro lavoro, i dinosauri stessi. 

E poi perché si è creata una schiera di fan della saga, e non parliamo dei bambini che dei Dinosauri sono sempre stati, e sempre lo saranno, ammaliati, che sono peggio di quelli di Star Trek, che ogni volta si prendono la briga di vomitare improperi su tutti quelli che si mettono a commentare il film evidenziandone quelle che spesso sono demenzialità scientifiche (e vi chiederete, ma perché è necessario farlo se è solo un film? Perché se questo film produce distorsioni tali nella percezione che si ha di una scienza, tali da condizionare la stessa - si pensi alle scelte di politica museale, finanziamenti, accesso alle pubblicazioni e così via - perché ovviamente questo produce effetti rispetto alle risorse finanziarie per la ricerca, è ovvio che chi se ne occupa senta il dovere di intervenire).  Questo, a parte l'effetto psicologico che può avere sui malcapitati, se stiamo parlando di ricercatori spesso li rende invisi sui social, strumento oggi molto diffuso anche per la divulgazione e condiziona le scelte dei network per esempio nei programmi di tipo culturale. Basti pensare alla difficoltà nei lustri scorsi di introdurre l'aspetto "piumato" di vari dinosauri, così come risultante dalle evidenze fossili, rispetto a quello impresso nell'immagine collettiva da questi film. Non incontrando i gusti del pubblico, ancor oggi diversi programmi divulgativi ci danno una rappresentazione dei dinosauri più simile a quella di JP che non a quella del record fossile.

E tutto questo, ci si consenta una accenno di critica "Marxista", ovviamente è dovuto al potere economico esercitato dall'industria cinematografica, che ovviamente ben difende la "sua" rappresentazione dei dinosauri. Pensiamo al Velociraptor, è ancora quello del primo film, sebbene ormai sappiamo che nella realtà il suo aspetto fosse tutt'altro. Ma vuoi rinunciare al merchandising consolidato di giochi, gadget, videogame per una coerenza con il record paleontologico? Scherziamo?  Il capitale piega la forza lavoro, figuriamoci quella fossile.

Lasciamo poi perdere le trame, una più imbarazzante dell'altra. Non so se questo sarà l'ultimo film della saga, dicono di sì, dubitiamo. Direbbe Hammond, qui non si bada a spese. Noi continueremo ad amare il primo JP, a ritenere godibili i libri di Chrichton, a non guardare gli altri film e soprattutto con serenità a rispondere a chi ci chiederà un commento sull'ultimo film della saga, allo stesso modo del Ragionier Fantozzi al termine dell'ennesimo cineforum sulla corazzata Potemkin, sperando di non trovarci poi a doverne girare un remake. 

lunedì 16 maggio 2022

BIOPLASTICHE. Sì. ma senza fretta.

Potrei, dire citando un noto filosofo barbuto contemporaneo, cui mi accomuna la tricotica e il carattere non sempre amabile che erano "anni che lo dicevo, anni!", relativamente a quanto emerso da un recente studio in merito alla "degradabilità" delle plastiche bio, ossia non di derivazione da idrocarburi in ambiente naturale. In allora la mia posizione era sorta da osservazioni empiriche non sistematiche, cui non avevo potuto dare compiuta enunciazione. osservavo, però, che le bio plastiche, dovendo sostituire quelle a base idrocarburi (altrimenti dette OXOdegradabili), dovevano necessariamente garantirne le medesime prestazioni, specie nei casi di uso come imballaggio, in termini di stabilità chimica, durevolezza e requisiti meccanici. Questo inevitabilmente, a mio avviso, comportava che dovessero subire dei trattamenti per raggiungere tali prestazioni, da non renderle poi così "digeribili" per l'ambiente come si voleva raccontare. 
Torniamo a quanto dicevamo all'inizio: è notizia di questi giorni, ed ha suscitato un certo eco, quanto emerge dalle conclusioni della prima serie di risultati di uno studio che avrà durata triennale e che vede tra gli altri il contributo del CNR e dell'INGV. Alla pagina indicata del CNR oltre a una sintesi della ricerca trovate i collegamenti per l'articolo pubblicato su Polymers (ed onore al merito per aver scelto una rivista open acess). In estrema sintesi lo studio raffronta il grado di degradazione di diversi polimeri plastici, tra cui alcuni di derivazione bio, simulando la loro permanenza in ambiente marino. Si sono costruite due gabbie metalliche, in acciaio anodizzato per meglio resiste all'attacco dell'acqua di mare e si sono lasciate a mollo, una a circa 10metri di profondità a qualche decina di metri dalla riva, per simulare la flottazione libera in mare aperto della plastica, una invece semi sepolta in prossimità della costa sabbiosa, per simulare le condizioni in ambiente costiero e entro i sedimenti. Il tutto si è svolto in zona di La Spezia e avrà durata di 3 anni, l'articolo in discussione presenta i risultati emersi dai primi sei mesi di osservazione. Da essi emerge che non si rileva particolare differenza in nessuno dei due ambienti tra la degradazione patita dalle plastiche oxo degradabili e quelle bio, che invece risultano estremamente degradate se inserite in un processo di compostaggio. Questo fa concludere ai ricercatori, per il momento, che la persistenza nell'ambiente delle plastiche bio sia similare a quello delle plastiche tradizionali, con tutti i rischi in termini di inquinamento e alterazione delle catene trofiche. Tali esiti hanno ovviamente sollevato le ire dell'associazione ASSOBIOPLASTICHE che raccoglie i produttori di plastiche bio, che critica la scientificità del lavoro, la prematurità delle conclusioni, l'assenza di coinvolgimento, l'errata introduzione di un elemento di rischio nella dispersione delle plastiche bio nell'ambiente e soprattutto lo studio viene dichiarato come dannoso per tutta la filiera di settore.
Lo studio in realtà ha un grande valore, perché sino ad oggi non era mai stata condotta un'indagine sulla degradabilità delle plastiche in ambiente marino reale, sul campo, ma si erano sempre usati modelli di laboratorio. Tale approccio evidentemente doveva portare ad evidenze nuove.
Le platiche Bio ad avviso di chi scrive sono stata una grande operazione di sgravio di coscienza della società. Credere che ci potessero essere plastiche che disperse nell'ambiente venivano scomposte in maniera indolore rendeva la nostra coscienza di consumatori assai più leggera. Tale studio ben ci ricorda che il problema non è il materiale in sé, ma la sua dispersione nell'ambiente, che è problematica per qualsiasi materiale tecnologico, anche il più semplice. 
La vera sfida, quindi, è garantire la corretta gestione di questi materiali una volta che hanno finito il loro ciclo d'uso affinché siano recuperati e non dispersi nell'ambiente. E questo va fatto su scala globale. Finché vi saranno città popolose come l'Italia intera che praticano lo smaltimento  fiume o che hanno corsi d'acqua che attraversano discariche degne dell'Inferno Dantesco la plastica bio o no continuerà ad accumularsi negli ecosistemi marini. 
Si deve ripulire il più possibile e soprattutto, ridurre la produzione di scarti e smettere di disperdere, senza cercare scorciatoie.
E anche sulle plastiche bio va fatta una riflessione serena, rilevandone i problemi di sostenibilità (basti pensare, per alcuni polimeri, alla sottrazione di biomassa per l'alimentazione per la produzione industriale) non vuol dire essere servi della lobby del fossile o nemico della transizione ecologica, semplicemente si vuole far sì che le soluzioni adottate siano davvero tali e non siano invece semplici camuffamenti o posposizioni dei problemi.

giovedì 21 aprile 2022

Plastic Free. Effetti collaterali

Il Covid 19 ha avuto sulle iniziative contro la plastica monouso lo stesso effetto avuto in questi mesi dall'invasione russa dell'Ucraina rispetto alle azioni per la decarbonizzazione dell'economia. Ci siamo trovati a dover tornare sui nostri passi a rivedere le priorità. La gestione della pandemia ha richiesto tonnellate di oggetti monouso. Moltissimi in plastica. Senza contare il packaging di varia natura per il delivery domiciliare che i vari lock down hanno incrementato. 
Le azioni, prima di sensibilizzazione, poi normative, soprattutto in UE di messa al bando di molti oggetti monouso in plastica nasce dalla consapevolezza del fenomeno dell'inquinamento da plastica nell'ambiente, diventato ormai parossistico in alcune aree del pianete e particolarmente evidente e tragico nei mari. La plastica è straordinaria e onnipresente nella nostra vita: "metà di tutta la plastica prodotta è stata realizzata solo negli ultimi 15 anni; La produzione è aumentata in modo esponenziale dai 2,3 milioni di tonnellate del 1950 ai 448 milioni di tonnellate del 2015. Un dato che dovrebbe raddoppiare dal 2050. Ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono dalle nazioni costiere negli oceani. Equivale a buttare cinque buste di immondizia ogni 30 centimetri di costa in tutto il mondo. Spesso le plastiche contengono additivi che le rendono più resistenti, più flessibili e durevoli. Molte di queste sostanze, però, possono prolungare la vita dei prodotti nel momento in cui vengono gettati via. Si stima che alcuni possano durare almeno 400 anni prima di degradarsi. " Scriveva nel 2020 Laura Parker sul National Geographic. Per approfondire rapidamente la questione legata alle incredibili doti di questo materiale, al problema della sua dispersione dell'ambiente e alle potenzialità di una gestione più sostenibile vi consiglio l'agile libretto "La guerra della Plastica", di Guido Fontanelli, ed. Hoepli, che ci conduce nel mondo di questo materiale, evidenziandone pregi e criticità, ma soprattutto richiamandoci ad un approccio meno enfatico ed emotivo, più ragionato e consapevole.
Sul tema delle così dette iniziative "plastic free" a cui sempre più Enti, Cittadini, associazioni aderiscono, vorrei porre alcune riflessioni. 
Queste iniziative solitamente - ovviamente semplifico molto - il più delle volte comportano la sostituzione di oggetti monouso in plastica con altri riutilizzabili, ma molto più spesso, sempre con altri oggetti monouso di materiale diverso ritenuto, o raccontato come "più riciclabile" della plastica. Ci sono intere campagne pubblicitarie sul tema. Come a dire che il problema dell'inquinamento della plastica sia la sua riciclabilità. Oppure la sostituzione con materiali di cui si evidenzia la biodegradabilità - financo alla compostabilità - quindi rassicurando che se dispersi nell'ambiente verrebbero facilmente "digeriti" dagli ecosistemi, diversamente dalla tenace plastica da idrocarburi.
Orbene io penso che questo approccio possa essere dannoso perché:
- diffonde l'idea che il problema dell'inquinamento da Plastica si debba al materiale in sé e non alla sua dispersione nell'ambiente (che può essere dovuta a inciviltà o a mera assenza di sistemi adeguati di gestione).
- la sostituzione con altri materiali raccontati come "bio" potrebbe deresponsabilizzare circa il tema dell'inquinamento diffuso, dovuto alla dispersione (che ci frega raccogliere il rifiuto, se pensiamo che la natura si possa arrangiare?)
- spesso i materiali sostitutivi hanno un'impronta ecologica più pesante della plastica (si consuma di più a produrli) e sono, nei fatti, riciclabili meno volte della plastica (es. la carta).
Queste campagne pertanto, più che "plastic" free dovrebbero essere "waste" free, ovvero finalizzate ad evitare la produzione di rifiuto, favorendo per esempio che si possano avere distributori automatici che consentono l'uso di bicchieri riutilizzabili, che permettano l'erogazione sfusa, o iniziative che favoriscano la riduzione degli imballaggi attraverso le vendite di sfusi o di oggetti a "misura" riducendo gli sprechi. 
E poi ovviamente sostenendo la necessità di cicli industriali adeguati a gestire il recupero della plastica post uso, che devono avere un dimensionamento proporzionato con questo immesso sul mercato, per non avere rischiosi sbilanciamenti.
Sostituire un oggetto che diventerà un rifiuto con un altro, che comunque avrà la stessa sorte, ma che gode solo di migliore stampa, non è affatto ambientalmente positivo, lo è invece evitarne la produzione, riducendo così la pressione sui sistemi di raccolta e comportando un radicale mutamento di consumi, comportamenti e modelli economici.

martedì 19 aprile 2022

Abbiamo smesso di imparare dagli Errori. Ma non di farne.

Sul National Geographic Magazine di questo mese (LINK) c’è un interessante articolo di Valerio Gualerzi  che racconta lo stato dell’arte del Salento flagellato dalla XYLELLA. Come sempre il NG ha sempre uno straordinario tempismo. La vicenda della diffusione della malattia, unitamente a quell’incredibile serie di eventi di mobilitazione sociale e giudiziaria che portarono ad imbastire un processo contro chi lavorava per fermare l’infezione, sulla scorta di una teoria del complotto della peggior specie, è raccontata in modo piuttosto conciso, ma tremendamente preciso ed efficace. Rileggendo quei passaggi, davvero, di nuovo, mi sono chiesto: ma come diavolo è potuto capitare un simile cortocircuito e un’azione così irragionevole di Istituzioni locali e Giustizia? L’articolo evidenzia poi le similitudini nelle reazioni e del dibattito pubblico in quella vicenda con quello avuto sul Covid e oggi sulla guerra in Ucraina. Io ci aggiungo quello sui precedenti casi Stamina, Di Bella, e del processo alla Commissione Grandi Rischi. Una grande responsabilità ce l’hanno i media, estremamente impreparati nella maggioranza dei casi ad affrontare e raccontare temi complessi e ad alto contenuto tecnico scientifico, non c’è dubbio. Ma giustamente l’articolo  rileva anche la responsabilità della stessa comunità scientifica e delle Istituzioni che la rappresentano, troppo spesso una comunicazione inefficace o insufficiente ha fatto e fa da carburante per i mestatori e travisatori, riducendo la fiducia dell’opinione pubblica – anch’essa comunque affetta da una tara emotiva e irrazionale preoccupante – abbiamo rivisto le medesime scene con i talk show con i virologi ai tempi del Covid, dove eminenti studiosi, in un mix di narcisismo, frenesia comunicativa e inesperienza nella comunicazione al grande pubblico alla fine hanno fatto più danno che bene, nonostante le buone intenzioni, meglio avrebbero fatto a rimanere nei loro laboratori in taluni casi. Si aggiunga l’azione, poi, proditoriamente volontaria, di alcuni avvelenatori di pozzi professionisti, che i media non sapevano, o non hanno voluto, discernere rispetto agli altri. Meglio hanno fatto alcuni sparuti divulgatori, che però, spesso, hanno avuto ridotto accesso al grande pubblico. E tralasciamo l’azione delle istituzioni, troppo spesso popolata da figure del tutto inadeguate ad affrontare la complessità o più interessati a rimestare nel torbido per mero calcolo elettorale. Pensiamo alla pandemia di Covid 19 e come saremmo messi se avessimo avuto ancora la demenziale gestione Contiana.

L’effetto ovviamente nel caso XYLELLA è stato quello di far sì che chi doveva cercare di affrontare il tema non è stato in grado di farlo, perché bloccato dall’azione giudiziaria, ostacolato da un’opinione pubblica aizzata da dei media filibustieri o inetti, e dalle Istituzioni locali, che hanno troppo spesso preferito dar spago per calcolo o per inerzia alle più infondate sciocchezze. Questo ha comportato la perdita di intere comunità di olivi e l’estremo ritardo nel contenimento della malattia. E’ l’ennesima volta in cui in questo paese assistiamo a scelte scriteriate di Istituzioni e Magistratura, inebetite da un clima di irragionevole isteria mediatica e sociale. Come ogni volta si evidenzia la necessità di:

  •  Avere una comunicazione scientifica delle istituzioni più chiara ed empatica
  • Avere scelte coerenti a quanto comunicato
  • Rafforzare il presidio tecnico-scientifico nelle Istituzioni
  • Migliorare la capacità dei media sui temi complessi e con aspetti scientifici
  • Aumentare l’educazione alla comprensione delle informazioni  dei singoli cittadini, partendo già dalla scuola
  • Migliorare il dibattito pubblico evitando di applicare un irrazionale “par condicio” tra posizioni razionali e altre infondate e illogiche.

Ogni volta viene stilata una bella lista di cose da fare. Ogni volta la dimentichiamo. Ogni volta al manifestarsi di un fenomeno complesso ripetiamo gli stessi errori, ma in modo sempre più esteso. Ogni volta. In una spirale discente sempre più demenziale.

Le sfide che ci si parano di fronte, però, non le possiamo affrontare così o le perderemo, tragicamente, tutte.

Errare è sicuramente umano. Ma il perseverare no. Così almeno si dice.