mercoledì 29 novembre 2017

L'ambientalismo dello struzzo.

Si è conclusa qualche settimana fa l'annuale edizione di ECOMONDO, come sempre con la ovvia soddisfazione degli organizzatori, per la partecipazione, i contenuti, l'elogio alla green economy, i passi in avanti fatti dall'Italia nell'ambito di riduzione emissioni e gestione rifiuti. Tutto bello. Di seguito è arrivata da parte del governo la presentazione della Strategia Energetica Nazionale, con investimenti, riduzione emissioni, conversione industriale, uscita dall'uso del carbone  nel 2025. Anche qui tutto bello, tutto limpido. Insomma. I problemi ci sono e sono stati affrontati come sempre nei "corridoi" lontano dai riflettori, mentre sarebbe giusto fossero socializzati, poiché ci sono dei luoghi comuni che vanno sfatati sia nell'opinione pubblica che tra i decisori politici, troppo spesso guidati da opinioni avulse dalla realtà concreta.  Attualmente il sistema del recupero materia dalle raccolte differenziate, che il rapporto ISPRA 2016 testimonia essere gagliarde, 52,5% la media nazionale, calcolata con nuovo sistema, +5 punti rispetto al 2015, con anche un incremento di 1,5% nella produzione complessiva di rifiuti (in crescita dopo 5 anni di regressione, segno tangibile di una certa ripresa dei consumi), è in difficoltà, strutturale, ovverosia sono in difficoltà i circuiti industriali, di diverse filiere e in particolare quella che gestisce gli scarti, perché è bene dirselo qualsiasi attività di recupero rifiuti produce scarti, piaccia o no è così, e chi racconta la favola del riciclo al 100%, racconta appunto favole, oltre che contraddire la termodinamica. FISE-UNIRE, associazione che raccogliere le industrie del riciclo, dichiara una produzione di almeno 25milioni di tonnellate di scarti l'anno. Molti valorizzabili o comunque gestibili in cicli di recupero energetico, ma gli impianti esistenti sono saturi, oppure precettati per  la gestione (a oneri maggiori) dei rifiuti urbani indifferenziati e anche i nostri sfoghi esteri stanno riducendo gli spazi. E' un problema sia impiantistico - disponibilità effettiva d'impianti - che di costi, gestire gli scarti dei cicli di recupero, ai costi degli urbani, rende impossibile la sussistenza di un ciclo industriale economicamente sano (ossia che si regga sulle sue gambe e non con sussidio pubblico).  Questa situazione, se non si sblocca, rischia di compromettere pesantemente le ambizioni del nostro paese in materia di obbiettivi "verdi" in campo economico. O capiamo che ci dobbiamo far carico industrialmente di tutto il ciclo, il che vuol dire dotarsi di impiantistica adeguata, o presto torneremo indietro. La politica non può essere su questo, imbelle, ipocrita o impreparata. Ma purtroppo lo è, basta andare a vedere le recenti regionali siciliane, i vari candidati presidente, interrogati sul tema della gestione rifiuti, che in Sicilia è disastrosa, in termini di raccolta differenziata, ricorso a discarica e abbandono, hanno dato risposte o inconcludenti, o avulse dalla realtà o non hanno saputo rispondere. Insomma come vuole leggenda metropolitana sugli struzzi, meglio mettere la testa sotto la sabbia che affrontare i problemi.
Affiancare il recupero energetico, al recupero di materia, non è vero che deprime le raccolte differenziate, il rapporto ISPRA 2016, lo dimostra ancora una volta, le regioni con percentuali di ricorso a incenerimento superiore al 20% hanno risultati di raccolta eccellenti. Ma rischiamo di compremettere il recupero materia se non gestiamo oculatamente gli scarti e talune filiere, come il legno, il "verde" e l'umido, frazioni in cui il recupero energetico è una soluzione virtuosa, sia per il risparmio economico, che per  quello ambientale, piaccia o meno il recupero energetico è complementare (e necessario) ai cicli di recupero materiale, (1). Usare CSS (Combustibile Solido Secondario - ricavato trattando il secco residuo e gli scarti di altri cicli), in loco e in luogo del carbone porta a ridurre emissioni di CO2 e contenere i costi, e consentirebbe a risorse economiche di rimanere in Italia. Il rapporto ISPRA evidenzia come in particolare Austria e Ungheria siano le mete predilette delle nostre esportazioni di rifiuti e CSS, dove sono usati per produzione energetica (ottenendo il risultato di farsi pagare per farlo, ridurre uso di fonti fossili e ridurre emissioni).
E qui si apre una questione. Sono solo impianti di incenerimento, o termo elettrici i destinatari? No, una parte importantissima, sopratutto per il CSS la fanno i cementifici, sia in Ungheria che in Austria. Orbene, tenuto conto della contingenza attuale, che richiede risposte non più differibili, ipotizzare di realizzare nuovi impianti per la gestione del CSS, è auspicabile, ma sicuramente ha tempi inadeguati a affrontare con celerità le criticità presenti e quelle che si palesano all'orizzonte. Convertire al CSS cementifici esistenti ha, invece, l'indubbio vantaggio di essere una strada più rapida. Anche la Commissione UE, nella disamina delle gerarchie del recupero, ritiene necessario un mix di recupero di materia e energia e nel recupero di energia ritiene ci possa essere ruolo importante dell'industria cementiera, come ribadito in una sua comunicazione di gennaio 2017.
Se proviamo a ragionare di CSS nei cementifici qui, apritici cielo. Nel virtuoso Veneto, faro italiano nelle raccolte differenziata, ma oggi altrettanto in affanno per le carenze impiantistiche, ci sono almeno tre  realtà che si sono proposte in tal senso, in tutti e  tre i casi, comitati indottrinati&politica ipocrita hanno gridato all'attentato, uniamoci la macchinosa burocrazia italica e il mix letale è fatto. 
Quali sono gli elementi ritenuti controversi dalla pubblica opinione in merito all'uso dei CSS nei cementifici in luogo del PET-COKE (combustibile derivato dal carbone)? Lo capiamo leggendo le pubblicazioni di associazioni medico-ambientaliste spesso coinvolte con le proteste dei comitati locali, citiamo tra tutte, come pià rappresentativa ISDE (Associazione Medici per l'Ambiente), che ha predisposto una relazione inviata all UE sul tema CSS nei Cementifici. Trovo corretto, solo per dovizia di dettaglio, far notare che nel comitato scientifico di questa associazione ci sono anche medici "omeopati", e qualche altro esperto, ma non essendo medici (noi), non entriamo troppo nella questione. Cosa si sostiene contro l'ipotesi CSS nei cementifici? Sostanzialmente che:
  1. i forni dei cementifici non sono progetatti per il CSS, diversamente da quelli per gli inceneritori, non sono idonei quindi alla loro combustione  (sorvoliamo sull'aspetto che ISDE è di fatto, comunque contraria anche agli inceneritori);
  2.  la combustione di CSS nei cementifici emetterebbe metalli pesanti, mercurio e cadmio in particolare, oltre ad altri, in misura significativamente superiore all'uso del PET COKE, con aggravio di aspetti legati alla salubrità ambientale;
  3. vi sarebbe aggravio di emissioni di DIOSSINE, PCB e altri inquinanti organici persistenti (POPS);
  4. le ceneri residue sarebbero tossiche, quindi, inadatte al riuso nel cemento (già oggi nei cementi industriali, si inseriscono ceneri da centrali termoelettriche)
Va detto che come caso di studio per suffragare i propri dati, ISDE ha scelto un impianto cementiero piuttosto vecchiotto, e anche una bibliografia vecchia di oltre un decennio. I rilievi su indicati, infatti, in passato erano stati posti anche agli stessi inceneritori, in particolare quelli degli anni 80, ma  l'introduzione di nuove tecnologie ha permesso di adeguare vecchi impianti e di progettarne di innovativi (2) e questo lo si è visto anche nei cementifici di adeguata dotazione tecnica, dove le preoccupazioni circa le emissioni al camino si sono ampiamente dissipate (3), poi, per carità di patria, non stiamo a ricordare come le emissioni residenziali diffondano incontrollate ben di peggio. Circa l'utilizzo delle ceneri e delle scorie da incenerimento, va detto che queste hanno una elevata potenzialità per recupero metalli e che in ambito europeo sono variamente utilizzate, dalle costruzioni stradali, all'edilizia o alla discarica (4), a dimostrazione che evidentemente tali scorie e ceneri, con gli opportuni accorgimenti, non sono così ostiche da trattare. Va rilevato che le ceneri reimpiegate nei cementi, devono essere utilizzate rispettando i protocolli di produzione dei cementi stessi, che si ricorda essere prodotti, che devono conseguire una marchiatura CE per la loro immissione sul mercato. In tal senso quindi, l'AITEC (l'associazione di categoria dei cementifici - torva lobby di potere, che al confronto quelli del tabacco sono pollastri), assicura la presenza di importanti protocolli di controllo, e ricorda, cosa che in effetti non è opinibile, che l'uso di CSS nei cementifici già oggi consente il risparmio di 300mila tonn di emissioni di CO2, se poi consideriamo anche che evitando di usare PET COKE si usa un combustibile più prossimo, questo dato sale ulteriormente. E' ovvio che AITEC spinga sul CSS, poiché usandolo come combustibile i cementifici risparmiano in costi di approvvigionamento e, anzi, possono farsi pagare per la ricezione del combustibile (ovvio che non sia la filantropia il motore di tale disponibilità, ma del pragmatismo utilitarista, che è, però, l'unico che può conciliare la sostituzione del Pet-Coke, che per il cementificio comporta il fatto di doversottostare a protocolli di controllo ambientale ben più stringenti di quelli cui sono tenuti ordinariamente), ma altrettanto vero è che ciò ha indubbie ricadute positive anche per la collettivià, ad esempio minor dipendenza dall'estero per combustibile da importare e per rifiuto da esportare, riduzione di movimentazione e trasporti, riduzione emissione CO2, riduzione costi sistema gestione rifiuti e maggior autonomia e stabilità del medesimo. Oggi ne avremmo tanto bisogno (sic!).
Possiamo, dunque, continuare a fingere che il problema di associare ai processi di recupero materia dei processi di recupero energetico (che servono per gestire quei flussi che i primi non possono trattare o gli scarti che da questi derivano) non ci riguardi, e affrontarlo emotivamente, ma questo non lo farà sparire, anzi, continuerà a riproporsi in maniera sempre più urgente e incombente, finché ne saremo sommersi. Letteralmente.




fonti:
(1) Grosso, Ingegneria dell'Ambiente pp 1-3, vol. 2 n. 4/2015
(2) Tirler,Palmitano,Raccanelli, Ingegneria dell'ambiente pp 35-44 , vol. 4 n. 1/2017
(3) Cernuschi, Grosso, Biganzoli, Sterpi, Implicazioni ambientali dell'utilizzo di combustibile da Rifiuto nella produzione di cementi, Politecnico di Milano, 2014
(4) Riva, Biganzoli, Grosso, Ingegneria dell'Ambiente pp 28-42, vol. 3 n. 1/2016.
http://astrolabio.amicidellaterra.it
http://www.ilsole24ore.com
http://www.greenreport.it
http://www.materiarinnovabile.it
http://www.isde.it
http://www.formiche.net
http://www.ledijournals.com/ojs/index.php/IngegneriadellAmbiente

sabato 4 novembre 2017

Miniere&Foreste: l'ardua convivenza

L'attività estrattiva  indubbiamente  ha un impatto non secondario sulle matrici ambientali. Oltre alla diretta interazione col sottuolo, all'estrazione di minerali, alle possibili interferenze con la circolazione idrica sotterranea, va tenuto conto dell'impatto che le attività estrattive hanno sulla qualità dell'aria, sull'incremento di traffico veicolare, non che della problematicità paesaggistica e della spinosa questione delle risulte di scavo e dei procedimenti, spesso piuttosto "hard" di estrazione del minerale. Se poi la miniera sorge entro una foresta, vi è anche il problema della deforestazione, che diventa enorme se la foresta è quella amazzonica. Uno studio di Laura Sonter dell'Univeristà del Vermont e di colleghi di varie istituzioni, pubblicato su Nature Communications, riportato su Le Scienze,  analizza attentamente la questione ridefinendone la portata. Sino a oggi si riteneva che la deforestazione dovuta alle attività minerarie in Brasile fosse limitata alle zone di concessione e che il contribuito alla riduzione di area a foresta di tali pratiche fosse relativamente contenuto entro i limiti delle concessioni di scavo e che spettasse all'urbanizzazione e all'agricoltura la palma per la responsabilità sulla riduzione degli spazi per gli alberi,  non è esattamente così. Lo studio citato ha analizzato 15 anni di foto aree dell'agenzia spaziale brasiliana e considerato le concessioni per diverse tipologie di attività estrattive, riscontrando che il tasso di deforestazione dell'Amazzonia, legato alle attività minerarie è di circa 12 volte più grande di quanto si credesse e che non si concentra tanto nell'area di concessione, ma fuori da questa. Infatti, l'apertura di una miniera, comporta la creazione di una rete infrastrutturale di supporto, non che spesso l'insorgenza di aree urbane non troppo lontane dalla miniera stessa o comunque limitrofe alla realtà urbana esistente più prossima all'attività. Questo perché la miniera richiede strade, depositi, manovalanza. Almeno il 10% della deforestazione amazzonica complessiva, che pure ha avuto una riduzione grazie a vari accordi, negli anni precendeti, più che altro, si deve all'attività mineraria. Troppo. Questo, nonostante una significativa riduzione  negli ultimi anni, sopratutto grazie all'attività di associazioni ambientaliste e di centri di ricerca che hanno indotto il Brasile a dotarsi di una legislazione più limitante in tal senso. Ora va detto che l'attività mineraria ad oggi ci è indispensabile,  pensiamo al tasso di incremento demografico dell'umanità e al sempre maggior accesso a prodotti vari, specie di tipo tecnologico, di una fascia sempre più ampia di popolazione. I processi di recupero materia non sono ancora efficenti sufficientemente a livello industriale qualiquantitativo per consentirci l'abbandono dei giacimenti. E non lo saranno ancora per molto, purtroppo. Come Geologi, non possiamo fingere di non sapere. Già in post precendeti sull'attività estrattiva di metalli, ho ricordato come il Geologo non possa interpretare il suo ruolo in modo burocratico e asettico, ma debba rendersi conto degli effetti sulle matrici ambientali delle attività che avvengono sotto la sua supervisione e agire di conseguenza, cercando di unire opposte esigenze. Così come degli effetti sulle "matrici sociali".
E' necessario un approccio adeguato alle attività estrattive, che considerino anche l'indotto, che applichino le migliori tecnologie e sappiano considerazione l'evoluzione nel tempo degli effetti dell'attività mineraria in un dato sito. Inoltre bisogna cercare di mantenere il più possibile tali attività entro il perimetro dei paesi democratici. Troppo spesso anche membri della comunità Geologica cavalcano movimenti che portano le industrie minerarie e quelle collegate a spostare le proprie attività in paesi dove invece vi sono forme di governo o totalitarie o in aperto caos. Questo per aver più "mano libera". Le comunità democratiche quindi, agiscono ipocritamente, pensando di preservare i propri territori, importano comunque quei beni, che non vogliono essere prodotti in casa propria, ma lasciano siano realizzati altrove, senza curarsene del come. Invece, attività che hanno impatti importanti sociali e ambientali, se eseguite senza l'opportuno controllo, devono essere mantenuto proprio dove un controllo istituzionale e civile è effettivamente possibile, proprio per far sì che esse avvegano nel modo più "sopportabile" (per certe attività parlare di "sostenibilità" o "compatibilità" è pura ipocrisia) per il sistema socio-ambientale. Insomma ci si deve assumere le proprie responsabilità, come consumatori, cittadini e Geologi.