Geologia Proletaria
per la rivoluzione geologica e razionale
domenica 12 luglio 2026
Gli (in)utili anniversari
sabato 10 gennaio 2026
Green Wars pt.3: Mal d'Africa
Altra zona di frizione, non solo tettonica in questo caso, è il continente africano, da sempre oggetto dello cupidigia delle potenze imperialiste, affamate delle sue ricchezze.
Se fino a qualche tempo fa erano i terreni agricoli africani a far gola alle multinazionali estere - con preponderanza delle cinesi - oggi sono tornate di nuovo centrali le risorse del sottosuolo. Come sappiamo le commodities tra le più ricercate al giorno d'oggi sono gli elementi del gruppo delle Terre Rare, l'Africa non era ritenuta particolarmente significativa in tal senso, ma comunque molto importante per altri metalli critici, quali il Cobalto per esempio. In realtà anche nelle terre rare sembra che vi siano nuovi sviluppi. Numerose sono, infatti, le attività cinesi di prospezione o comunque di ricognizione rispetto le risorse già note e una valutazione sulla stima di quelle potenziali. Il processo fa parte della strategia del dragone per non perdere la sua indiscussa preminenza nel controllo di tali elementi. Secondo uno studio cinese sono stimate in 196,46 x 104 le riserve note e in 1.014,4 x 104 le risorse potenziali, distribuite in 12 paesi, tutti della zona subsahariana, divisi in depositi di diversa natura geologica, da formazioni costitute da sistemi di rocce intrusive, a complessi metamorfici a depositi sedimentari.
Di queste ricchezze i paesi africani in realtà non godono il giusto ritorno e questo ha spinto diversi paesi ad operazioni di nazionalizzazione delle compagnie minerarie con conseguenti conteziosi legali, instabilità dei prezzi per taluni minerali e crisi politiche anche profonde. Tutto ciò rende più difficile gli investimenti in Africa, con ulteriore frustrazione delle legittime aspirazioni dei governi locali. Esemplare è il caso del Congo, principale produttore mondiale di Cobalto, minerale fondamentale per le principali tecnologie, che, tentando di riprendere il controllo delle proprie risorse, la cui estrazione ha un costo ambientale e in termini di vite umane dei lavoratori impiegati - spesso bambini - assai elevato, che ha dovuto patire un crollo del prezzo, in parte determinato dalle strategie delle compagnie estromesse dalla gestione dei siti minerari.
La debolezza africana sta anche nella carenza di infrastrutture che rende difficile insediare le fasi successive della filiera estrattiva, ossia la fusione e lavorazione, cosa che consentirebbe davvero uno sviluppo delle economie locali, ma ciò è anche ostacolato dagli opposti interessi delle compagnie estere, specie cinesi che devono, invece, far fronte alla propria sovracapacità di lavorazione.
Altri paesi africani, fondamentali per altri minerali, si pensi al Niger con l'Uranio, o il Ghana con Oro hanno tentato di riprendere il controllo nella gestione, trovandosi a scontrarsi con accordi capestro, specie con le compagnie USA, oggi ancora più avvezze a tali metodi, visto l'aperto sostegno a tali metodi da parte dell'amministrazione Trump. E' probabile che dopo il caso Maduro, gli USA applicheranno ulteriori e più stringenti pressioni sui già traballanti governi africani.
L'Africa è ricca di idrocarburi a nord del Sahara e in Nigeria, carburanti della "vecchia" industrializzazione, ma non ne trae grande benessere, così come accade con i minerali critici per l'high e green tech della nuova economia. Anzi ne ricava solo gli aspetti negativi, l'elevato impatto ambientale e i costi sociali, di più, paga anche le conseguenze del cambiamento climatico antropico, che sta generando un peggioramento della situazione per il continente con ulteriori carestie e difficoltà di accesso all'acqua, unito a eventi calamitosi sempre più frequenti e pesanti. Questo a sua volta provoca l'instabilità e la migrazione delle popolazioni, spesso attratte dalla vecchia Europa che non sa affrontare la questione oscillando tra marginalizzazione e respingimenti.
Si può cambiare tutto ciò? Con accordi equi partenariati paritari, di cui i primi promotori dovrebbero essere Medio Oriente ed Europa. Strada su cui oggi si viaggia in ordine sparso e con passo troppo insicuro.
Cobalto del Congo, nuovo terreno di scontro tra Stati Uniti e Cina
Africa occidentale: “nazionalismo delle risorse” all’opera
domenica 19 ottobre 2025
Consigli di Lettura: VERTIGINE
Vertigine è un viaggio che l'autrice di fa fare, partendo da una fase delicata della sua vita, per capire come si possa riuscire ad avere fiducia nella Scienza, anche nel momento in cui sarebbe più comodo o semplice altro. Si racconta il delicato rapporto tra la speranza che si cerca e rincorre, soprattutto quando ci si confronta con la malattia ed il rigore che la Scienza deve mantenere. La necessità di speranza può farci deviare, vacillare rispetto alla razionalità a farci cercare vie alternative, che si travestono da Scienza, ma in realtà sono illusioni, se non peggio ovvero veri e propri inganni. Chiunque può finire in queste trappole, poiché siamo esseri umani con le nostre fragilità, l'autrice stessa, ci racconta come sia capitato proprio a lei, e come abbia saputo accorgersene, trarre una lezione ed esplorare proprio questa questione, per trovare quegli elementi utili a tutti, al fine di sapere come orientarsi in determinati frangenti.
Per farlo, Vertigine ripercorre alcune tappe della nostra storia recente, quelle grandi illusioni e mistificazioni che furono i casi Di Bella e Stamina, che seppero catalizzare e condizionare l'opinione pubblica del paese, forzando persino le istituzioni a scelte tutt'altro che oggettive e mettendo in cattiva luce le istituzioni scientifiche, mediche in particolare ufficiali, gettando i semi per quel senso di sfiducia oggi così malcelatamente diffuso. Si attraversa poi l'epopea della fecondazione assistita, dagli inizi così accidentati, ma a cui oggi si devono milioni di vite, i calvari dei malati di tumori e malattie rare che spesso di devono scontrare con la durezza dei numeri che rendono non solo onerosissime le ricerche, ma anche le cure stesse e soprattutto la possibilità di disporre di un numero di casi compatibili con le necessità della sperimentazione. Si affronta poi una delle tendenze mainstream degli ultimi anni - onore al merito alla Mautino per la temerarietà - l'Osteopatia, ripercorrendo le origini teoriche della "disciplina" spesso sconosciute ai suoi medesimi praticanti e raccontando i tentativi di darsi un contegno da Scienza Medica. Vista l'agitazione che ha suscitato nel mondo degli osteopati è indubbio che ci abbia colto piuttosto bene.
L'autrice - abbiamo già detto quanto ci piace la Mautino? - evidenzia l'importanza della comunicazione e dell'empatia da parte degli operatori della Scienza, Medica in questo caso specifico, per ricostruire il rapporto fiduciario con la collettività, e di come ciò non costituisca uno svilimento del ruolo, ma anzi, sia un appiglio formidabile per non far finire tra le braccia dei venditori di illusioni. Ecco perché si ricorda il meritorio ruolo delle associazioni dei malati, che non solo sostengono economicamente spesso le ricerche, ma soprattutto creano una rete di supporto emotivo e spesso anche materiale per i pazienti stessi, con storie che troverete nel libro, davvero profonde. Emerge la necessità che vi sia un Sistema Sanitario Nazionale, che sia solido ed efficiente, parte fondamentale per garantire un duraturo rapporto di fiducia della società verso la Scienza Medica e le sue istituzioni.
Avevo promesso anche delle dure critiche e non mi tiro indietro. Eccole:
- il libro finisce subito. Lo stile della Mautino è così scorrevole che te lo fa letteralmente volare.
- le note sono a fine libro, personalmente mi innervosisce fare su e giù tra le pagine.
Vabbè... si capisce che mi è piaciuto. Leggetelo e regalatelo.
p.s. Quanto è brava la Mautino
domenica 21 settembre 2025
Green Wars pt.2: Groenlandia dreaming
Paradossalmente potrebbero diventare disponibili risorse che
servono alle tecnologie green che dovrebbero essere funzionali alla transizione
energetica verso uno sviluppo meno climalterante. Sembra una gigantesca opera
di Escher in chiave ambientale.
La più grande isola del mondo, la Groenlandia di Erik il
rosso è al centro della corsa all’Artico2. Anche questa è una terra
geologicamente molto antica, oggi molto stabile, ma frutto di collisioni
titaniche, intense attività vulcaniche, fratture e saldature, ci sono rocce più
vecchie di 3 miliardi di anni3. Sostanzialmente la Groenlandia è
costituita da tra placche che si sono saldate oltre 2 miliardi di anni fa e che
si sono trovate coinvolte nei processi di scontro e separazione con lo scudo
canadese da una parte e la Laurasia dall’altro, in parte è stata coinvolta
nelle vicende che hanno portato alla formazione dello scudo ucraino, ci sono
stati diversi processi di orogenesi e di distensione, l’ultimo si è concluso
dell’Oligocene, circa 45 milioni di anni fa. Il connubio di fenomeni vulcanici
e metamorfici determina le peculiarità litologiche, che rendono oggi la Groenlandia
così desiderabile. Vi sono, infatti, riserve accertate di Uranio, Torio, ma
soprattutto terre rare e petrolio4,5.
L’amministrazione Trump che sta cercando di affrancare gli
USA da ogni possibile dipendenza cinese sui minerali strategici vuole sfruttare
la situazione6. La Groenlandia è un boccone prelibato sia per le sue
risorse che per il controllo delle rotte artiche, averla rafforzerebbe gli
Stati Uniti del gruppo dei paesi che si spartiscono il controllo del polo. Qui,
però, diversamente dal caso ucraino dove il governo statunitense usa, a mo’ di
ricatto, il sostegno contro l’invasione russa, per costringere Kiev a cedere le
proprie risorse, per cercare di portarsi a casa l’isola gli americani stanno
facendo pressioni sulla comunità locale, ingerendo nella politica interna e
facendo sfoggio muscolare paventando interventi militari al fine di mettere in
sicurezza la Groenlandia da possibili mire moscovite e pechinesi. Oggi la terra
di Erik il Rosso, pur godendo di ampia autonomia e in procinto di raggiungere
piena indipendenza è sotto amministrazione danese, in particolare per la
politica estera. Copenaghen ovviamente risulta particolarmente irritata dall’atteggiamento
statunitense e lo è anche l’UE che ha avviato da qualche tempo diverse
iniziative di cooperazione con l’isola su questioni che vanno dalle politiche
energetiche ad appunto quelle minerarie.
Per il momento i groenlandesi non sembrano apprezzare, anzi, gli
approcci di Washington, ma visti i tempi non si possono escludere iniziative
che sembravano impensabili fino a ieri.
Per altro le risorse così ambite, potrebbero in realtà non
essere così magnifiche. La steenstrupina,
il minerale che contiene le terre rare, presente in Groenlandia, è piuttosto
complesso, con composizione variabile, il che rende arduo standardizzare un
processo efficiente di raffinazione, che per altro risulta ambientalmente molto
impattante e costoso, tanto da non aver finora prodotto particolari iniziative
minerarie in materia. Questo, però, dipende
dal fatto che finora il controllo dell’autorità locale sulla questione è stato
diretto e forte e ovviamente i groenlandesi hanno nella tutela del loro
territorio una fortissima preoccupazione.
Se l’isola diventasse satellite, protettorato o parte integrante degli
USA potrebbero diventare altri i parametri di giudizio, con forte rischio che
non sarebbero del tutto ponderati e razionali, opzione non improbabile visto
come ragiona l’establishment trumpiano.
L’UE deve necessariamente rafforzare la cooperazione con Copenaghen
e la Groenlandia, favorirne il processo di autodeterminazione, contrastare le
ingerenze USA e tentare di creare un fronte comune col Canada che abbia nella
cooperazione diplomatico-economica anche delle risorse strategiche una forte
intesa e che porti ad un’alleanza in grado di presidiare quello che è uno dei “punti
caldi” del pianeta nella sfida alla sostenibilità ambientale, l’Artico, trincea
dove sono destinarsi a fronteggiarsi modelli di sviluppo contrastanti, ma
anche, a quanto pare la democrazia con l’autocrazia.
1) Artico: geopolitica di una partita a due
3) La storia geologia della Groenlandia e la sua importanza economica e strategica
4) Groenlandia: minerali e petrolio
5) La Groenlandia e le riserve di terre rare
lunedì 1 settembre 2025
Green Wars pt.1: l'Ucraina è servita
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| immagine tratta da: il Domani |
Da sempre l’Umanità ha combattuto guerre per garantirsi il
controllo delle risorse, fossero terre fertili, rotte commerciali, accesso all’acqua,
oro o, più di recente idrocarburi e metalli preziosi. La conformazione
geologica di un luogo poteva (e può) farne la prosperità dei suoi abitanti (e
governanti), ma anche l’oggetto della cupidigia dei vicini. Valeva ieri, e vale
anche oggi ai tempi della transizione energetica.
Chi sperava che il mondo della green economy fosse pacifico,
deve fare i conti con l’amara realtà. Molte delle guerre che oggi piagano il
mondo, al netto di disegni imperialisti, strategie di sopravvivenza di regimi
in discredito e qualche turba religiosa, hanno ancora il loro verso motivo nel
controllo delle risorse. Lo è anche il caso ucraino.
Se è vero che il conflitto nasce dalla volontà di Putin di
riaffermare il ruolo di potenza della Russia e la sua primazia sui territori
della defunta URSS, allontanando gli avvicinamenti a UE e NATO per circondarsi
di stati vassalli, è anche vero che la bramosia per i territori contesi e il desiderio
di rendere l’Ucraina un proprio satellite non son affatto slegati dalle
ricchezze naturali che si celano nel suo sottosuolo1. Non sono
infatti ne la presunta solidarietà alle popolazioni russofone, o la
riaffermazione di una identità panslava che hanno messo in modo le divisioni
corazzate ex sovietiche e nemmeno lo spettro della NATO ai confini della madre Russia,
ma più prosaicamente quello che l’Ucraina ha da offrire. L’asservimento del paese
non è riuscito con i soliti mezzi, ossia campagne di disinformazione a mezzo
social – che invece tanto funzionano a casa nostra – per veicolare consenso alle
quinte colonne che si annidano del paese, e perciò Mosca ha dovuta usare metodi
più spicci, ma purtroppo, mai del tutto demodé.
La conformazione geologica da tempi molto lontani. Lo “scudo
ucraino” fa parte del così detto Cratone Centrale dell’Europa dell’Est – EEC2.
Tale porzione di crosta terrestre è formata da tre placche più antiche saldatesi
tra loro: SARMATIA (che comprende il territorio ucraino), VOLGO-URALI (parte
del Caucaso e Russia fino agli Urali) e BALTIA (parte della Fenno-Scandinavia).
Queste placche sono derivate dalla disgregazione della Rodinia supercontinente
prima di Pangea, formatosi circa 900milioni di anni fa e disgregatosi in vario
modo nei seguenti 250 milioni di anni. In pieno Precambriano, quando la Terra è
tumultuosa e inospitale. Le placche saldatesi in Rodinia si originano ben 2,5 miliardi
di anni fa, quando la Terra era un ribollire di roccia fusa, collisioni e gas
mefitici. Le rocce sono per lo più granitiche e basaltiche, figlie di eruzioni
terrestri e marine, dovute alle risalite di materiale caldo dal mantello e
successivamente trasformate (metamorfosate) nel susseguirsi di eventi vulcanici
e collisioni titaniche che hanno formato montagne cancellate dal tempo3.
Questa complessa e antica vicenda geologica determina la presenza di certi
minerali nel sottosuolo ucraino e l’assenza di strutture tettoniche attive, il
che rende l’area molto stabile. Geologicamente parlando, meno geopoliticamente
a quanto pare. Qui troviamo una grande abbondanza di metalli strategici per le
tecnologie green, ma anche per quella militare e per altri settori.
L’Ucraina è tra i primi 10 paesi del mondo per produzione di Titanio, sesto per
il Ferro, settimo per Manganese, vanta rilevanti giacimenti di
Grafite, Gallio, Gas Neon, Uranio e Zirconio4, quest’ultimo
particolarmente fondamentale per le tecnologie nucleari. Ci sono poi buone
risorse di Gas Naturale.
L’UE aveva già individuato nell’Ucraina un partner fondamentale nelle sue politiche per affrancarsi dalla dipendenza cinese per molti dei minerali strategici5. La Cina, infatti, ha costruito una vera primazia globale sia nel controllo delle risorse minerarie principali su molti metalli chiave per le nuove tecnologie e sulle terre rare, non che sulle fasi di raffinazione, e questo le da un forte vantaggio sull’occidente6. Pechino e Mosca guardano con interesse a Kiev per la stessa ragione, per consolidare il loro controllo su queste filiere e non è una caso se nei territori ucraini occupati dai Russi via siano siti o infrastrutture minerarie già avviate.
Anche gli USA necessitano di garantirsi un approvvigionamento
sicuro sui minerali che citati prima, proprio per evitare spiacevoli dipendenze
dalla Cina, che per Washington è ormai un competitor globale. La becera amministrazione
Trump non ha esitato a ricattare Kiev in cambio del supporto contro Mosca chiedendo come merce di scambio proprio una “partnership
strategica” sulla gestione delle risorse minerarie ucraine7.
Forse queste cose si facevano anche in passato, anzi
sicuramente, ma almeno c’era un po’ di pudore rispetto all’opinione pubblica.
Fatto sta che di questa corsa al controllo delle risorse, una volta era il
petrolio, oggi metalli e terre rare, ne pagano il prezzo le migliaia di soldati
mandati al fronte come carne da cannone, gli sfollati e gli uccisi dagli
attacchi su obbiettivi civili – operati dai russi senza particolari remore.
Tutto questo avviene col civile occidente e la cara Europa ora complici, ora
imbelli, ora ignavi, ora incapaci. Viene dura poter credere davvero che simili
soggetti possano garantire pace e sicurezza all’Ucraina8.
Sembra che non vi sia nessuno interessato davvero a far
terminare l’orrore di questo conflitto, ma solo tropi in attesa di lucrarne sugli
effetti.
6) L'oro di Pechino che tutti vogliono
7) Terre di Conquista
8) Quali ‘garanzie’ per l’Ucraina?
martedì 29 luglio 2025
Piero è vivo e lotta con noi. La Meraviglia del Tutto
Il mio progressivo, sempre più fatalista, realismo mi porta verso una prospettiva infelice. Temo che non esista un altrove dove incontrare di nuovo i miei cari, temo di non aver speso adeguatamente il mio tempo. Mi girano per la testa anche tempi meno personali, per esempio, sappiamo che tra qualche miliardo di anni il nostro pianeta sarà spazzato via dall'esplosione che porterà il nostro amato Sole a diventare una Supernova, la nostra specie per allora si sarà estinta o sarà evoluta in qualche altra forma, in ogni caso, che fine faranno tutte le conoscenze che abbiamo e avremo acquisito, tutte le nostre storie? Torneranno tutte nel buio cosmico? Probabilmente il mio essere Geologo mi complica la vita in queste faccende, perché tendiamo a guardare al passato più profondo ed interrogarci sul futuro più remoto.
Ed ecco che ti spunta il libro proprio giusto per una fase di riflessione simile e non poteva che essere dell'uomo che ti ha ispirato e fatto amare la Scienza sin da piccolo e che ti ha portato a studiare Geologia: Piero Angela. Nel suo ultimo libro postumo, una raccolta dei suoi pensieri in una lunga conversazione con uno dei suoi allievi, Massimo Polidoro, con cui ha dato anche vita al CICAP, il Comitato per il Controllo delle Affermazioni delle Pseudo scienze. Attività quanto mai meritoria in questo tempo di fregnacce dilaganti.
"La Meraviglia del Tutto" è un viaggio nelle riflessioni del grande Piero, maturate nel corso di una vita spesa a imparare, esplorare, raccontare, si parla molto di Scienza, ovviamente, ma anche di democrazia, politica, impegno, religione, spazio, vita e famiglia, futuro e giovani. Non nasconde un certo timore proprio per il futuro e i giovani nel suo ragionare. Infatti anche Angela non può che rilevare la grande irrazionalità che imperversa nel nostro tempo, l'ignoranza e la paura che questo genera, le disuguaglianze e i conflitti che ne derivano. Il grande timore è che si limiti la libertà della Scienza, ma soprattutto che se ne abbandoni il metodo (ci ricorda qualcosa di attuale?), riducendo le speranze di miglioramento per i giovani. Giovani che sono il vero tarlo per Piero, a cui si rivolge praticamente per tutto il libro, invitandoli ad appassionarsi alla Scienza, vera chiave per capire il nostro essere e costruire prospettive migliori. Per questo nel libro si ragiona molto di istruzione e scuola. La scuola non deve riempire di nozioni, ma insegnare a collegare le nozioni, per sviluppare il pensiero logico, il ragionamento argomentato e il dialogo costruttivo, veri antidoti al pregiudizio, alla prevaricazione , all'irrazionale. E' necessario che l'insegnate sappia stimolare l'attenzione dello studente, così come lo deve fare il bravo divulgatore: "ludendo docere", un motto che viene richiamato spesso da Piero Angela, divertire, anche mentre si spiegano questioni complesse, non vuol dire sminuire i contenuti o se stessi, perché uno dei motivi per cui la Scienza è diventata estranea alla società si deve anche ad un approccio alla comunicazione troppo chiuso e complesso, derivato da una concezione un po' elitaria del ruolo dell'Accademia. Si deve anche a questo la diffidenza verso la Scienza e il pensiero il pensiero razionale, fatto che in un paese come l'Italia, che Piero definisce un paese emotivo in cerca sempre di soluzioni semplici a problemi complessi, genera la diffusione di false convinzioni, spianando la strada ad imbonitori e demagoghi, che spesso ci portano fuori rotta, con esiti fallimentari per il paese.
Angela si rende conto che oggi la tecnologia corre più della nostra comprensione della stessa, per questo la usiamo senza cognizione di causa. Per questo ci serve una "filosofia della tecnologia", che ci aiuti a rapportarci intelligentemente con le potenzialità che la tecnica ci offre. E ci serve anche uno studio sulle neuroscienze, che ci aiuti a capire come funziona il nostro cervello, che può essere la chiave del nostro successo, ma anche del nostro fallimento.
La legge di gravità non si può abolirla (ecco il senso dell'affermazione che la Scienza non è democratica), ma se l'uomo la capisce, può imparare a volare. E se uno prende le supposte per bocca, non può lamentarsi se non fanno effetto, sono immagini piuttosto chiare con cui Piero esplica il concetto.
A mio avviso è un libro a "10 cose che ho imparato", libro precedente a questo di Angela, andrebbe fatto leggere alle superiori e andrebbero letti da molti adulti. Infatti, nel testo si spiega l'importanza di continuare sempre a studiare, di coltivare la propria curiosità ad ogni età, è una cosa che nel mio piccolo cerco di fare.
Il libro si chiude con un concetto inaspettato, che non svelo, ma che dimostra come la razionalità non è cinismo o freddezza anzi. Il meglio della natura umana si manifesta quanto libera la sua innata curiosità e impara a collaborare se stessa.
domenica 1 giugno 2025
Se il continente nero fa la rivoluzione verde
L'Africa è stata per secoli oggetto di depauperamento delle sue risorse a vantaggio di altri, noi del Vecchio Continente per primi. Eppure, proprio l'Africa ha tutte le potenzialità per sfidare le cause del cambiamento climatico ed addirittura supportare molti dei suoi più o meno ex sfruttatori in questa azione, non più come soggetto subalterno, ma vero e proprio partner, con potenziali importanti ritorni economici.
Il ragionamento è ovviamente più complesso, ma vorrei discutere degli esiti di alcuni studi (1) in corso che evidenziano il potenziale africano nel processo globale di transizione energetica verso modelli di sviluppo a basse o nulle emissioni carboniche
Attualmente circa il 50% della popolazione africana (circa 1,34 mld di persone), non ha accesso all'energia elettrica e a tutto ciò che ne consegue - questo avviene in modo disomogeneo tra le varie aree, l'area subsahariana è la più svantaggiata - la popolazione cresce del 2,5% anno, nel 2050 l'Africa dovrebbe essere il continente più popoloso, questo cambierà radicalmente i suoi fabbisogni energetici, che oggi incidono per appena il 3% della produzione mondiale di energia.
Le principali fonti energetiche dell'Africa sono ovviamente gli idrocarburi (gas e petrolio in maggioranza), per circa il 65% della produzione, cui seguono i biocarburanti e i rifiuti, il nucleare e l'idroelettrico coprono pochi punti percentuali di fabbisogno. Il potenziale delle energie rinnovabili oggi è molto poco sfruttato, per varie ragioni.
Come sappiamo uno degli elementi su cui si punta molto per ridurre il consumo di fonti fossili è l'idrogeno (H), che si è rivelato un efficiente vettore energetico. L'H si produce per elettrolisi delle molecole d'acqua separando l'idrogeno dall'ossigeno. Il processo richiede energia e, a seconda di quale è l'origine di tale energia, l'idrogeno prodotto è classificato cromaticamente per definire rapidamente la sostenibilità del processo di produzione. Il più desiderato è ovviamente quello "verde", ossia quello in cui l'energia per l'idrolisi deriva da fonti NON fossili. Non semplice però avere queste condizioni, tant'è che a livello mondiale, l'H green, verde, rappresenta solo il 17% della produzione annua complessiva.
L'utilizzo di eolico e solare per la produzione di idrogeno non è sempre una via facilmente percorribile:
- non tutte le regioni del continente hanno condizioni adeguate di irraggiamento solare o costanza dei venti.
- servono reti di distribuzione e impianti di accumulo, infrastrutture oggi molto carenti in Africa, servono grandi investimenti la loro realizzazione. Anche gli impianti di elettrolisi richiedono importanti dotazioni infrastrutturali e soprattutto tecnologiche. Per la realizzazione i paesi africani dovrebbero ricorrere a investitori esteri, col rischio di aumentare la propria dipendenza dall'estero.
- gli impianti eolici e fotovoltaici richiedono ampie superfici, che potrebbero comportare la sottrazione di aree agricole, generando problemi alla sussistenza alimentare delle popolazioni locali.
- la produzione di idrogeno per idrolisi richiede l'uso di risorse idriche, che verrebbero sottratte alle disponibilità del territorio, acuendo i problemi di approvvigionamento di acqua da bere e per irrigazione in un contesto già critico.



