Visualizzazione post con etichetta clima. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta clima. Mostra tutti i post

domenica 21 settembre 2025

Green Wars pt.2: Groenlandia dreaming

Le aree polari sono al centro della questione climatica. Il riscaldamento globale ne sta provocando la rapida trasformazione, mettendone repentinamente in crisi gli ecosistemi. Lo scioglimento dei ghiacci sta determinando un progressivo innalzamento globale del livello dei mari con conseguenze pesantissime per tutte le aree costiere mondiali. Lo scongelamento del permafrost – il suolo ghiacciato delle aree polari e circum polari – comporterà una massiccia liberazione di gas – metano in particolare – che potenzieranno l’effetto serra, accelerando ulteriormente il riscaldamento climatico. Le terre, oggi celate dai ghiacci, contengono risorse e potenzialità che fanno gola a molti potentati economici e Stati1. Alla fine anche il cambiamento climatico fa business.

Paradossalmente potrebbero diventare disponibili risorse che servono alle tecnologie green che dovrebbero essere funzionali alla transizione energetica verso uno sviluppo meno climalterante. Sembra una gigantesca opera di Escher in chiave ambientale.

La più grande isola del mondo, la Groenlandia di Erik il rosso è al centro della corsa all’Artico2. Anche questa è una terra geologicamente molto antica, oggi molto stabile, ma frutto di collisioni titaniche, intense attività vulcaniche, fratture e saldature, ci sono rocce più vecchie di 3 miliardi di anni3. Sostanzialmente la Groenlandia è costituita da tra placche che si sono saldate oltre 2 miliardi di anni fa e che si sono trovate coinvolte nei processi di scontro e separazione con lo scudo canadese da una parte e la Laurasia dall’altro, in parte è stata coinvolta nelle vicende che hanno portato alla formazione dello scudo ucraino, ci sono stati diversi processi di orogenesi e di distensione, l’ultimo si è concluso dell’Oligocene, circa 45 milioni di anni fa. Il connubio di fenomeni vulcanici e metamorfici determina le peculiarità litologiche, che rendono oggi la Groenlandia così desiderabile. Vi sono, infatti, riserve accertate di Uranio, Torio, ma soprattutto terre rare e petrolio4,5.

L’amministrazione Trump che sta cercando di affrancare gli USA da ogni possibile dipendenza cinese sui minerali strategici vuole sfruttare la situazione6. La Groenlandia è un boccone prelibato sia per le sue risorse che per il controllo delle rotte artiche, averla rafforzerebbe gli Stati Uniti del gruppo dei paesi che si spartiscono il controllo del polo. Qui, però, diversamente dal caso ucraino dove il governo statunitense usa, a mo’ di ricatto, il sostegno contro l’invasione russa, per costringere Kiev a cedere le proprie risorse, per cercare di portarsi a casa l’isola gli americani stanno facendo pressioni sulla comunità locale, ingerendo nella politica interna e facendo sfoggio muscolare paventando interventi militari al fine di mettere in sicurezza la Groenlandia da possibili mire moscovite e pechinesi. Oggi la terra di Erik il Rosso, pur godendo di ampia autonomia e in procinto di raggiungere piena indipendenza è sotto amministrazione danese, in particolare per la politica estera. Copenaghen ovviamente risulta particolarmente irritata dall’atteggiamento statunitense e lo è anche l’UE che ha avviato da qualche tempo diverse iniziative di cooperazione con l’isola su questioni che vanno dalle politiche energetiche ad appunto quelle minerarie.  Per il momento i groenlandesi non sembrano apprezzare, anzi, gli approcci di Washington, ma visti i tempi non si possono escludere iniziative che sembravano impensabili fino a ieri.

Per altro le risorse così ambite, potrebbero in realtà non essere così magnifiche.  La steenstrupina, il minerale che contiene le terre rare, presente in Groenlandia, è piuttosto complesso, con composizione variabile, il che rende arduo standardizzare un processo efficiente di raffinazione, che per altro risulta ambientalmente molto impattante e costoso, tanto da non aver finora prodotto particolari iniziative minerarie in materia.  Questo, però, dipende dal fatto che finora il controllo dell’autorità locale sulla questione è stato diretto e forte e ovviamente i groenlandesi hanno nella tutela del loro territorio una fortissima preoccupazione.  Se l’isola diventasse satellite, protettorato o parte integrante degli USA potrebbero diventare altri i parametri di giudizio, con forte rischio che non sarebbero del tutto ponderati e razionali, opzione non improbabile visto come ragiona l’establishment trumpiano.

L’UE deve necessariamente rafforzare la cooperazione con Copenaghen e la Groenlandia, favorirne il processo di autodeterminazione, contrastare le ingerenze USA e tentare di creare un fronte comune col Canada che abbia nella cooperazione diplomatico-economica anche delle risorse strategiche una forte intesa e che porti ad un’alleanza in grado di presidiare quello che è uno dei “punti caldi” del pianeta nella sfida alla sostenibilità ambientale, l’Artico, trincea dove sono destinarsi a fronteggiarsi modelli di sviluppo contrastanti, ma anche, a quanto pare la democrazia con l’autocrazia.


1) Artico: geopolitica di una partita a due

3) La storia geologia della Groenlandia e la sua importanza economica e strategica

4) Groenlandia: minerali e petrolio

5) La Groenlandia e le riserve di terre rare

lunedì 1 settembre 2025

Green Wars pt.1: l'Ucraina è servita

immagine tratta da: il Domani

Da sempre l’Umanità ha combattuto guerre per garantirsi il controllo delle risorse, fossero terre fertili, rotte commerciali, accesso all’acqua, oro o, più di recente idrocarburi e metalli preziosi. La conformazione geologica di un luogo poteva (e può) farne la prosperità dei suoi abitanti (e governanti), ma anche l’oggetto della cupidigia dei vicini. Valeva ieri, e vale anche oggi ai tempi della transizione energetica.

Chi sperava che il mondo della green economy fosse pacifico, deve fare i conti con l’amara realtà. Molte delle guerre che oggi piagano il mondo, al netto di disegni imperialisti, strategie di sopravvivenza di regimi in discredito e qualche turba religiosa, hanno ancora il loro verso motivo nel controllo delle risorse. Lo è anche il caso ucraino.

Se è vero che il conflitto nasce dalla volontà di Putin di riaffermare il ruolo di potenza della Russia e la sua primazia sui territori della defunta URSS, allontanando gli avvicinamenti a UE e NATO per circondarsi di stati vassalli, è anche vero che la bramosia per i territori contesi e il desiderio di rendere l’Ucraina un proprio satellite non son affatto slegati dalle ricchezze naturali che si celano nel suo sottosuolo1. Non sono infatti ne la presunta solidarietà alle popolazioni russofone, o la riaffermazione di una identità panslava che hanno messo in modo le divisioni corazzate ex sovietiche e nemmeno lo spettro della NATO ai confini della madre Russia, ma più prosaicamente quello che l’Ucraina ha da offrire. L’asservimento del paese non è riuscito con i soliti mezzi, ossia campagne di disinformazione a mezzo social – che invece tanto funzionano a casa nostra – per veicolare consenso alle quinte colonne che si annidano del paese, e perciò Mosca ha dovuta usare metodi più spicci, ma purtroppo, mai del tutto demodé.

La conformazione geologica da tempi molto lontani. Lo “scudo ucraino” fa parte del così detto Cratone Centrale dell’Europa dell’Est – EEC2. Tale porzione di crosta terrestre è formata da tre placche più antiche saldatesi tra loro: SARMATIA (che comprende il territorio ucraino), VOLGO-URALI (parte del Caucaso e Russia fino agli Urali) e BALTIA (parte della Fenno-Scandinavia). Queste placche sono derivate dalla disgregazione della Rodinia supercontinente prima di Pangea, formatosi circa 900milioni di anni fa e disgregatosi in vario modo nei seguenti 250 milioni di anni. In pieno Precambriano, quando la Terra è tumultuosa e inospitale. Le placche saldatesi in Rodinia si originano ben 2,5 miliardi di anni fa, quando la Terra era un ribollire di roccia fusa, collisioni e gas mefitici. Le rocce sono per lo più granitiche e basaltiche, figlie di eruzioni terrestri e marine, dovute alle risalite di materiale caldo dal mantello e successivamente trasformate (metamorfosate) nel susseguirsi di eventi vulcanici e collisioni titaniche che hanno formato montagne cancellate dal tempo3. Questa complessa e antica vicenda geologica determina la presenza di certi minerali nel sottosuolo ucraino e l’assenza di strutture tettoniche attive, il che rende l’area molto stabile. Geologicamente parlando, meno geopoliticamente a quanto pare. Qui troviamo una grande abbondanza di metalli strategici per le tecnologie green, ma anche per quella militare e per altri settori. L’Ucraina è tra i primi 10 paesi del mondo per produzione di Titanio, sesto per il Ferro, settimo per Manganese, vanta rilevanti giacimenti di Grafite, Gallio, Gas Neon, Uranio e Zirconio4, quest’ultimo particolarmente fondamentale per le tecnologie nucleari. Ci sono poi buone risorse di Gas Naturale.

L’UE aveva già individuato nell’Ucraina un partner fondamentale nelle sue politiche per affrancarsi dalla dipendenza cinese per molti dei minerali strategici5. La Cina, infatti, ha costruito una vera primazia globale sia nel controllo delle risorse minerarie principali su molti metalli chiave per le nuove tecnologie e sulle terre rare, non che sulle fasi di raffinazione, e questo le da un forte vantaggio sull’occidente6. Pechino e Mosca guardano con interesse a Kiev per la stessa ragione, per consolidare il loro controllo su queste filiere e non è una caso se nei territori ucraini occupati dai Russi via siano siti o infrastrutture minerarie già avviate.

Anche gli USA necessitano di garantirsi un approvvigionamento sicuro sui minerali che citati prima, proprio per evitare spiacevoli dipendenze dalla Cina, che per Washington è ormai un competitor globale. La becera amministrazione Trump non ha esitato a ricattare Kiev in cambio del supporto contro Mosca  chiedendo come merce di scambio proprio una “partnership strategica” sulla gestione delle risorse minerarie ucraine7.

Forse queste cose si facevano anche in passato, anzi sicuramente, ma almeno c’era un po’ di pudore rispetto all’opinione pubblica. Fatto sta che di questa corsa al controllo delle risorse, una volta era il petrolio, oggi metalli e terre rare, ne pagano il prezzo le migliaia di soldati mandati al fronte come carne da cannone, gli sfollati e gli uccisi dagli attacchi su obbiettivi civili – operati dai russi senza particolari remore. Tutto questo avviene col civile occidente e la cara Europa ora complici, ora imbelli, ora ignavi, ora incapaci. Viene dura poter credere davvero che simili soggetti possano garantire pace e sicurezza all’Ucraina8.

Sembra che non vi sia nessuno interessato davvero a far terminare l’orrore di questo conflitto, ma solo tropi in attesa di lucrarne sugli effetti.

6) L'oro di Pechino che tutti vogliono

7) Terre di Conquista

8) Quali ‘garanzie’ per l’Ucraina? 


domenica 1 giugno 2025

Se il continente nero fa la rivoluzione verde

Il continente africano è una delle aree più esposte agli effetti del riscaldamento globale. L'estremizzazione climatica, già oggi, sta aggravando i fenomeni siccitosi così come la tropicalizzazione del clima espone a eventi alluvionali eccezionali vaste aree. Ciò comporta la perdita di vite, bestiame, raccolti, terre fertili, riserve idriche, appesantendo le difficoltà di molte regioni, con connessi episodi di carestie ed epidemie, instabilità politiche e migrazioni di massa. A questo si aggiunge la crescita demografica dell'Africa e la crescente domanda di maggior disponibilità energetica, gli ingredienti per un grave crisi socio economica ed ambientale, che solo un illuso o uno stupido possono immaginare restino confinate nel continente.

L'Africa è stata per secoli oggetto di depauperamento delle sue risorse a vantaggio di altri, noi del Vecchio Continente per primi. Eppure, proprio l'Africa ha tutte le potenzialità per sfidare le cause del cambiamento climatico ed addirittura supportare molti dei suoi più o meno ex sfruttatori in questa azione, non più come soggetto subalterno, ma vero e proprio partner, con potenziali importanti ritorni economici.

Il ragionamento è ovviamente più complesso, ma vorrei discutere degli esiti di alcuni studi (1) in corso che evidenziano il potenziale africano nel processo globale di transizione energetica verso modelli di sviluppo a basse o nulle emissioni carboniche

Attualmente circa il 50% della popolazione africana (circa 1,34 mld di persone), non ha accesso all'energia elettrica e a tutto ciò che ne consegue - questo avviene in modo disomogeneo tra le varie aree, l'area subsahariana è la più svantaggiata - la popolazione cresce  del 2,5% anno, nel 2050 l'Africa dovrebbe essere il continente più popoloso, questo cambierà radicalmente i suoi fabbisogni energetici, che oggi incidono per appena il 3% della produzione mondiale di energia.

Le principali fonti energetiche dell'Africa sono ovviamente gli idrocarburi (gas e petrolio in maggioranza), per circa il 65% della produzione, cui seguono i biocarburanti e i rifiuti, il nucleare e l'idroelettrico coprono pochi punti percentuali di fabbisogno. Il potenziale delle energie rinnovabili oggi è molto poco sfruttato, per varie ragioni.

Come sappiamo uno degli elementi su cui si punta molto per ridurre il consumo di fonti fossili è l'idrogeno (H), che si è rivelato un efficiente vettore energetico. L'H si produce per elettrolisi delle molecole d'acqua separando l'idrogeno dall'ossigeno. Il processo richiede energia e, a seconda di quale è l'origine di tale energia, l'idrogeno prodotto è classificato cromaticamente per definire rapidamente la sostenibilità del processo di produzione. Il più desiderato è ovviamente quello "verde", ossia quello in cui l'energia per l'idrolisi deriva da fonti NON fossili. Non semplice però avere queste condizioni, tant'è che a livello mondiale, l'H green, verde, rappresenta solo il 17% della produzione annua complessiva.

L'utilizzo di eolico e solare per la produzione di idrogeno non è sempre una via facilmente percorribile:

  • non tutte le regioni del continente hanno condizioni adeguate di irraggiamento solare o costanza dei venti.
  • servono reti di distribuzione e impianti di accumulo, infrastrutture oggi molto carenti in Africa, servono grandi investimenti la loro realizzazione. Anche gli impianti di elettrolisi richiedono importanti dotazioni infrastrutturali e soprattutto tecnologiche. Per la realizzazione i paesi africani dovrebbero ricorrere a investitori esteri, col rischio di aumentare la propria dipendenza dall'estero.
  • gli impianti eolici e fotovoltaici richiedono ampie superfici, che potrebbero comportare la sottrazione di aree agricole, generando problemi alla sussistenza alimentare delle popolazioni locali.
  • la produzione di idrogeno per idrolisi richiede l'uso di risorse idriche, che verrebbero sottratte alle disponibilità del territorio, acuendo i problemi di approvvigionamento di acqua da bere e per irrigazione in un contesto già critico.
Dobbiamo concludere che l'idrogeno non fa per l'Africa, almeno nel medio termine e non senza l'intervento di capitali esterni? Tutt'altro. Si può arrivare a produrlo sfruttando processi di degradazione anaerobica (ossia fermentazione con batteri che non richiedono ossigeno) di rifiuti e biomasse, elementi entrambi abbondanti in Africa e destinati a crescere insieme alla crescita della popolazione, inoltre le tecnologie necessarie sono già collaudate, disponibili anche nel continente, senza richiedere l'occupazione di terreni impiegati per allevamento e produzione agricola o aumentare la pressione sul consumo di acqua. Non è secondario poi che l'implementazione di tali strutture in concomitanza con la crescita demografica genererebbe la creazione di occasioni occupazionali necessarie per un'area in cui la maggior parte delle popolazione è in età da lavoro.

L'idrogeno ha inoltre un'altra peculiarità, si può trasportare adattando le reti di trasporto idrocarburi, infrastrutture che l'Africa ha e che la collegano egregiamente al vecchio continente, diverrebbe perciò possibile anche un export del surplus di produzione verso l'Europa, contribuendo agli obbiettivi europei di riduzione delle proprie emissioni carboniche, ed ottenendo una remunerazione per i paesi Africani. Varie agenzie europee stanno avviando collaborazioni e investimenti in questo senso con vari Stati dell'Africa. Come sempre, però, l'Europa procede un po' a macchia di leopardo, un po' in ordine sparso tra i suoi vari governi, servirebbe un'azione coordinata e decisa. L'UE potrebbe, e secondo me dovrebbe, diventare il miglior PARTNER dell'Africa. Il vantaggio sarebbe reciproco e aprirebbe la strada, finalmente ad una stazione di collaborazione tra il vecchio continente e il continente nero all'insegna della collaborazione, condivisione e sostenibilità.

(1) The Potential Role of Africa in Green Hydrogen Production: A Short-Term Roadmap to Protect the World’s Future from Climate Crisis


lunedì 18 novembre 2024

I bei vecchi tempi Geologici

    Un’espressione che, almeno fino a non troppo tempo fa, si usava per significare che una data cosa era piuttosto vetusta, era attribuirla a “ere geologiche fa” e i “tempi geologici” erano quelli dei processi che si voleva definire lentissimi, per esempio quelli burocratici. Non erano locuzioni premianti, semmai il contrario. Ma come Geologi non ce la siamo mai presa, perché la vastità del tempo geologico è sempre stato uno dei concetti tra i più affascinanti della materia. Declinato rispetto ai tempi ben più brevi dell’orizzonte umano assume un significato indubbiamente diverso.

    Il mondo di H. Sapiens, però, negli ultimi decenni si sta facendo ancor più frenetico e anche la Geologia, volente o nolente sembra dovervisi adeguare, perdendo di flemma (talvolta ahimé di autorevolezza), entrando con tutto il suo peso nei tempi della Storia, financo a quelli della Cronaca.

    Le sempre più frequenti sciagure climatiche richiedono nodelli previsionali traguardati al decennio o giù di lì ed ai Geologi si chiedono spesso spiegazioni pressoché immediate degli accadimenti, questo porta ad un aumento sempre più marcato della risoluzione delle analisi sul record geologico per reperire elementi utili ai modelli previsionali sugli scenari futuri e corrispondenze con i fenomeni attuali (e se il supporto dei dati tratti dallo studio del libro della Terra non è adeguato, gli sfondoni clamorosi sono dietro l’angolo).

    Oggi come non mai la fortuna di uno Stato o di un Governo può dipendere dalla disponibilità di risorse (che siano per la green o per la grey economy cambia poco), dalla capacità di gestirle e di controllarne di ulteriori o dalla vulnerabilità ad essere soggetto a eventi calamitosi/catastrofici di varia tipologia e dalla resilienza agli stessi.

    Le politiche ambientali sono, però, per definizione politiche di medio lungo termine – ovviamente sempre a scala Sapiens – richiedendo scelte di tipo strutturale che dovrebbero nascere da un robusto supporto di conoscenze tecnico scientifiche, verificabili, e dovrebbero essere accompagnate da modelli previsionali e di monitoraggio in itinere, al fine di adeguare i processi mano a mano che i modelli si affinano.

    Questo non si sposa, però, dobbiamo dirlo, benissimo con la Democrazia, avendo questa nell’alternanza dei governi una sua peculiarità fondamentale e, direi, imprescindibile.  Diviene pertanto essenziale che su tutta una serie di questioni, in particolare, per quanto riguarda l’oggetto di questo sproloquio, le questioni ambientali ed in generale quelle a carattere tecnico-scientifico vi siano delle condivisioni di base e soprattutto approcci non discontinui e ideologici.

    La Democrazia odierna ci mostra, invece, che così non è, ed anzi è un problema. Posizioni dogmatiche, demagogiche, financo francamenteirrazionali tendono ad avere ampio consenso, generando anche rappresentanzapolitica e di governo. Il caso, ovviamente, più rappresentativo al momento è quello di Trump e del suo governo, ove vi sono le posizioni antiscientifiche più perniciose non mancano e ove vi è quella geniale contraddizione vivente di Munsk, straordinario innovatore da un lato, terribile dogmatico su altri. Sicuramente la nuova presidenza Trump non potrà non avere ripercussioni pesantisulla questione climatica, ma anche sulle questioni agrotecniche, energetiche e mediche in un mix di avventurismo e negazionismo.

    Se aggiungiamo che comunque su posizioni simili, magari in modo meno parossistico e più sottotono vi sono i governi di molti paesi democratici, più o meno, e francamente NON democratici non c’è da essere sereni rispetto alle grandi questioni ambientali del nostro tempo.

    Bisogna, però, riflettere profondamente sul perché dalla società nel suo complesso questi temi non sono adeguatamente percepiti e condivisi, anzi, sono spesso invisi e oggetto di strumentalizzazione di parte. Sicuramente, e non è complottismo, vi è la mano di grandi portatori di interessi economici che produce questo effetto attraverso – purtroppo efficaci – campagne mirate di propaganda più o meno complesse e talvolta di vera e propria disinformazione, ma non solo. C’è oggettivamente una sorta di egoismo sociale di fondo che fa sì che siamo profondamente restii, se non ostili, a mettere in discussione la sostenibilità del nostro attuale modello di sviluppo, perché significherebbe rinunce più o meno immediate per benefici relativamente lontani nel nostro orizzonte temporale (ma non in quello della prossima generazione per esempio) e questo, tornando alle considerazioni sulla democrazia, non genera consenso elettorale, tutt’altro. C’è anche da dire, invero, che una qualche – anzi più di qualche – “mea culpa” lo dovrebbero fare diversi soggetti del mondo ambientalista, in fondo se alla causa ambientale, spesso si è rivolta più ostilità che supporto, qualche riflessione sul proprio operato sarebbe più che opportuna.

    Infatti, un approccio altrettanto dogmatico e fondamentalista, anche nei modi a volte, ha portato a decisioni altrettanto irrazionali e non adeguatamente ponderate con effetti negativi sull’ambiente, o comunque non positivi, e controproducenti sul piano economico, con ricadute spesso sulle fasce deboli della società. Questo è particolarmente evidente in UE, dove non avremo magari le parossistiche espressioni trumpiane, ma su temi quali l’energia (la questione del nucleare, piuttosto che l’approccio sul gas…) o l’agrotecnica (la questione OGM su tutte), l’auto elettrica l'assunzione di posizioni poco pragmatiche ha portato alla sofferenza di importanti fette di economia e con esse di società, senza che vi fosse sufficiente sensibilità e prontezza verso il disagio e la marginalizzazione di queste, redendole estremamente vulnerabili alle sirene demagogiche populiste e più o meno antiscientifiche. Stendiamo un velo pietoso sulla questione nel nostro paese.

    Il così detto “ecosocialismo” così come coniugato fino ad oggi in UE è stato un mezzo fiasco, visto che si è perso le masse per strada. I movimenti che vogliono, giustamente, un progresso sostenibile hanno un grande lavoro da fare adesso, che è quello di ricreare un ampio consenso trasversale su tali questioni, supportando la comunicazione e l’informazione scientifica attraverso una divulgazione onesta, trasparente, accessibile e partecipata, denunciando le scelte e posizioni non basate su criteri razionali, non assecondando le emotività del momento e nemmeno tentando di cavalcarle e senza nessun ammiccamento a posizioni preconcette o ideologiche. L'Europa deve continuare ad essere coraggiosamente alfiere della battaglia dello sviluppo sostenibile, ma deve essere più concreta nel farlo.

    Dare oggi dell’orco a Trump e dei buzzurri ai suoi elettori, e fare altrettanto coi populisti nostrani, non solo non serve, ma è, anzi deleterio. Si deve opporre il ragionamento, si deve smontare l’emotività, si deve rivolgersi alla testa delle masse e si deve riportarle alla partecipazione alla vita pubblica. L’affermarsi di posizioni come quelle del Tycoon d’oltreoceano, di Orban qui in UE o di altri sovranisti vari, si deve anche alla disaffezione popolare alla partecipazione democratica, fenomeno che oltre a produrre gli effetti che già vediamo indebolisce progressivamente la democrazia stessa, facendola diventare gradualmente qualcos’altro di tutt’altro che desiderabile. E anche questo non sta avvenendo in “tempi geologici”.

 

lunedì 4 novembre 2024

Naturalmente Antropico

La lettura del libro "il Governo dell'Acqua - Ambiente Naturale e Ambiente Costruito", del Professor Andrea Rinaldo (1), mi ha indotto in alcune riflessioni. Credo che su determinate questioni anche noi Geologi dovremmo interrogarci e non adottare posizioni per partito preso. Ha senso parlare oggi di ambiente naturale, nel senso di non recante alcun senso di artificializzazione, ovverosia sia di effetti indotti da attività antropiche? Possiamo dire che esistano ambienti simili sulla Terra, oggi?

Recenti studi archeologici mostrano come anche la parte interna dell'Amazzonia avesse una cospicua popolazione umana, stimata in decine di milioni di individui, socialmente complessa e con realtà "urbane" ragguardevoli. L'arrivo dei conquistadores e con loro delle malattie ha determinato lo sterminio di queste popolazioni e la loro regressione a gruppi tribali isolati, creando l'illusione successivamente che fosse sempre stato così e che il bacino del Rio delle Amazzoni fosse una sorta di Eden dove l'uomo non si era inoltrato. Tolta la grande foresta sudamericana cosa resta? Forse qualche abisso oceanico. Forse.

Orbene questo non vuol essere un lamento sull'invasività e pervasività della nostra specie, è un dato di fatto, e oggi siamo di fronte alla sfida di renderci più "sostenibili" per il pianeta, ma lo facciamo in primis per noi, diciamocelo (non c'è nulla di male ad essere intellettualmente onesti, anche nell'ambientalismo), se poi la biosfera planetaria ne trae beneficio è un po' un effetto collaterale, stavolta positivo.

Riconoscere, però, che parlare di "ambiente naturale" e "rinaturalizzazione" in molti contesti è solo retorica e ha poco senso, a mio avviso, consentirebbe di partire più pragmaticamente nei ragionamenti su come tutelare davvero alcuni ambienti e soprattutto con rendere meno impattante la nostra presenza. Così come iniziare a vedere il concetto di "equilibrio naturale" per quello che è... ossia, spesso, una mera mistificazione comunicativa. In tutti le aree della Terra, abbiamo evidenze dirette o indirette degli effetti della presenza umana, la cui intensità varia in modo direttamente proporzionale alla vicinanza col più vicino insediamento della nostra specie e con la densità della sua popolazione in quell'areale.

Dire, quindi, in molti casi, che si ha un obbiettivo di "ripristino degli equilibri naturali", nel concreto dovrebbe tradursi con  un allontanamento delle comunità dalla zona su cui si vuol operare e una minimizzazione degli effetti su scala planetaria di origine antropica. Puro velleitarismo. Più utile ad azioni efficaci di tutela sarebbe lavorare a tutte quelle soluzioni che consentono una miglior coesistenza tra i vari ambienti e la nostra specie, attraverso tutte quelle misure che consentano un reciproco adattamento.

Piccola parentesi, lo stesso concetto di "equilibrio naturale" - come evidenzia anche il prof. Rinaldo nel suo libro, è fuorviante e mistificatorio. Si esprime questo concetto, come se l'equilibrio degli ecosistemi fosse uno stato stazionario e duraturo, mentre è in realtà uno stato dinamico con continui aggiustamenti ai cambiamenti dei parametri di fondo (clima, fisica atmosferica, dislocazione continentale...), che appunto variano con intensità e velocità variabili nel tempo in funzione della contingenza.

Azioni di tutela volte a ritornare al concetto di equilibrio naturale, nella sua accezione di staticismo perfetto, significa, realtà, applicare una forzosa cristallizzazione a un dato sistema ambientale, che prima o poi genererà effetti imprevedibili e raramente positivi.

Ne consegue la necessità di strategie di adattamento che abbiano il coraggio di applicare anche interventi diretti di trasformazione territoriale, se necessari, e l'uso delle possibilità che la tecnologia offre: la tecnofobia che si respira in tanta parte del movimento ambientalista, che vagheggia un ritorno ad una fase più spartana e bucolica del rapporto uomo - natura, spesso ha prodotto iniziative che hanno generato costi sociali pesanti per le popolazioni più deboli, interventi inadeguati che si sono rivelati inefficaci alla bisogna, o peggio controproducenti e alimentato l'idiosincrasia verso la necessità di sensibilità ambientale.

lunedì 13 maggio 2024

QUANTO SONO CRINGE GLI STRATIGRAFI (O NO?)

E' di qualche giorno fa la notizia che la Commissione Internazionale di Stratigrafia, la ICS, quella che redige lo schema cronostratigrafico qui a lato, ossia la suddivisione ufficiale dei vari periodi della storia del nostro pianeta, e che si basa sull'individuare secondo vari criteri dei precisi orizzonti stratigrafici che rappresentano un preciso intervallo cronologico, ha deciso di non "battezzare" l'Antropocene. Ossia ad oggi questo termine NON ha una valenza rispetto al tempo Geologico e alla storia terrestre. Un articolo del Bo live spiega bene in cosa consiste il procedimento e non è mia intenzione fare uno scritto per spiegare ulteriormente la questione, se vi interessa approfondite, dell'argomento avevo parlato già tempo fa. L'iter che porta a questa conclusione è complesso e frutto di anni di discussione, di un apposito gruppo di lavoro di geologi costituito proprio ad hoc. La decisione è stata piuttosto netta. Tutta la vicenda è ben raccontata su Pikaia.
Fatto sta, quindi, che continuiamo a restare nell'Olocene, iniziato circa 11mila anni fa con la fine dell'ultima grande glaciazione.
Quello su cui vorrei riflettere sono le reazioni che questa comunicazione ha generato nel mondo ambientalista, in parte dell'opinione pubblica, in enti e soggetti tecnici, istituzionali e financo scientifici e le particolari manifestazioni di ciò in quel ginepraio (per essere cortesi) che sono i social media.

Definire una unità cronostratigrafica richiede particolari criteri, tra cui la presenza di marker precisi e inequivocabili, l'esistenza di sezioni tipo e la possibilità di cronocorrelazioni su larga scala. L'Antropocene manca di molto di questo e spesso quelli che dovevano essere marker inequivocabili, per esempio la presenza di plastiche, sono piuttosto equivoci. La commissione stratigrafica preposta ha fatto il suo lavoro. All'antica. E molto meticolosamente, come solo gli stratigrafi sanno essere. 

Eppure si è gridato allo scandalo, si è denigrato il lavoro della commissione e anzi, si è dichiarata addirittura complicità con i negazionisti del climate change e connivenze con Big Oil. La decisione è stata vista come pericolosa, poiché contro il mainstream ambientalista del momento, che permea anche molte istituzioni scientifiche e perciò laddove non è stata criticata è stata comunque quasi ridicolizzata. Anche il nostro SNPA, suo malgrado non ha saputo sottrarsi a ciò, quasi ci fosse il bisogno di prendere le distanze da questi ottusi o collusi stratigrafi.

Si è così, però, di fatto, negato il fondamento stesso del metodo scientifico. Non aver introdotto l'Antropocene nella tavola cronostratigrafica significa negare l'impatto antropico odierno a scala globale sull'ambiente? No, significa, però, che il nostro impatto non è tale da generare una discontinuità nel record geologico tale da individuare un nuovo capitolo nella Storia della Terra. Storia che deve essere registrata nella roccia e non nella chiacchera. E direi, che è giusto così. Le Scienze della Terra hanno da sempre smantellato l'egocentrismo della nostra specie. Prima dimostrando che la Terra aveva una storia ben più lunga della nostra, e che noi siamo ben gli ultimi arrivati, poi con Darwin palesando che la vita non ha avuto come fine la generazione della nostra specie, la cui comparsa di deve ad una serie di fattori diversi e che il nostro successo è ben lungi da essere certificato, poiché la nostra presenza su questo sasso alla periferia di una galassia periferica è piuttosto effimera se paragonata a quella dei Dinosauri, o degli squali o dei millepiedi...

La verità è che l'Antropocene è un'altra manifestazione in negativo del nostro antropocentrismo, anche nell'esecrare il nostro impatto sul pianeta, sentiamo comunque il bisogno di eternarlo nella storia geologica, al pari dell'asteroide dello Yucatan, le glaciazioni, la catastrofe del ferro, l'orogenesi alpina, il disastro del Permo-Trias. La verità è che sparissimo oggi. Tempo qualche decina di migliaia di anni, un battito di ciglia geologico, di noi non ci sarebbe traccia. E questo ci rode immensamente. 

Gli stratigrafi ci hanno, di nuovo, rimesso apposto. Invece di disquisizioni sull'antropocene, sarebbe opportuno recuperare sano pragmatismo su come ridurre la nostra voracità verso le matrici ambientali, praticare uno sviluppo più equo verso  le varie popolazioni del mondo e verso le altre specie presenti, su come far sì che il green new deal non sia retorica o un nuovo dogmatismo o peggio una nuova forma mascherata di sfruttamento globale, ma un orizzonte compatibilità ambientale e sociale

Dobbiamo essere consci del fatto che tutto il bailamme per una maggior sostenibilità della nostra presenza sulla Terra, non serve alla Terra, serve alla nostra sopravvivenza. Il più possibile comoda.

mercoledì 7 febbraio 2024

Col trattore a comandare (tra l'ipocrisia popolare)

E' una domenica mattina qualunque. Decido di fare la spesa, visto che in casa manca qualcosa. La settimana entrante si prevede intensa, gli altri familiari sono impegnati, approfitto per fare una spesa in serena solitudine. Fatto il giro, sono alla cassa. Davanti a me, vi è una signora con la spesa "grossa". Tra una chiacchera e l'altra esprime la sua massima solidarietà alla cassiera, costretta, a dire della signora, a forzato lavoro domenicale, quando potrebbe a buon diritto stare a casa a godersi la famiglia. Paga e se ne va. Tocca a me. La cassiera con un sospiro mi fa: certo che certa gente neanche si rende conto di essere ridicola. In fondo è così, l'ipocrisia all'eccesso, diviene ridicola e imbarazzante. La signora biasimava un sistema che richiedeva il lavoro domenicale della cassiera, perché c'è gente che privilegia la spesa di domenica. Esattamente come lei. Questa situazione non mi pare troppo dissimile a quella che si sta manifestando in questi giorni, durante le proteste degli agricoltori. 

Il plauso popolare che accoglie i trattori nelle città, espressione di un umore generalizzato per cui ogni protesta meriti appoggio a prescindere, specie se contro il Moloch Europeo - come sottolinea in un suo pezzo, seppur spigolosamente, il sempre puntuale e schietto Giuliano Cazzola - è quanto mai ipocrita.

Si badi, gli agricoltori hanno ragione a protestare per chiedere la giusta remunerazione del loro lavoro e nel contestare talune politiche del green deal europeo che, in nome di un approccio più ideologico che pragmatico scaricano su di loro gli oneri di una transizione ecologica condotta in modo non rapido, ma forsennato, hanno un po' meno ragione nel mettere in mezzo talune innovazioni come causa dei loro problemi o nel consentire che la loro protesta sia mescolata con movimenti complottari vari.

Ma il plauso pubblico è quanto meno fuori luogo, poiché sono anche, e non in piccola parte, i nostri comportamenti da consumatori ha determinare una quota parte significativa delle criticità attraversate dagli agricoltori oggi. Sono le nostre scelte sull'estetica dei prodotti che spesso genera ai produttori una forte frazione di scarto da gestire, sono i nostri comportamenti che spesso danno agio alla distribuzione di poter mettere alle strette il mondo agricolo sui prezzi d'acquisto. Così come sono le nostre adesioni a mode o a campagne mediatiche artefatte - olio di palma docet - che posso spazzare via interi settori agrozootecnici immotivatamente o determinare maggiori o minori bisogni di import di dati prodotti.

Alla fine ci siamo anche noi tra gli sfruttatori del mondo agricolo, cui portiamo oggi la nostra imbelle solidarietà, come quella della signora dell'inizio di questo mio vaniloquio.

Questa nostra solidarietà è inoltre una occasione persa, perché anziché fomentare il più o meno fondato risentimento degli agricoltori, dovremmo provare a riflettere con loro delle scelte errate fatte e in corso d'opera da parte delle Istituzioni, della Società e del medesimo mondo agricolo - basti pensare alle tante campagne della Coldiretti, fondate più su pregiudizio e protezionismo dal fiato corto, alla lunga rivelatesi assai controproducenti (e non è un caso se essa stessa oggi è contestata, e vorrei dire: finalmente!) - che qualche riflessione su se stesso la deve fare. L'agricoltura ha un impatto nel consumo di risorse e sulla sostenibilità delle produzioni. Demonizzare e negare i temi ambientali è, perciò, quanto mai errato. Lo sottolinea giustamente quella che, ad oggi, è ancora una delle migliori teste dell'ambientalismo quello serio, ossia Edo Ronchi, che invita il mondo agricolo ad aver contezza di come gli effetti del cambiamento climatico avranno, ed hanno già, un peso enorme sulla capacità del sistema agricolo e lo avranno sempre di più si in termini di quantità che di qualità delle produzioni. Strategie collettive e innovazione tecnica non sono eludibili in nome di vantaggi di corto orizzonte.

Certo, abbracciare acriticamente soluzioni più figlie di apparenza mediatica che di solidità tecnica, in nome di approcci più ideologici che ponderati è altrettanto deleterio. Soprattutto se non si valutano le ricadute sociali e gli scenari possibili. Lo ha ben espresso più volte, spesso in solitaria, spessissimo in tempi non sospetti, l'eroica Deborah Piovan che, con raziocinio ed una compostezza che non pare di questi tempi, più volte ha evidenziato come talune politiche della UE, per esempio quelle pro Biologico e sugli agrofarmaci, avrebbero profondamente messo in discussione la sostenibilità economica e ambientale del settore primario europeo, senza portare a benefici tangibili in termini di produttività o di contenimento degli impatti del settore sul clima e le varie matrici ambientali.

Ma si sa, a noi piacciono di più i guru, quelli delle belle parole e dei prediconi, che sanno affascinare anche Istituzioni spesso culturalmente e tecnicamente impreparate al governo di certi fenomeni, e che, però non rispondono mai degli effetti delle loro azioni, o delle campagne mediatiche di cui si fanno promotori, facendo leva sull'emotività dell'opinione pubblica, spesso senza supporto di dati o distorcendoli pur di supportare le proprie teorie, a scapito di innovazioni che, correttamente gestite potrebbero avere, vedi gli esempi delle biotecnologie  o più recentemente delle farine d'insetto.

L'agricoltura è fondamentale, letteralmente, per il sostentamento della popolazione mondiale, per il contrasto alla fame e alla povertà. Così come ha un ruolo non secondario verso un sviluppo ambientalmente più sostenibile su scala globale. E' necessario un vero coinvolgimento degli operatori del settore nell'elaborazione delle strategie di lunga durata che riguardano il settore, affinché trovino condivisione e siano efficaci. Ma il mondo agricolo deve porsi in un'ottica di apertura, di capacità di guardare, mi si passi la facezia, oltre al proprio orto, essere pragmatico e innovativo e non lasciarsi incantare dai pifferai della demagogia e della disinformazione.

venerdì 21 luglio 2023

Estate Radicale

I Compagni Radicali avranno molti difetti, ma di certo non difettano in passione, impegno e tempismo. Hanno lanciato in questi giorni la campagna "Falla fuori" finalizzata al rilancio dell'impegno diretto dei cittadini su alcuni dei grandi temi dei nostri tempi attraverso sei proposte di legge di iniziativa popolare. Per quanto spesso le proposte di legge di iniziativa popolare si perdano negli anfratti parlamentari, nonostante i grandi sforzi per la raccolta delle firme, continuare ad avviarne è, indubbiamente encomiabile, per ostinazione e passione, a prescindere da come uno si schieri. E sebbene il Geologo Proletario sia certamente meno liberista del compagno radicale, non si può non averne rispetto e ammirarne l'impegno. 

Questa campagna radicale si articola in 6 proposte di legge su vari temi. Ce ne sono due che non posso non destare attenzione della comunità delle Scienze della Terra e sulle quali sarebbe bene, e si invita caldamente a farlo, che sia gli Ordini Professionali dei Geologi - ed in generale delle professioni che hanno a che fare col territorio - sia gli studenti che le strutture dei vari dipartimenti universitari di Geoscienze, si dedicassero ad un sano confronto ad una presa di posizione precisa.

La prima riguarda il consumo di suolo, partendo dall'assenza di una legge naturale sul tema, quanto mai critico, ricordando la fragilità e l'indispensabilità di tale risorsa, la proposta di legge propone di istituire, su base regionale, precisi impegni in tema di cartografia, monitoraggio, tutela e ripristino, attraverso strutture dedicate e pianificazione responsabilizzando sia i cittadini che le istituzioni locali, la legge approccia in modo pragmatico il tema, proponendo una modifica del D.Lgs 152/06, se è pur vero che alcuni dei punti proposti sono forse ridondanti con normative nell'ambito della Protezione Civile e del Dissesto Idrogeologico, la legge pondera abbastanza bene i vari aspetti, sia pianificatori, che finanziari e gestionali.  Particolarmente di rilievo l'importanza che viene data alla cartografia di vario tipo sul tema e al suo costante aggiornamento. Piccolo neo, nell'articolo delle definizioni, quella sul suolo è un po' troppo antropocentrica, sarebbe stato meglio elencare sommariamente i processi chimici e biochimici che avvengono nel suolo e ricordarne la fondamentalità per il sostegno della biosfera nel suo complesso, non limitatamente alle sole attività umane.

La seconda riguarda la sburocratizzazione dei processi autorizzativi per gli impianti di produzione energetica, attraverso un radicale riordino delle competenze. Partendo da una riforma in tal senso dello specifico articolo del titolo quindi della Costituzione. In effetti troppo spesso i processi autorizzativi, non solo per questo tipo di impianti, ma in generale per tutta una serie di attività legate alla Transizione energetica e ai processi di adattamento al cambiamento climatico, sono letteralmente in balia della cavillosità della nostra burocrazia e della parcellizzazione e talora contraddizione delle competenze. In coerenza con i suoi intenti semplificatori, la norma è di un solo articolo.

Diamoci una letta. E magari una mossa.

giovedì 29 giugno 2023

Nemmeno l'Alluvione lava la testa ai somari.

C'è un antico proverbio che dice "a lavare la testa all'Asino, si perde tempo, acqua e sapone". Esiste anche una variante che aggiunge "e si infastidisce la bestia". Un modo per dire che per quante argomentazioni buone si abbiano, ogni discussione è inutile con gli ostinati nel pregiudizio, alla fine se ne ricava sangue amaro o liti. Mi è venuto in mente ascoltando taluni dibattiti o leggendo alcuni articoli all'indomani della terribile alluvione emiliana.

Non saprei come altro commentare altrimenti talune uscite. In primis è ampiamente criticabile la strumentalizzazione politica del post alluvione, che si traduce in farraginosità delle azioni di intervento post evento, basti pensare alla lunghissima gestazione per la nomina di una struttura commissariale, quanto mai necessaria, ma preda dei veti e controveti delle varie forze politiche, e l'organizzazione dei soccorsi e delle riparazioni. Il Governo in carica fatica a collaborare con le istituzioni locali di colore diverso dal suo. Vi è poi la stigmatizzazione del "modello emiliano" circa la gestione del territorio, come se altrove, da nord a sud, da un colore all'altro, si sia fatto di meglio, come se l'antropizzazione bulimica degli spazi non fosse bipartisan.

Altra insensatezza, figlia anch'essa dello scontro ideologico preconcetto, della logica di fazione e di una pervicace assenza di conoscenze di base, è la contrapposizione manichea tra chi ritiene il disastro figlio del cambiamento climatico e chi del consumo di suolo. Ciascuno argomentando a modo suo. 

Come se le due cose non fossero entrambe manifestazioni esteriori del medesimo modello di sviluppo divoratore e insostenibile. In ambo i casi le risposte sono ideologiche, non razionali e controproducenti.

Il problema è, infatti, che questo tipo di dibattito e le campagne ambientaliste per un Transizione Ecologica "hard", fatte a suon di misure draconiane, alla fine paiono favorire proprio il pensiero avverso al ripensamento del nostro modello socio economico.

E' evidente che politiche di transizione energetica, basate su inni alla catastrofe che impongono misure onerosissime, pesanti, in lassi di tempi ristretti e rifiutando determinati supporti tecnologici, senza adeguata contezza delle ricadute sociali che esse hanno, generano fortissimi malumori proprio nelle fasce più deboli.

Face deboli della società che spesso vivono sia in ambiti urbanizzati degradati, soffrono gli effetti del cambiamento climatico e si ritrovano a pagare il dazio di sopportare taluni effetti delle misure di transizioni ecologica, qui la propaganda delle destre clima-negazioniste  ed antiambientaliste attecchisce molto; questo porta la questione ambientale a diventare socialmente invisa e a tirare la voltata proprio ai movimenti no euro e "no Greta" per semplificare.

Si rischia che l'UE che uscirà dalle europee 2024 sia a maggioranza euro-tiepida e sostanzialmente molto poco green friendly, il che significherebbe un sostanziale arretramento sia nel campo dell'integrazione europea che nel processo di trasformazione verso un modello socio-economico più sostenibile. Un trionfo.

Lo sviluppo urbano ha portato all'impermeabilizzazione di ampi porzioni di suolo, alterato la rete idrografica, acuendo fenomeni di dissesto ed il rischio idraulico, non che favorito la creazione negli ambiti urbani di microclimi insalubri; il cambiamento climatico - reso più repentino dall'alterazione antropica della composizione atmosferica - comporta l'estremizzazione dei fenomeni metereologici ed un cambiamento profondo nei regimi pluviali. Il mix di questi fattori in una situazione di oggettiva lentezza ed incertezza nella messa in atto di misure per l'adattamento climatico e la riduzione dell'impatto antropico, porta a effetti catastrofici.

Bisogna riguadagnare le masse alla causa ambientale, ma non si può farlo con la retorica, l'ideologia, l'estremizzazione delle misure. Serve dialogo, informazione, attenzione alle dinamiche territoriali, grande pragmatismo, capacità tecnologica, coinvolgimento del mondo produttivo, fortissima attenzione ai ceti deboli. Rigore scientifico. 

Se si pensa di fare la svolta ambientale con la propaganda, sarà solo la Reazione a trarne vantaggio. E tutti noi a perdere.