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mercoledì 7 febbraio 2024

Col trattore a comandare (tra l'ipocrisia popolare)

E' una domenica mattina qualunque. Decido di fare la spesa, visto che in casa manca qualcosa. La settimana entrante si prevede intensa, gli altri familiari sono impegnati, approfitto per fare una spesa in serena solitudine. Fatto il giro, sono alla cassa. Davanti a me, vi è una signora con la spesa "grossa". Tra una chiacchera e l'altra esprime la sua massima solidarietà alla cassiera, costretta, a dire della signora, a forzato lavoro domenicale, quando potrebbe a buon diritto stare a casa a godersi la famiglia. Paga e se ne va. Tocca a me. La cassiera con un sospiro mi fa: certo che certa gente neanche si rende conto di essere ridicola. In fondo è così, l'ipocrisia all'eccesso, diviene ridicola e imbarazzante. La signora biasimava un sistema che richiedeva il lavoro domenicale della cassiera, perché c'è gente che privilegia la spesa di domenica. Esattamente come lei. Questa situazione non mi pare troppo dissimile a quella che si sta manifestando in questi giorni, durante le proteste degli agricoltori. 

Il plauso popolare che accoglie i trattori nelle città, espressione di un umore generalizzato per cui ogni protesta meriti appoggio a prescindere, specie se contro il Moloch Europeo - come sottolinea in un suo pezzo, seppur spigolosamente, il sempre puntuale e schietto Giuliano Cazzola - è quanto mai ipocrita.

Si badi, gli agricoltori hanno ragione a protestare per chiedere la giusta remunerazione del loro lavoro e nel contestare talune politiche del green deal europeo che, in nome di un approccio più ideologico che pragmatico scaricano su di loro gli oneri di una transizione ecologica condotta in modo non rapido, ma forsennato, hanno un po' meno ragione nel mettere in mezzo talune innovazioni come causa dei loro problemi o nel consentire che la loro protesta sia mescolata con movimenti complottari vari.

Ma il plauso pubblico è quanto meno fuori luogo, poiché sono anche, e non in piccola parte, i nostri comportamenti da consumatori ha determinare una quota parte significativa delle criticità attraversate dagli agricoltori oggi. Sono le nostre scelte sull'estetica dei prodotti che spesso genera ai produttori una forte frazione di scarto da gestire, sono i nostri comportamenti che spesso danno agio alla distribuzione di poter mettere alle strette il mondo agricolo sui prezzi d'acquisto. Così come sono le nostre adesioni a mode o a campagne mediatiche artefatte - olio di palma docet - che posso spazzare via interi settori agrozootecnici immotivatamente o determinare maggiori o minori bisogni di import di dati prodotti.

Alla fine ci siamo anche noi tra gli sfruttatori del mondo agricolo, cui portiamo oggi la nostra imbelle solidarietà, come quella della signora dell'inizio di questo mio vaniloquio.

Questa nostra solidarietà è inoltre una occasione persa, perché anziché fomentare il più o meno fondato risentimento degli agricoltori, dovremmo provare a riflettere con loro delle scelte errate fatte e in corso d'opera da parte delle Istituzioni, della Società e del medesimo mondo agricolo - basti pensare alle tante campagne della Coldiretti, fondate più su pregiudizio e protezionismo dal fiato corto, alla lunga rivelatesi assai controproducenti (e non è un caso se essa stessa oggi è contestata, e vorrei dire: finalmente!) - che qualche riflessione su se stesso la deve fare. L'agricoltura ha un impatto nel consumo di risorse e sulla sostenibilità delle produzioni. Demonizzare e negare i temi ambientali è, perciò, quanto mai errato. Lo sottolinea giustamente quella che, ad oggi, è ancora una delle migliori teste dell'ambientalismo quello serio, ossia Edo Ronchi, che invita il mondo agricolo ad aver contezza di come gli effetti del cambiamento climatico avranno, ed hanno già, un peso enorme sulla capacità del sistema agricolo e lo avranno sempre di più si in termini di quantità che di qualità delle produzioni. Strategie collettive e innovazione tecnica non sono eludibili in nome di vantaggi di corto orizzonte.

Certo, abbracciare acriticamente soluzioni più figlie di apparenza mediatica che di solidità tecnica, in nome di approcci più ideologici che ponderati è altrettanto deleterio. Soprattutto se non si valutano le ricadute sociali e gli scenari possibili. Lo ha ben espresso più volte, spesso in solitaria, spessissimo in tempi non sospetti, l'eroica Deborah Piovan che, con raziocinio ed una compostezza che non pare di questi tempi, più volte ha evidenziato come talune politiche della UE, per esempio quelle pro Biologico e sugli agrofarmaci, avrebbero profondamente messo in discussione la sostenibilità economica e ambientale del settore primario europeo, senza portare a benefici tangibili in termini di produttività o di contenimento degli impatti del settore sul clima e le varie matrici ambientali.

Ma si sa, a noi piacciono di più i guru, quelli delle belle parole e dei prediconi, che sanno affascinare anche Istituzioni spesso culturalmente e tecnicamente impreparate al governo di certi fenomeni, e che, però non rispondono mai degli effetti delle loro azioni, o delle campagne mediatiche di cui si fanno promotori, facendo leva sull'emotività dell'opinione pubblica, spesso senza supporto di dati o distorcendoli pur di supportare le proprie teorie, a scapito di innovazioni che, correttamente gestite potrebbero avere, vedi gli esempi delle biotecnologie  o più recentemente delle farine d'insetto.

L'agricoltura è fondamentale, letteralmente, per il sostentamento della popolazione mondiale, per il contrasto alla fame e alla povertà. Così come ha un ruolo non secondario verso un sviluppo ambientalmente più sostenibile su scala globale. E' necessario un vero coinvolgimento degli operatori del settore nell'elaborazione delle strategie di lunga durata che riguardano il settore, affinché trovino condivisione e siano efficaci. Ma il mondo agricolo deve porsi in un'ottica di apertura, di capacità di guardare, mi si passi la facezia, oltre al proprio orto, essere pragmatico e innovativo e non lasciarsi incantare dai pifferai della demagogia e della disinformazione.

domenica 12 marzo 2023

Come son da proletari OGM e GAS

Asserire oggi che gli Organismi Geneticamente Modificati e più in generale le biotecnologie applicate all'agricoltura e le estrazioni di gas, siano non tanto simbolo di un capitalismo multinazionale, quanto fattori di equità sociale e di supporto al proletariato, inteso come fasce economicamente più deboli, ovverosia, siano elementi che potremmo definire di Sinistra, non è cosa affatto scontata e per qualcuno, immagino, nemmeno plausibile. Proverò, con qualche dato alla mano perorare questa mia posizione, e cercherò soprattutto di spiegare il perché mi sia ardito a formularla.

Sono diversi gli studi autorevoli che evidenziano come l'agricoltura biologica abbia, a parità di superfici rese più basse e nessun particolare valore aggiunto nutrizionale. Ciò detto la stessa continua ad essere fortemente favorita dalle politiche comunitarie e nazionali e perciò a crescere in termini di superficie agricola impiegata. Un recente rapporto Istat evidenzia alcuni degli aspetti per cui la stessa è comunque appetibile agli agricoltori al netto di incentivi e del calo di resa. L'agricoltura bio è più costosa in termini di gestione, perché il mancato uso di fito farmaci e diserbanti rende necessaria una maggiore attività operativa (tralascio le discussioni sul fatto che il "verderame" non sia poi così "light" per l'ambiente), d'altro canto proprio il mancato uso di questi prodotti genera un risparmio agli agricoltori ed è meno produttiva in termini di resa delle colture, ma genera maggiori ricavi perché viene venduta a prezzi significativamente più alti dei prodotti "tradizionali" generando guadagni maggiori per i produttori. Ovviamente è "una certa" fascia di consumatori che si acquista bio, un target che si può definire "benestante".

I prodotti OGM consentono di ottenere rese maggiori con minori fabbisogni di terra, acqua, fitosanitari e possono essere "nutrizionalmente" potenziati, pratica già attuata in alcune aree del mondo e particolarmente utile in tal senso. Da menzionare, sempre fuori bio, l'agricoltura di precisione che attraverso l'impiego tecnologie quali il satellite, i droni, app varie consente di ottimizzare l'irrigazione, l'impiego di fitosanitari, le arature, i consumi, consentendo ai  produttori di ottimizzare i costi e aumentare le rese. I prodotti derivanti da queste pratiche sono sani, a minor costo e perciò accessibili anche a chi ha meno risorse a disposizione da spendere per l'alimentazione. Oltre che ambientalmente  più sostenibili.

Credo che il dibattito su questi temi sia stato ampiamente condizionato da un lato da ritardi nell'agricoltura tradizionale, che ha forse tardato in certi momenti verso l'innovazione, dall'altro dall'indubbia capacità di propaganda pro Bio, che ha saputo coagulare consenso nel mondo ambientalista, istituzionale e a livello mediatico, anche al netto delle evidenze scientifiche. A maggior ragione per tanto, oggi servi ricondurre a maggior razionalità la discussione sul tema delle politiche agricole.

Contro i combustibili fossili e i loro impiego soprattutto, molto si può, giustamente, recriminare. anche se, forse, in primis dovremmo recriminare contro noi stessi. Ma senza di essi non avremmo avuto energia a buon mercato, disponibile praticamente ovunque, elementi che sono stati indispensabili per migliorare la qualità della vita in modo ubiquitario. consiglio il libro "Elogio del Petrolio" per approfondire il tema. Ad oggi restano le fonti energetiche più accessibili nelle arre più povere e alle classi più deboli. L'accessibilità fisica ed economica all'approvvigionamento energetico, va attentamente considerato nei processi di transizione energetica, se non si vuole rischiarne la disparità sociale.

Secondo l'IPCC al 2050, anche nello scenario più ottimista (RCP 8.5) nel contenimento delle emissioni di CO2 il 30% del fabbisogno energetico sarà coperto da fonti fossili, GAS in particolare. Ad oggi in Italia, dove il 75% dell'approvvigionamento energetico è da fonti fossili, ed il gas complessivamente è il 40% circa, circa il 5% deriva da fonti nazionali. 20 anni fa coprivamo  circa il 20 e passa%. Poi si è preferito ridurre la nostra produzione a favore delle importazioni, con gasdotti e hub. E un anno fa ci siamo scoperti al guinzaglio di Putin ed oggi lo siamo di Azerbaijan, Algeria e Qatar, alla faccia del sovranismo e dei principi democratici dell'Occidente.

Le risorse nazionali oggi note (è dal 2008 che non esploriamo più) ci consentirebbero di coprire il 10% del fabbisogno nazionale, potremmo arrivare al 20% abbinando il biogas, ma è lecito aspettarsi che da una ripresa delle esplorazioni potremmo reperire riserve che ci consentirebbero di aumentare sensibilmente questo livello. Se abbiniamo politiche di ottimizzazione e risparmio dei consumi, contrasto alle emissioni fuggitive di metano, potremmo davvero ridurre in modo importante le importazioni da qui e nel medio lungo periodo.

Orbene, non occorre essere grandi tecnici per capire che estrarre in territorio naturale (attività in cui è opportuno ricordare la grande esperienza tecnica e professionale che questo paese può vantare) GAS sia ambientalmente ed economicamente più sostenibile e sicuro che approvvigionarsi da fonti estere, dove le instabilità geopolitiche possono, come abbiamo visto, generare speculazioni finanziarie pesanti, e vere e proprie limitazioni alla nostra indipendenza oltre che il rischio di dover barattare nostre scelte per metri cubi di carburante.

Instabilità e speculazioni che alla fine, anche queste, pagano sempre le fasce deboli, non dimentichiamocelo.