giovedì 29 giugno 2023

Nemmeno l'Alluvione lava la testa ai somari.

C'è un antico proverbio che dice "a lavare la testa all'Asino, si perde tempo, acqua e sapone". Esiste anche una variante che aggiunge "e si infastidisce la bestia". Un modo per dire che per quante argomentazioni buone si abbiano, ogni discussione è inutile con gli ostinati nel pregiudizio, alla fine se ne ricava sangue amaro o liti. Mi è venuto in mente ascoltando taluni dibattiti o leggendo alcuni articoli all'indomani della terribile alluvione emiliana.

Non saprei come altro commentare altrimenti talune uscite. In primis è ampiamente criticabile la strumentalizzazione politica del post alluvione, che si traduce in farraginosità delle azioni di intervento post evento, basti pensare alla lunghissima gestazione per la nomina di una struttura commissariale, quanto mai necessaria, ma preda dei veti e controveti delle varie forze politiche, e l'organizzazione dei soccorsi e delle riparazioni. Il Governo in carica fatica a collaborare con le istituzioni locali di colore diverso dal suo. Vi è poi la stigmatizzazione del "modello emiliano" circa la gestione del territorio, come se altrove, da nord a sud, da un colore all'altro, si sia fatto di meglio, come se l'antropizzazione bulimica degli spazi non fosse bipartisan.

Altra insensatezza, figlia anch'essa dello scontro ideologico preconcetto, della logica di fazione e di una pervicace assenza di conoscenze di base, è la contrapposizione manichea tra chi ritiene il disastro figlio del cambiamento climatico e chi del consumo di suolo. Ciascuno argomentando a modo suo. 

Come se le due cose non fossero entrambe manifestazioni esteriori del medesimo modello di sviluppo divoratore e insostenibile. In ambo i casi le risposte sono ideologiche, non razionali e controproducenti.

Il problema è, infatti, che questo tipo di dibattito e le campagne ambientaliste per un Transizione Ecologica "hard", fatte a suon di misure draconiane, alla fine paiono favorire proprio il pensiero avverso al ripensamento del nostro modello socio economico.

E' evidente che politiche di transizione energetica, basate su inni alla catastrofe che impongono misure onerosissime, pesanti, in lassi di tempi ristretti e rifiutando determinati supporti tecnologici, senza adeguata contezza delle ricadute sociali che esse hanno, generano fortissimi malumori proprio nelle fasce più deboli.

Face deboli della società che spesso vivono sia in ambiti urbanizzati degradati, soffrono gli effetti del cambiamento climatico e si ritrovano a pagare il dazio di sopportare taluni effetti delle misure di transizioni ecologica, qui la propaganda delle destre clima-negazioniste  ed antiambientaliste attecchisce molto; questo porta la questione ambientale a diventare socialmente invisa e a tirare la voltata proprio ai movimenti no euro e "no Greta" per semplificare.

Si rischia che l'UE che uscirà dalle europee 2024 sia a maggioranza euro-tiepida e sostanzialmente molto poco green friendly, il che significherebbe un sostanziale arretramento sia nel campo dell'integrazione europea che nel processo di trasformazione verso un modello socio-economico più sostenibile. Un trionfo.

Lo sviluppo urbano ha portato all'impermeabilizzazione di ampi porzioni di suolo, alterato la rete idrografica, acuendo fenomeni di dissesto ed il rischio idraulico, non che favorito la creazione negli ambiti urbani di microclimi insalubri; il cambiamento climatico - reso più repentino dall'alterazione antropica della composizione atmosferica - comporta l'estremizzazione dei fenomeni metereologici ed un cambiamento profondo nei regimi pluviali. Il mix di questi fattori in una situazione di oggettiva lentezza ed incertezza nella messa in atto di misure per l'adattamento climatico e la riduzione dell'impatto antropico, porta a effetti catastrofici.

Bisogna riguadagnare le masse alla causa ambientale, ma non si può farlo con la retorica, l'ideologia, l'estremizzazione delle misure. Serve dialogo, informazione, attenzione alle dinamiche territoriali, grande pragmatismo, capacità tecnologica, coinvolgimento del mondo produttivo, fortissima attenzione ai ceti deboli. Rigore scientifico. 

Se si pensa di fare la svolta ambientale con la propaganda, sarà solo la Reazione a trarne vantaggio. E tutti noi a perdere.


lunedì 5 giugno 2023

Schizofrenia Geologica


Non saprei, onestamente, e prego di non volermene, davvero, come altro definire il Consiglio Nazionale dei Geologi, viste le sue ultime dichiarazioni se non Schizofrenico. Certo l'organo è borghese e reazionario, ma formalmente è pur sempre la voce dei Geologi in Italia, per cui, sebbene per me sia come ascoltare la voce del Vaticano,  quando, per bocca del Presidente fa certe affermazioni, non posso non sentirmene coinvolto. 

Come può essere che a distanza di pochi giorni si riesca a fare importanti affermazioni circa il dissesto del territorio e ai rischi indotti dall'artificializzazione spinta in talune aree, quali cause predisponenti a eventi calamitosi, che mixate con gli effetti del progressivo mutare dei trend delle precipitazioni, porta a esiti disastrosi come quelli recenti in Emilia Romagna, richiamando la necessità di un radicale cambio di rapporto con il territorio, anche attraverso la sua deartificializzazione laddove possibile e di poco appresso si vada, cinguettando con uno dei ministri alle infrastrutture, meno idonei al ruolo della storia repubblicana, discettando sulla volontà di voler dare ampia disponibilità nel processo che porterà alla realizzazione di un'opera estremamente impattante come il Ponte sullo Stretto di Messina? Il problema del Ponte non è tanto la questione sismica, non ho dubbi che ingegneristicamente la cosa sia fattibile, quanto l'artificializzazione di territorio che sarà necessaria per l'opera. I piloni si mangeranno ettari di aree oggi sgombre e la viabilità connessa segnerà un'ulteriore pesante impermeabilizzazione. in due regioni che si trovano ad avere fenomeni di dissesto pesanti, gestione idrica e ambientale in seria difficoltà, siti inquinanti ben lontani dalla bonifica ed interessate da processi incipienti di desertificazione. Per non parlare di una serie ormai cronica di criticità socio economiche. 

Orbene, davvero crediamo che i fondi che il ponte assorbirà non potrebbero trovare più proficuo ed efficace impiego? Davvero ci serve il Ponte per reclamare un ulteriore successo di un modello di sviluppo che fa delle infrastrutture spesso delle armi di distrazione di massa, anziché elementi di sviluppo sostenibile?  Queste sarebbero Sentinelle del Territorio? Mi sembrano più i secondini.

I Geologi vogliono davvero essere parte di ciò? Crediamo che dia autorevolezza stare "nella stanza dei bottoni" da commensali? Oppure crediamo al cambio di paradigma nel rapporto col territorio? Da quale parte stiamo? 

Forse è meglio se andiamo a farci vedere da uno bravo.

domenica 14 maggio 2023

Rabdomanzia portami via

    Il grande Filippo Turati diceva che le Libertà sono tutte solidali, non si può offenderne una senza offenderle tutte. In questo modo denunciava l'incipiente deriva autoritaria dell'Italia, evidenziando come la lesione di taluni diritti, ancorché riguardassero solo dei gruppi sociali ben definiti, fosse un segnale precursore dello smantellamento complessivo dello Stato di Diritto. Anche oggi dobbiamo essere consapevoli del fatto che tollerare l'attacco a un determinato Diritto fondamentale, quandanche non sia di nostro diretto interesse, apre la porta ad una progressiva erosione delle Liberta collettive, e quindi, prima o poi ne verremmo comunque coinvolti. 
    Lo stesso vale per la Libertà Scientifica e per i suoi principi fondamentali, basati sull'oggettività ed il pensiero razionale. Alla Turati potremmo dire che le Scienze sono tutte solidali, non se offende una senza offenderle tutte. Ecco perché, nel mio piccolo, cerco di evidenziare l'inconsistenza e financo la nocività della diffusione di pseudoscienze in ambito medico, come l'omeopatia, i deliri no vax, la disinformazione sui vaccini, il sostegno alle cure miracolose (Stamina, Di Bella...) che tali non sono affatto, oppure delle campagne di mala informazione sulle biotecnologie in ambito agrotecnico, al sostegno a pratiche esoteriche come il biodinamico, alle campagne sul "naturale" che alla fine in realtà portano solo a pratiche inconcludenti.  
    Mi ci spendo perché ho la consapevolezza che tollerare che circolino, significa sminuire e mistificare la Scienza Medica, piuttosto che la Biologia e le Scienze Agrotecniche, e prima o poi questo porterà a fare altrettanto con le Scienze della Terra. Ed infatti così accade. Pensiamo ai Terrapiattisti, ai Negazionisti Climatici (sebbene è noto che sulla transizione energetica io abbia posizioni non esattamente in linea con il mainstream ambientalista - non significa che non sia consapevole dell'azione antropica sull'Ambiente a scala globale - anzi proprio per questo vorrei che si facesse meno retorica e più pragmatica) e pensiamo anche ai No Siccità, quelli che (guarda caso spesso sono gli stessi dei giri no vax) che credono ad un complotto sull'acqua. 
    Ed alla fine arrivano i RABDOMANTI e qui vorrei dedicarci qualche parola. Ormai i media da mesi cercano di rendere consapevole l'opinione pubblica del problema della siccità che ormai da tre anni con intensità crescente riguarda l'Europa è particolarmente l'Italia, dove il fenomeno è particolarmente problematico per i nostri elevati consumi, gli sprechi e la nostra abitudine ad avere sempre acqua a volontà. Le istituzioni cercano di correre ai ripari con piani infrastrutturali che consentano nel contempo di immagazzinare acqua che gestire gli eventi di piovosità intensa (altro aspetto ormai peculiare nel nostro meteo), si inizia finalmente a mettere mano alle reti, si cerca di implementare depurazione e riuso, si parla di buone pratiche per ridurre i consumi. Ovviamente siamo in affatto perché sono tutte cose che si sarebbe dovuto avere la lungimiranza di fare prima. Come sempre, però, le cose che richiedono impegno prolungato e non sono particolarmente eclatanti in questo paese non hanno molta considerazione. Ci si ricorda poi solo ora dell'importanza della tutela e buona gestione della risorsa idrica sotterranea.
E qui arrivano le italiche "sorprese". In queste settimane sui media vari si susseguono con una certa frequenza le apparizioni dei rabdomanti, che ovviamente acquistano seguito sui social. I quali, presentati come professionisti del settore, sarebbero ben più utili dei modesti e inadeguati idrogeologi, che non sanno captare tutte le "energie" dell'acqua. Addirittura, quando un gruppo di ricerca costruisce un drone, in grado di eseguire rilievi aerei utili ad individuare falde acquifere accessibili, i media non trovano di meglio che chiamarlo "rabodmante elettronico". Li mortacci, verrebbe da dire. Tale è la credibilità che questi "professionisti" ottengono con questa visibilità che persino Enti Istituzionali si rivolgono a loro. A nulla valgono le reprimende che giustamente sono partiti da Accademia e Ordini Professionali, molto spesso gli organi di informazione creano artatamente una contrapposizione, dove questi ultimi sono rappresentanti solo come degli organi che difendono interessi di bottega a fronte dei sensibili ed eroici Rabdomanti che, animati da filantropico spirito, che voglio solo aiutare gli assetati. 
Ora non starò qui a spiegare perché la Rabdomanzia sia una pratica infondata, basata su superstizione, creduloneria e ciarlataneria scientifica, mi limito a lasciarvi un testo per informarvi. Mi limito a ricordare che tutti i test scientifici seri a cui si è sottoposta la pratica sono miseramente falliti.


Voglio però dire a tutti i compagni Geologi, ed in Generale ai vari studiosi e tecnici delle discipline delle Scienze della Terra, che non basta il comunicato stampa, o il commento sui social. Enti pubblici che buttano soldi pubblici in queste pratiche, vanno denunciati alla corte dei conti, alle Autorità competenti ed esposti al pubblico ludibrio, e vanno incalzate anche le forze politiche su queste questioni. Non si può stare zitti o usare troppe cortesie. Questi Enti finanziando tali pratiche - così come certi Istituti che sono arrivati addirittura a farci corsi - stanno di fatto RUBANDO soldi pubblici, che potrebbero essere usati per la manutenzione del territorio, la tutela della risorsa idrica, la formazione, il finanziamento della ricerca insomma, quello che davvero ha un'utilità.
E' un'azione necessaria, anche se mi rendo conto non necessariamente popolare. Troppo spesso la paura della contestazione, la paura di essere tacciati come censori di una mal intensa "libertà d'espressione e opinione" o di avere scarsa empatia, frena l'intervento razionale nel dibattito pubblico, lasciando campo libero ai vari propalatori di dottrine antiscientifiche, che spesso sono mossi da motivi piuttosto vili più che da filantropia e connessione con le energie dell'universo. Vanno smascherati e con loro le Istituzioni che fanno il loro dovere. Se non vogliamo trovarci in un futuro alla IDIOCRACY, quando qualcuno ci chiederà "e tu che facevi quando tutto questo è iniziato?"

(Articoli tratti dalla Stampa del 26 aprile).


 


domenica 12 marzo 2023

Come son da proletari OGM e GAS

Asserire oggi che gli Organismi Geneticamente Modificati e più in generale le biotecnologie applicate all'agricoltura e le estrazioni di gas, siano non tanto simbolo di un capitalismo multinazionale, quanto fattori di equità sociale e di supporto al proletariato, inteso come fasce economicamente più deboli, ovverosia, siano elementi che potremmo definire di Sinistra, non è cosa affatto scontata e per qualcuno, immagino, nemmeno plausibile. Proverò, con qualche dato alla mano perorare questa mia posizione, e cercherò soprattutto di spiegare il perché mi sia ardito a formularla.

Sono diversi gli studi autorevoli che evidenziano come l'agricoltura biologica abbia, a parità di superfici rese più basse e nessun particolare valore aggiunto nutrizionale. Ciò detto la stessa continua ad essere fortemente favorita dalle politiche comunitarie e nazionali e perciò a crescere in termini di superficie agricola impiegata. Un recente rapporto Istat evidenzia alcuni degli aspetti per cui la stessa è comunque appetibile agli agricoltori al netto di incentivi e del calo di resa. L'agricoltura bio è più costosa in termini di gestione, perché il mancato uso di fito farmaci e diserbanti rende necessaria una maggiore attività operativa (tralascio le discussioni sul fatto che il "verderame" non sia poi così "light" per l'ambiente), d'altro canto proprio il mancato uso di questi prodotti genera un risparmio agli agricoltori ed è meno produttiva in termini di resa delle colture, ma genera maggiori ricavi perché viene venduta a prezzi significativamente più alti dei prodotti "tradizionali" generando guadagni maggiori per i produttori. Ovviamente è "una certa" fascia di consumatori che si acquista bio, un target che si può definire "benestante".

I prodotti OGM consentono di ottenere rese maggiori con minori fabbisogni di terra, acqua, fitosanitari e possono essere "nutrizionalmente" potenziati, pratica già attuata in alcune aree del mondo e particolarmente utile in tal senso. Da menzionare, sempre fuori bio, l'agricoltura di precisione che attraverso l'impiego tecnologie quali il satellite, i droni, app varie consente di ottimizzare l'irrigazione, l'impiego di fitosanitari, le arature, i consumi, consentendo ai  produttori di ottimizzare i costi e aumentare le rese. I prodotti derivanti da queste pratiche sono sani, a minor costo e perciò accessibili anche a chi ha meno risorse a disposizione da spendere per l'alimentazione. Oltre che ambientalmente  più sostenibili.

Credo che il dibattito su questi temi sia stato ampiamente condizionato da un lato da ritardi nell'agricoltura tradizionale, che ha forse tardato in certi momenti verso l'innovazione, dall'altro dall'indubbia capacità di propaganda pro Bio, che ha saputo coagulare consenso nel mondo ambientalista, istituzionale e a livello mediatico, anche al netto delle evidenze scientifiche. A maggior ragione per tanto, oggi servi ricondurre a maggior razionalità la discussione sul tema delle politiche agricole.

Contro i combustibili fossili e i loro impiego soprattutto, molto si può, giustamente, recriminare. anche se, forse, in primis dovremmo recriminare contro noi stessi. Ma senza di essi non avremmo avuto energia a buon mercato, disponibile praticamente ovunque, elementi che sono stati indispensabili per migliorare la qualità della vita in modo ubiquitario. consiglio il libro "Elogio del Petrolio" per approfondire il tema. Ad oggi restano le fonti energetiche più accessibili nelle arre più povere e alle classi più deboli. L'accessibilità fisica ed economica all'approvvigionamento energetico, va attentamente considerato nei processi di transizione energetica, se non si vuole rischiarne la disparità sociale.

Secondo l'IPCC al 2050, anche nello scenario più ottimista (RCP 8.5) nel contenimento delle emissioni di CO2 il 30% del fabbisogno energetico sarà coperto da fonti fossili, GAS in particolare. Ad oggi in Italia, dove il 75% dell'approvvigionamento energetico è da fonti fossili, ed il gas complessivamente è il 40% circa, circa il 5% deriva da fonti nazionali. 20 anni fa coprivamo  circa il 20 e passa%. Poi si è preferito ridurre la nostra produzione a favore delle importazioni, con gasdotti e hub. E un anno fa ci siamo scoperti al guinzaglio di Putin ed oggi lo siamo di Azerbaijan, Algeria e Qatar, alla faccia del sovranismo e dei principi democratici dell'Occidente.

Le risorse nazionali oggi note (è dal 2008 che non esploriamo più) ci consentirebbero di coprire il 10% del fabbisogno nazionale, potremmo arrivare al 20% abbinando il biogas, ma è lecito aspettarsi che da una ripresa delle esplorazioni potremmo reperire riserve che ci consentirebbero di aumentare sensibilmente questo livello. Se abbiniamo politiche di ottimizzazione e risparmio dei consumi, contrasto alle emissioni fuggitive di metano, potremmo davvero ridurre in modo importante le importazioni da qui e nel medio lungo periodo.

Orbene, non occorre essere grandi tecnici per capire che estrarre in territorio naturale (attività in cui è opportuno ricordare la grande esperienza tecnica e professionale che questo paese può vantare) GAS sia ambientalmente ed economicamente più sostenibile e sicuro che approvvigionarsi da fonti estere, dove le instabilità geopolitiche possono, come abbiamo visto, generare speculazioni finanziarie pesanti, e vere e proprie limitazioni alla nostra indipendenza oltre che il rischio di dover barattare nostre scelte per metri cubi di carburante.

Instabilità e speculazioni che alla fine, anche queste, pagano sempre le fasce deboli, non dimentichiamocelo.

domenica 26 febbraio 2023

#SICCITA'




Riporto un articolo del Sole 24 ore di qualche giorno fa, che ben sintetizza l'urgenza della questione siccità e la necessità di non procrastinare ulteriormente pianificazioni e interventi. A più livelli. Perché mai come in questo caso, una dinamica ambientale critica, può metterne in moto di ben più tumultuose di sociali (P.F.)

25 febbraio 2023

 

Il Punto

La siccità, è ora di accorgersene

È passata un po’ in secondo piano, in questa nostra contemporaneità annichilita dallo spirito della guerra e dal terremoto, quando non dalle ben più misere baruffe chiozzotte della politica politicante.
Ma il tema della siccità è ormai parte del nostro quotidiano. E il presidente dell’associazione dei consorzi di gestione, Francesco Vincenzi, ha dato un allerta eloquente: 3,5 milioni di persone non possono dare per scontato che l'acqua esca dai rubinetti di casa loro.
Fino al 15% degli italiani vive in zone a rischio di siccità grave.
Non piove, non c’è neve, non ci sono riserve sufficienti. Ci vorrebbero 50 giorni di pioggia ininterrotta per colmare il divario ci dicono i meteorologi.
È un problema per l’agricoltura naturalmente che perde fatturato (fino a una decina di miliardi ad oggi) e vede azzerata l’efficacia di una rete di irrigazione che nella Pianura padana era un gioiello; è un problema per gli allevamenti; è un problema per l'energia idroelettrica che si blocca (e oggi copre il 20% del fabbisogno energetico italiano).
Il Governo annuncia di voler mettere a punto un piano d’azione. Ed è bene che parta con l’affrontare lo scandalo delle infrastrutture che in Italia disperdono più del 40% dell'acqua che dovrebbero convogliare. Per vetustà degli acquedotti, ma anche per dolo, perché dove è bene scarso l’acqua è fonte di ricavo per la solita criminalità organizzata.
L'importante è che il tema diventi una vera priorità. Italiana e internazionale: nel medio periodo le aree desertificate sono destinate a espandersi. È inevitabile immaginare un crescendo di esodi biblici di disperati assetati. E non sarà certo un decreto sulle Ong a fermarli.

di Alberto Orioli

 Il Sole 24 Ore

domenica 23 ottobre 2022

Il dissesto idrogeologico nel Parlamento "largo".

Sì è appena insediato il Governo della Thatcher de noantri, di cui non è ancora chiaro cosa pensi in tema ambientale, a parte, a quanto pare, non apprezzare il termine "Transizione Ecologica", visto che si è affrettata a cambiare il nome al relativo Ministero. Il programma del centrodx non dice granché e il neoministro a questo dicastero ci pare che di temi ambientali in senso lato, o in senso stretto, poco si sia occupato fino a ieri. Che l'assegnazione della nomina sia più frutto di spartizioni elettorali che di volontà di dare un segnale su questi temi, è un dubbio più che legittimo. Il Ministero dell'Ambiente, torna ad essere, come troppo spesso è stato in questo paese, duole dirlo spesso con le coalizioni di centrodestra, una mera casella da occupare nell'ambito degli equilibri di potere. E non è bene, vista la strategicità che questo ha assunto in epoca recente. Non vorremmo che ci fosse una mera gestione ragionieristica di tale dicastero. Staremo a vedere. 

Vediamo, però, qual'è il lascito della XVIII legislatura, quella appena conclusa, l'ultima "larga", nel senso del numero dei parlamentari, su un tema strategico come il Dissesto Idrogeologico, prepotentemente di attualità, sebbene l'ISTAT ci dica che tra le preoccupazioni sulle questioni ambientali questo sia nella metà bassa della classifica. Ce ne ricordiamo solo quando piove molto, e per questo si continano a trascurare azioni fondamentali. Le istituzioni spesso seguono questa umoralità, anziché programmare con lungimiranza.

La legislatura appena conclusa ci lascia un corpo di interventi di un certo peso, ma non sempe coerente, anche perché si sono avvicendate 3 compagini di governo diverse, quindi che sia mancata una strategia coerente è anche comprensibile, anche se su questo tema dovrebbe esserci una convergenza bipartisan consolidata. Se si fosse in un paese ragionevole, ovviamente. L'attività dei governi è stata, comuque, evidente, sia in termini di risorse messe a disposizioni che di provvedimenti. Si è partiti - male, a nostro avviso - con la dismissione della struttura di missione "Italia Sicura", per poi sostituirla prima con una struttura di coordinamento in seno alla Presidenza del Consiglio e con il varo del Piano Proteggi Italia. L'introduzione della denominazione delle strutture commissariali regionali dedicate al dissesto idrogeologico, con fondi e strutture, ed ovviamente tutti i provvedimenti ad ho per i vari eventi calamitosi avvenuti dal 2018 in poi.

I fondi messi a disposizione sopratutto col PNRR non sono stati pochi, speriamo siano adeguati i controlli per una spesa efficace. Si segnalano alcune azioni di sollecito da parte del Parlamento, il sostegno ai "Contratti di Fiume" e la promulgazione di diverse norme finalizzate a rendere più rapidi gli iter autorizzativi dei lavori finalizzate alla mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico.

Tra le novità di fine legislatura la costitutuzione del Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica, che dovrebbe coordinare gli interventi sul tema, tra i vari ministeri, l'obbligo del MITE di riferire entro ogni 30 giugno al Parlamento sulle iniziative per la riduzione del rischio connesso col dissesto idrogeologico, il rifinanziamento per il completamento e l'informatizzazione della Carta Geologica d'Italia, strumento conoscitivo fondamentale per qualsiasi pianificazione razionale, l'istituzione di un fondo per il ripristino della continuità della rete idrografica, la cui frammentazione è spesso tra le cause primarie degli effetti più devastanti negli eventi avversi. 

Vedremo se questi ultimi interventi sopravviveranno e avranno compimento in questa nuova legislatura. Sopratutto ci sarà da capire se le tematiche ambientali sono considerate secondarie o primarie e se si preferisca gestire gli effetti delle calamità piuttosto che cercare di prevenirli con una pianificazione, che spesso può non essere elettoralmente conveniente, ma sicuramente quello che servirebbe fare.

martedì 4 ottobre 2022

Non siamo un paese per minatori. O forse no?

Siamo abituati a raccontare il nostro paese  come povero di materie prime e dai giacimenti esauriti o con scarsa attività estrattiva, raccontata come ormai retaggio del passato. Anche l'estrazione degli idrocarburi è vista come un'attività irrilevante se non deplorevole da molte parti della nostra società. Le ultime miniere sarde sono chiuse da tempo e le storie di giacimenti metalliferi sono materia d'archeologia o comunque degli storici. 

I giacimenti minerari in Italia non è che manchino completamente, ma spesso si trovano in configurazioni, o in dimensioni che li rendono scarsamente convenienti. O almeno così era fino a qualche "giorno" fa.  La transizione ecologica, con la corsa alle rinnovabili e all' "elettrificazione" ha scatenato una fame di molti elementi e ciò che prima poteva sembrare un osso da rosicchiare a malapena, oggi diventa boccone appetibile. Basti pensare al caso del Litio (Li) i cui usi principali fino a qualche anno fa si limitavano a vernici, antidepressivi, lubrificanti. Il ricorso a larga scala delle batterie al Litio, in un sacco di applicazioni lo ha reso richiestissimo con una previsione di sestuplicare i fabbisogni  da qui al 2030 arrivando a necessitarne 1.8 milioni di tonnellate. Ottimizzazioni e riciclo non consentiranno di ovviare a questo dato in modo significativo, per cui l'estrazione è quanto mai necessaria. Situazioni analoghe si hanno per le Terre Rare, il Cobalto, come già scritto altre volte. Un'articolo di alcuni ricercatori dei dipartimenti di Geoscienze di Pisa e Firenze compie una interessante ricognizione sulle potenzialità del nostro paese relativamente all'estrazione di Litio. Cogliamo l'occasione per ragionare sul tema e per arrivare ad una riflessione che riguarda la Geologia Italiana, intesa come comunità tecnico scientifica.

Ad oggi sono due le principali tipologie di riserve che coprono la richiesta mondiale di Li:

- le "brine" che soddisfano il 60% della produzione mondiale, che corrispondono a bacini evaporitici, ossia siti in cui durante la storia geologica si sono avuti eventi siccitosi che hanno permesso la precipitazione di sali di Litio (processo similare a quello che porta a produrre la salgemma nelle saline), i più importanti sono in Cile, ma ne troviamo praticamente lungo tutta la costa pacifica americana;

- le "pegmatiti" che sono rocce magmatiche intrusive, ossia che non escono a "giorno" e che corrispondono alla fase finale della solidificazione di magmi granitoidi (cioé che danno origine a rocce ricche in feldspati, quarzo, plagioclasio, miche etc) in cui spesso si hanno abbondanti presenze di minerali quali lo spodumene (un pirosseno) o la lepidolite (mica) ricchi in Litio. Queste si trovano in U.S.A., Brasile, Australia e Africa.

Un caso interessante è la miniera di Jador in Serbia, che oggi produce il 10% del richiesta mondiale di Litio e che è costituita da un giacimento di Jadorite, un minerale borosolicato derivante da alterazione idrotermale (risalita acque calde da circuiti magmatici sotterranei) di argille vulcaniche.

In Europa le "brine" non sono particolarmente estese, mentre lo sono le pegmatiti che troviamo in Galizia (non a caso sito di grande interesse nella strategia europea di approvvigionamento di Litio), Francia, Ucraina, in corrispondenza delle intrusioni magmatiche che si sono generate durante l'orogenesi ercinica-varisica, avvenuta nel Carbonifero (350-300 milioni di anni fa), in cui i paleocontinenti di Gondwana e Laurasia collisero generando le catene più antiche dell'Europa. 

In Italia le pegmatiti ci sono, ma non sono sempre in posizione utile potremmo dire. Gli affioramenti paleozoici non sono molti. Ne abbiamo in Sardegna, isola d'Elba e Calabria, con concentrazioni di Li variabili, si hanno presenze associate con i terreni austroalpini in alcuni tratti delle Alpi e in corrispondenza di metamorfiti permiane. In Alto Adige esiste una concentrazione di minerali simil Jaderite che meriterebbe approfondimento. 

Molto interesse però destano siti dislocati lungo la catena appenninica.

Larderello noto per i campi geotermici, i Campi Flegrei, i Colli Romani, l'Appenino settentrionale nelle zone di sfruttamento idrocarburi. In queste zone abbiamo circuiti idrotermali ad alto o a bassa entalpia che attraversano terreni paleozoici, talora evaporiti, producendo brine ad alto contenuto in Litio. Spesso si ha anche un elevato rapporto Mg (magnesio)/Litio, il che rende problematica l'estrazione di quest'ultimo, quindi l'apprezzabilità di questa fonte potenziale dipende anche dal rapporto Mg/Li. 

Siamo, quindi, ad una fase di conoscenze ancora sommaria, ma gli elementi per approfondire e le potenzialità di fonti accessibili ci sono tutte.

Perché porsi questa questione della reperibilità di Litio in Italia? Il nostro paese si sta avviando a diventare un grande produttore di batterie al Litio. Capite bene che poter contare "anche" su approvvigionamento "casalingo" riduce costi e impatti. Ovviamente l'attività estrattiva non è indolore e va gestita con grande attenzione alla "sostenibilità" e compatibilità che devono essere pratiche e non enunciazioni. L'estrazione del litio in sudamerica ha impatti ambientali pesanti e le condizioni dei lavoratori sono di fatto schiavistiche. La rivoluzione verde non si può fare sulla pelle dei paesi poveri, altrimenti, col capitalismo del fossile non c'è grande differenza. Anzi sarebbe un peggioramento, visto che le estrazioni di idrocarburi si sono "umanizzate" significativamente rispetto agli inizi.

E qui arriviamo finalmente a noi Geologi. Che troppo spesso ci raccontiamo come irrilevanti o sulla via del tramonto. La decarbonizzazione dell'economia, la transizione energetica dal fossile alle rinnovabili se non vogliamo siano solo slogan per concretizzarsi richiedono comunque l'attingimento di risorse naturali. Certo questo va fatto in modo controllato e il più possibile sostenibile, vanno efficentati i processi e massimizato il recupero, ridotto lo spreco, ma il ricorso a risorse naturali è e resterà ineludibile. Così come la necessità di perseguire il più possibile, la massima prossimità praticabile tra materie prime e utilizzazione. L'Italia vuole  essere soggetto forte nella produzione di batterie e per questo le serve Litio. Possibilmente Europeo. Meglio se anche un po' tricolore. Serve pertanto recuperare vecchie professionalità accademiche oggi desuete, serve aprirsi a nuove necessità di approfondimento tecnico e scientifico. Serve riprendere attività di prospezione in Italia in modo innovativo e attento, serve una nuova fase della Geologia mineraria in questo paese e la riscoperta della Geologia Economica. Serve che l'accademia ne sia consapevole, come la comunità professionale dei Geologi. Serve esserci perché i campi sono quelli nostri e se vogliamo che questa cosa sia fatta bene e non sia l'alba di una nuova economia di depauperamento dell'Ambiente dobbiamo esserci. Da protagonisti.


Bibliografia

Minerals | Free Full-Text | Lithium Occurrence in Italy—An Overview (mdpi.com)