domenica 12 marzo 2023

Come son da proletari OGM e GAS

Asserire oggi che gli Organismi Geneticamente Modificati e più in generale le biotecnologie applicate all'agricoltura e le estrazioni di gas, siano non tanto simbolo di un capitalismo multinazionale, quanto fattori di equità sociale e di supporto al proletariato, inteso come fasce economicamente più deboli, ovverosia, siano elementi che potremmo definire di Sinistra, non è cosa affatto scontata e per qualcuno, immagino, nemmeno plausibile. Proverò, con qualche dato alla mano perorare questa mia posizione, e cercherò soprattutto di spiegare il perché mi sia ardito a formularla.

Sono diversi gli studi autorevoli che evidenziano come l'agricoltura biologica abbia, a parità di superfici rese più basse e nessun particolare valore aggiunto nutrizionale. Ciò detto la stessa continua ad essere fortemente favorita dalle politiche comunitarie e nazionali e perciò a crescere in termini di superficie agricola impiegata. Un recente rapporto Istat evidenzia alcuni degli aspetti per cui la stessa è comunque appetibile agli agricoltori al netto di incentivi e del calo di resa. L'agricoltura bio è più costosa in termini di gestione, perché il mancato uso di fito farmaci e diserbanti rende necessaria una maggiore attività operativa (tralascio le discussioni sul fatto che il "verderame" non sia poi così "light" per l'ambiente), d'altro canto proprio il mancato uso di questi prodotti genera un risparmio agli agricoltori ed è meno produttiva in termini di resa delle colture, ma genera maggiori ricavi perché viene venduta a prezzi significativamente più alti dei prodotti "tradizionali" generando guadagni maggiori per i produttori. Ovviamente è "una certa" fascia di consumatori che si acquista bio, un target che si può definire "benestante".

I prodotti OGM consentono di ottenere rese maggiori con minori fabbisogni di terra, acqua, fitosanitari e possono essere "nutrizionalmente" potenziati, pratica già attuata in alcune aree del mondo e particolarmente utile in tal senso. Da menzionare, sempre fuori bio, l'agricoltura di precisione che attraverso l'impiego tecnologie quali il satellite, i droni, app varie consente di ottimizzare l'irrigazione, l'impiego di fitosanitari, le arature, i consumi, consentendo ai  produttori di ottimizzare i costi e aumentare le rese. I prodotti derivanti da queste pratiche sono sani, a minor costo e perciò accessibili anche a chi ha meno risorse a disposizione da spendere per l'alimentazione. Oltre che ambientalmente  più sostenibili.

Credo che il dibattito su questi temi sia stato ampiamente condizionato da un lato da ritardi nell'agricoltura tradizionale, che ha forse tardato in certi momenti verso l'innovazione, dall'altro dall'indubbia capacità di propaganda pro Bio, che ha saputo coagulare consenso nel mondo ambientalista, istituzionale e a livello mediatico, anche al netto delle evidenze scientifiche. A maggior ragione per tanto, oggi servi ricondurre a maggior razionalità la discussione sul tema delle politiche agricole.

Contro i combustibili fossili e i loro impiego soprattutto, molto si può, giustamente, recriminare. anche se, forse, in primis dovremmo recriminare contro noi stessi. Ma senza di essi non avremmo avuto energia a buon mercato, disponibile praticamente ovunque, elementi che sono stati indispensabili per migliorare la qualità della vita in modo ubiquitario. consiglio il libro "Elogio del Petrolio" per approfondire il tema. Ad oggi restano le fonti energetiche più accessibili nelle arre più povere e alle classi più deboli. L'accessibilità fisica ed economica all'approvvigionamento energetico, va attentamente considerato nei processi di transizione energetica, se non si vuole rischiarne la disparità sociale.

Secondo l'IPCC al 2050, anche nello scenario più ottimista (RCP 8.5) nel contenimento delle emissioni di CO2 il 30% del fabbisogno energetico sarà coperto da fonti fossili, GAS in particolare. Ad oggi in Italia, dove il 75% dell'approvvigionamento energetico è da fonti fossili, ed il gas complessivamente è il 40% circa, circa il 5% deriva da fonti nazionali. 20 anni fa coprivamo  circa il 20 e passa%. Poi si è preferito ridurre la nostra produzione a favore delle importazioni, con gasdotti e hub. E un anno fa ci siamo scoperti al guinzaglio di Putin ed oggi lo siamo di Azerbaijan, Algeria e Qatar, alla faccia del sovranismo e dei principi democratici dell'Occidente.

Le risorse nazionali oggi note (è dal 2008 che non esploriamo più) ci consentirebbero di coprire il 10% del fabbisogno nazionale, potremmo arrivare al 20% abbinando il biogas, ma è lecito aspettarsi che da una ripresa delle esplorazioni potremmo reperire riserve che ci consentirebbero di aumentare sensibilmente questo livello. Se abbiniamo politiche di ottimizzazione e risparmio dei consumi, contrasto alle emissioni fuggitive di metano, potremmo davvero ridurre in modo importante le importazioni da qui e nel medio lungo periodo.

Orbene, non occorre essere grandi tecnici per capire che estrarre in territorio naturale (attività in cui è opportuno ricordare la grande esperienza tecnica e professionale che questo paese può vantare) GAS sia ambientalmente ed economicamente più sostenibile e sicuro che approvvigionarsi da fonti estere, dove le instabilità geopolitiche possono, come abbiamo visto, generare speculazioni finanziarie pesanti, e vere e proprie limitazioni alla nostra indipendenza oltre che il rischio di dover barattare nostre scelte per metri cubi di carburante.

Instabilità e speculazioni che alla fine, anche queste, pagano sempre le fasce deboli, non dimentichiamocelo.

domenica 26 febbraio 2023

#SICCITA'




Riporto un articolo del Sole 24 ore di qualche giorno fa, che ben sintetizza l'urgenza della questione siccità e la necessità di non procrastinare ulteriormente pianificazioni e interventi. A più livelli. Perché mai come in questo caso, una dinamica ambientale critica, può metterne in moto di ben più tumultuose di sociali (P.F.)

25 febbraio 2023

 

Il Punto

La siccità, è ora di accorgersene

È passata un po’ in secondo piano, in questa nostra contemporaneità annichilita dallo spirito della guerra e dal terremoto, quando non dalle ben più misere baruffe chiozzotte della politica politicante.
Ma il tema della siccità è ormai parte del nostro quotidiano. E il presidente dell’associazione dei consorzi di gestione, Francesco Vincenzi, ha dato un allerta eloquente: 3,5 milioni di persone non possono dare per scontato che l'acqua esca dai rubinetti di casa loro.
Fino al 15% degli italiani vive in zone a rischio di siccità grave.
Non piove, non c’è neve, non ci sono riserve sufficienti. Ci vorrebbero 50 giorni di pioggia ininterrotta per colmare il divario ci dicono i meteorologi.
È un problema per l’agricoltura naturalmente che perde fatturato (fino a una decina di miliardi ad oggi) e vede azzerata l’efficacia di una rete di irrigazione che nella Pianura padana era un gioiello; è un problema per gli allevamenti; è un problema per l'energia idroelettrica che si blocca (e oggi copre il 20% del fabbisogno energetico italiano).
Il Governo annuncia di voler mettere a punto un piano d’azione. Ed è bene che parta con l’affrontare lo scandalo delle infrastrutture che in Italia disperdono più del 40% dell'acqua che dovrebbero convogliare. Per vetustà degli acquedotti, ma anche per dolo, perché dove è bene scarso l’acqua è fonte di ricavo per la solita criminalità organizzata.
L'importante è che il tema diventi una vera priorità. Italiana e internazionale: nel medio periodo le aree desertificate sono destinate a espandersi. È inevitabile immaginare un crescendo di esodi biblici di disperati assetati. E non sarà certo un decreto sulle Ong a fermarli.

di Alberto Orioli

 Il Sole 24 Ore

domenica 23 ottobre 2022

Il dissesto idrogeologico nel Parlamento "largo".

Sì è appena insediato il Governo della Thatcher de noantri, di cui non è ancora chiaro cosa pensi in tema ambientale, a parte, a quanto pare, non apprezzare il termine "Transizione Ecologica", visto che si è affrettata a cambiare il nome al relativo Ministero. Il programma del centrodx non dice granché e il neoministro a questo dicastero ci pare che di temi ambientali in senso lato, o in senso stretto, poco si sia occupato fino a ieri. Che l'assegnazione della nomina sia più frutto di spartizioni elettorali che di volontà di dare un segnale su questi temi, è un dubbio più che legittimo. Il Ministero dell'Ambiente, torna ad essere, come troppo spesso è stato in questo paese, duole dirlo spesso con le coalizioni di centrodestra, una mera casella da occupare nell'ambito degli equilibri di potere. E non è bene, vista la strategicità che questo ha assunto in epoca recente. Non vorremmo che ci fosse una mera gestione ragionieristica di tale dicastero. Staremo a vedere. 

Vediamo, però, qual'è il lascito della XVIII legislatura, quella appena conclusa, l'ultima "larga", nel senso del numero dei parlamentari, su un tema strategico come il Dissesto Idrogeologico, prepotentemente di attualità, sebbene l'ISTAT ci dica che tra le preoccupazioni sulle questioni ambientali questo sia nella metà bassa della classifica. Ce ne ricordiamo solo quando piove molto, e per questo si continano a trascurare azioni fondamentali. Le istituzioni spesso seguono questa umoralità, anziché programmare con lungimiranza.

La legislatura appena conclusa ci lascia un corpo di interventi di un certo peso, ma non sempe coerente, anche perché si sono avvicendate 3 compagini di governo diverse, quindi che sia mancata una strategia coerente è anche comprensibile, anche se su questo tema dovrebbe esserci una convergenza bipartisan consolidata. Se si fosse in un paese ragionevole, ovviamente. L'attività dei governi è stata, comuque, evidente, sia in termini di risorse messe a disposizioni che di provvedimenti. Si è partiti - male, a nostro avviso - con la dismissione della struttura di missione "Italia Sicura", per poi sostituirla prima con una struttura di coordinamento in seno alla Presidenza del Consiglio e con il varo del Piano Proteggi Italia. L'introduzione della denominazione delle strutture commissariali regionali dedicate al dissesto idrogeologico, con fondi e strutture, ed ovviamente tutti i provvedimenti ad ho per i vari eventi calamitosi avvenuti dal 2018 in poi.

I fondi messi a disposizione sopratutto col PNRR non sono stati pochi, speriamo siano adeguati i controlli per una spesa efficace. Si segnalano alcune azioni di sollecito da parte del Parlamento, il sostegno ai "Contratti di Fiume" e la promulgazione di diverse norme finalizzate a rendere più rapidi gli iter autorizzativi dei lavori finalizzate alla mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico.

Tra le novità di fine legislatura la costitutuzione del Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica, che dovrebbe coordinare gli interventi sul tema, tra i vari ministeri, l'obbligo del MITE di riferire entro ogni 30 giugno al Parlamento sulle iniziative per la riduzione del rischio connesso col dissesto idrogeologico, il rifinanziamento per il completamento e l'informatizzazione della Carta Geologica d'Italia, strumento conoscitivo fondamentale per qualsiasi pianificazione razionale, l'istituzione di un fondo per il ripristino della continuità della rete idrografica, la cui frammentazione è spesso tra le cause primarie degli effetti più devastanti negli eventi avversi. 

Vedremo se questi ultimi interventi sopravviveranno e avranno compimento in questa nuova legislatura. Sopratutto ci sarà da capire se le tematiche ambientali sono considerate secondarie o primarie e se si preferisca gestire gli effetti delle calamità piuttosto che cercare di prevenirli con una pianificazione, che spesso può non essere elettoralmente conveniente, ma sicuramente quello che servirebbe fare.

martedì 4 ottobre 2022

Non siamo un paese per minatori. O forse no?

Siamo abituati a raccontare il nostro paese  come povero di materie prime e dai giacimenti esauriti o con scarsa attività estrattiva, raccontata come ormai retaggio del passato. Anche l'estrazione degli idrocarburi è vista come un'attività irrilevante se non deplorevole da molte parti della nostra società. Le ultime miniere sarde sono chiuse da tempo e le storie di giacimenti metalliferi sono materia d'archeologia o comunque degli storici. 

I giacimenti minerari in Italia non è che manchino completamente, ma spesso si trovano in configurazioni, o in dimensioni che li rendono scarsamente convenienti. O almeno così era fino a qualche "giorno" fa.  La transizione ecologica, con la corsa alle rinnovabili e all' "elettrificazione" ha scatenato una fame di molti elementi e ciò che prima poteva sembrare un osso da rosicchiare a malapena, oggi diventa boccone appetibile. Basti pensare al caso del Litio (Li) i cui usi principali fino a qualche anno fa si limitavano a vernici, antidepressivi, lubrificanti. Il ricorso a larga scala delle batterie al Litio, in un sacco di applicazioni lo ha reso richiestissimo con una previsione di sestuplicare i fabbisogni  da qui al 2030 arrivando a necessitarne 1.8 milioni di tonnellate. Ottimizzazioni e riciclo non consentiranno di ovviare a questo dato in modo significativo, per cui l'estrazione è quanto mai necessaria. Situazioni analoghe si hanno per le Terre Rare, il Cobalto, come già scritto altre volte. Un'articolo di alcuni ricercatori dei dipartimenti di Geoscienze di Pisa e Firenze compie una interessante ricognizione sulle potenzialità del nostro paese relativamente all'estrazione di Litio. Cogliamo l'occasione per ragionare sul tema e per arrivare ad una riflessione che riguarda la Geologia Italiana, intesa come comunità tecnico scientifica.

Ad oggi sono due le principali tipologie di riserve che coprono la richiesta mondiale di Li:

- le "brine" che soddisfano il 60% della produzione mondiale, che corrispondono a bacini evaporitici, ossia siti in cui durante la storia geologica si sono avuti eventi siccitosi che hanno permesso la precipitazione di sali di Litio (processo similare a quello che porta a produrre la salgemma nelle saline), i più importanti sono in Cile, ma ne troviamo praticamente lungo tutta la costa pacifica americana;

- le "pegmatiti" che sono rocce magmatiche intrusive, ossia che non escono a "giorno" e che corrispondono alla fase finale della solidificazione di magmi granitoidi (cioé che danno origine a rocce ricche in feldspati, quarzo, plagioclasio, miche etc) in cui spesso si hanno abbondanti presenze di minerali quali lo spodumene (un pirosseno) o la lepidolite (mica) ricchi in Litio. Queste si trovano in U.S.A., Brasile, Australia e Africa.

Un caso interessante è la miniera di Jador in Serbia, che oggi produce il 10% del richiesta mondiale di Litio e che è costituita da un giacimento di Jadorite, un minerale borosolicato derivante da alterazione idrotermale (risalita acque calde da circuiti magmatici sotterranei) di argille vulcaniche.

In Europa le "brine" non sono particolarmente estese, mentre lo sono le pegmatiti che troviamo in Galizia (non a caso sito di grande interesse nella strategia europea di approvvigionamento di Litio), Francia, Ucraina, in corrispondenza delle intrusioni magmatiche che si sono generate durante l'orogenesi ercinica-varisica, avvenuta nel Carbonifero (350-300 milioni di anni fa), in cui i paleocontinenti di Gondwana e Laurasia collisero generando le catene più antiche dell'Europa. 

In Italia le pegmatiti ci sono, ma non sono sempre in posizione utile potremmo dire. Gli affioramenti paleozoici non sono molti. Ne abbiamo in Sardegna, isola d'Elba e Calabria, con concentrazioni di Li variabili, si hanno presenze associate con i terreni austroalpini in alcuni tratti delle Alpi e in corrispondenza di metamorfiti permiane. In Alto Adige esiste una concentrazione di minerali simil Jaderite che meriterebbe approfondimento. 

Molto interesse però destano siti dislocati lungo la catena appenninica.

Larderello noto per i campi geotermici, i Campi Flegrei, i Colli Romani, l'Appenino settentrionale nelle zone di sfruttamento idrocarburi. In queste zone abbiamo circuiti idrotermali ad alto o a bassa entalpia che attraversano terreni paleozoici, talora evaporiti, producendo brine ad alto contenuto in Litio. Spesso si ha anche un elevato rapporto Mg (magnesio)/Litio, il che rende problematica l'estrazione di quest'ultimo, quindi l'apprezzabilità di questa fonte potenziale dipende anche dal rapporto Mg/Li. 

Siamo, quindi, ad una fase di conoscenze ancora sommaria, ma gli elementi per approfondire e le potenzialità di fonti accessibili ci sono tutte.

Perché porsi questa questione della reperibilità di Litio in Italia? Il nostro paese si sta avviando a diventare un grande produttore di batterie al Litio. Capite bene che poter contare "anche" su approvvigionamento "casalingo" riduce costi e impatti. Ovviamente l'attività estrattiva non è indolore e va gestita con grande attenzione alla "sostenibilità" e compatibilità che devono essere pratiche e non enunciazioni. L'estrazione del litio in sudamerica ha impatti ambientali pesanti e le condizioni dei lavoratori sono di fatto schiavistiche. La rivoluzione verde non si può fare sulla pelle dei paesi poveri, altrimenti, col capitalismo del fossile non c'è grande differenza. Anzi sarebbe un peggioramento, visto che le estrazioni di idrocarburi si sono "umanizzate" significativamente rispetto agli inizi.

E qui arriviamo finalmente a noi Geologi. Che troppo spesso ci raccontiamo come irrilevanti o sulla via del tramonto. La decarbonizzazione dell'economia, la transizione energetica dal fossile alle rinnovabili se non vogliamo siano solo slogan per concretizzarsi richiedono comunque l'attingimento di risorse naturali. Certo questo va fatto in modo controllato e il più possibile sostenibile, vanno efficentati i processi e massimizato il recupero, ridotto lo spreco, ma il ricorso a risorse naturali è e resterà ineludibile. Così come la necessità di perseguire il più possibile, la massima prossimità praticabile tra materie prime e utilizzazione. L'Italia vuole  essere soggetto forte nella produzione di batterie e per questo le serve Litio. Possibilmente Europeo. Meglio se anche un po' tricolore. Serve pertanto recuperare vecchie professionalità accademiche oggi desuete, serve aprirsi a nuove necessità di approfondimento tecnico e scientifico. Serve riprendere attività di prospezione in Italia in modo innovativo e attento, serve una nuova fase della Geologia mineraria in questo paese e la riscoperta della Geologia Economica. Serve che l'accademia ne sia consapevole, come la comunità professionale dei Geologi. Serve esserci perché i campi sono quelli nostri e se vogliamo che questa cosa sia fatta bene e non sia l'alba di una nuova economia di depauperamento dell'Ambiente dobbiamo esserci. Da protagonisti.


Bibliografia

Minerals | Free Full-Text | Lithium Occurrence in Italy—An Overview (mdpi.com)


martedì 23 agosto 2022

Un Tesoro al Piano Terra.


No, non ci siamo messi a fare i recensori di libri, non ci riconosciamo sufficiente cultura per farlo e sopratutto nemmeno dignità e status. Siamo solo degli avidi lettori, a cui piace raccontare e raccomandare ciò che si legge, se ne vale la pena. Con la lettura di Un Tesoro al Piano Terra, di Andrea Moccia, quello di GEOPOP per capirci - di cui forse sarebbe giusto mettere un link stabile in questo blog - abbiamo sostanzialmente letto almeno un libro di tutte le geo o eco star mediatiche (prima di lui - in senso cronologico - Fanti, Cau, Tozzi, De Angelis, Mercalli. Gli Angela non sono elencati in quanto appartenenti alla categoria del divino) del momento. Partiamo dalla premessa, Moccia è bravo nella sua opera di divulgazione. E a noi ci sta antipatico, un poco, perché ci piacerebbe fare quello che fa lui, solo che non siamo capaci. Detto questo, il libro lo consigliamo ai geologi e ai non geologi. 

Ai non geologi perché davvero in modo appassionante ed estremamente chiaro, praticamente quasi visivamente, il testo riesce ad introdurre concetti complessi riguardanti le questioni energetiche in particolare, ma anche il cambiamento climatico, unitamente a temi base delle Scienze Geologiche, consentendo davvero ai non del mestiere di approcciare tematiche articolate e di estrema attualità. Ottima anche l'idea di permettere il link ai supporti video del canale di Geopop.

Ai Geologi invece lo consigliamo perché l'autore ricorda loro la necessità che siano parte attiva nella società, con la divulgazione in primis, svolgendo un ruolo di informazione sociale dell'opinione pubblica affinché si approcci ai temi della transizione energetica o della tutela ambientale in modo razionale e non umorale, in modo da non cader preda di imbonitori e ciarlatani; poi con l'attenzione ad ampio raggio dei temi con cui trattano quotidinamente. Il Geologo non può non aver consapevolezza delle dinamiche sociali ed economiche che lo sfruttamento delle georisorse hanno, siano esse fossili o i metalli della green economy, il Geologo non può non saper contestualizzare anche da un punto di vista sociale le tematiche geologiche. E' una forte assunzione di responsabilità e consapevolezza, da cui deriva anche l'autorevolezza che la figura del Geologo dovrebbe avvere e che noi tutti avvertiamo oggi mancare. Troppo spesso il Geologo è chiamato solo per commentare sbrigativamente l'evento calamitoso e poco altro. Ma se questa autorevolezza e il riconoscimento sociali oggi mancano, non tutte le colpe stanno altrove o nel destino cinico e baro. Un po' ci si deve guardare allo specchio. Moccia lo fa, prova a metterci una pezza, e ci riesce anche in buona parte.

lunedì 15 agosto 2022

Ciao Piero

Ci permettiamo di darti del Tu, Piero, sebbene la nostra conoscenza diretta non lo permetterebbe. Abbiamo avuto solo 2 fugaci incontri e un libro autografato. Troppo poco perché tu ti possa ricordare di noi. Ma noi di te non ci possiamo scordare. Lo ammetto senza timore di apparire sdolcinato. Quando abbiamo saputo della tua scomparsa abbiamo pianto. Davvero. Come se ne fosse andato un nostro parente prossimo o un amico carissimo. Io ricordo bene le serate a guardare "Nel Pianeta dei Dinosauri" con mio padre. Il libro in regalo. E poi "Viaggio nel Cosmo" e "La Macchina Meravigliosa". Superquark. I disegni di Bruno Bozzetto. Le puntate registrate su VHS. Se sono diventato Geologo lo devo essenzialmente a te. Alla curiosità che instillasti nella mente di un bambino che non sapeva quale fosse il suo posto al mondo. Se mi diletto nel cercare di spiegare come funziona questo mondo agli altri, di riportare ciò che ho imparato e imparo, anche questo lo devo a te. La tua eleganza, la tua cortesia, il garbo, la simpatia e la capacità di render piano ciò che era tortuoso sono stati sempre un ideale a cui tendere, per me malfatto e malconcio. La tua battaglia per una società più ragionante, in cui fosse l'approccio scientifico e non quello irrazionale a governare il dibattito è diventata anche la nostra, anche se non siamo mai riusciti a combatterla come avresti voluto tu, ma ci abbiamo sempre provato e ci proveremo sempre. Lasciandoci ci hai lasciato come sempre un messaggio di grande realismo, ma anche di speranza. Non ti sfuggivano i problemi della nostra società e del nostro tempo, ma non hai mai smesso di ricordare che l'impegno di ciascuno può fare, alla lunga, la differenza.

Ci impegneremo Piero. E non ti dimenticheremo. Ti abbiamo voluto molto bene.

martedì 28 giugno 2022

Cacciatori di Dinosauri

Non potevamo non leggere il libro di Federico Fanti paleostar in ascesa, protagonista di una serie di documentari su NG, professore a Bologna, anche se sapevamo in partenza che probabilmente avremmo goduto della lettura, ma anche sofferto. E così è stato. Goduto perché il libro, che non è per soli PaleoNerd (usiamo un po' di slang giovanile, avremmo detto paleontofili ai tempi in cui eravamo rispettabili), e nemmeno per addetti ai lavori, è per l'appunto per tutti. Dai giovani curiosi di paleontologia, a quelli affascinati dai dinosauri, agli studenti di Geologia, agli attempati che magari si sono messi a guardare i documentari di Fanti in TV. Viene presentato il lavoro di Paleontologo dei dinosauri, ovvero del "Cacciatore" come si autodefinisce con entusiasmo più volte il professor Fanti nel corso del suo racconto, nell'esperienza personale dell'autore. Tra viaggi in giro per il mondo e peripezie di vario genere, che vanno dalla perquisizioni notturne, gli orsi, la dissenteria, la ricerca di fondi e l'orrido mostro delle burocrazia. Si parla di scoperte e di intuizioni paleontologiche, della necessità di combattere il mercato dei fossili, problema annoso, che priva gli studiosi di materiale da capire e in generale fa perdere informazioni preziosi per capire l'evoluzione dei grandi sauri, oltreche alimentare la depredazione di territori.
Sebbene si dia a tratti un'immagine all'Indiana Jones del Paleontologo, si evidenzia il fatto che stiamo parlando di uno scienziato, che si alterna tra campo e laboratorio e qualche peripezia in più degli altri. Non può non esserci una passione pura per fare questa professione, passione che parte presto nell'autore, ma mediamente in un po' tutti i Paleontologi. Insomma ci si nasce. 
Tocco davvero intrigante il riportare stralci originali dei diari di campo, che ben rappresentano il modus operandi di un Geologo quando rileva. Fanti evidenzia bene come quando si scopra un fossile, sia un elemento imprescindibile anche lo studio della roccia che lo contiene e del circondario, per poter ridare vita fino in fondo al reperto. 
Ci si permetta un solo appunto a noi miseri dilettanti, nel capitolo in cui si parla di dinosauri italiani parrebbe che fosse la scoperta di "Ciro", lo Scipionix Samniticus, il dinosauro di Pietroja, a rivelarci che anche lo stivale nel Mesozoico ospitava grandi sauri in realtà lo si sapeva da ben prima, dalle impronte dei Lavini di Marco a Trento o del Pelmetto a Belluno (speriamo il Fanti, se mai ci leggerà, sia meno irascibile del suo mentore, l'esimio Prof. Vai, che tanto s'adirò lustri fa, con noi umili commentatori, che osammo fare una recensione  con qualche osservazione su una mostra dedicata ai dinosauri nel museo Cappellini di Bologna).
Ed il soffrire? Oh per tutti il libro sarà piacevole, ve lo consigliamo davvero, ma per quelli come noi, un po' amaro in bocca ce lo ha lasciato. 
Perché anche noi, come il Fanti, siamo stati affascinati in tenera età dai grandi sauri (e se il suo preferito era lo Stegosaurus, il nostro era il Triceratops); anche noi ci siamo iscritti a Geologia perché volevamo affrontare la sfida di scavare dinosauri in giro per il mondo e capire in che ambiente son vissuti e come hanno fatto ad avere il loro enorme successo evolutivo. Anche noi avremmo voluto dedicare una specie ad un amico. Ma noi non lo abbiamo fatto. E non tanto per incapacità o sfortuna, ma per paura e pigrizia. Alla fine siamo scesi a compromessi. Avremmo dovuto, forse, cambiare ateneo, alla ricerca di uno dove ci fosse un corso dedicato, avremmo dovuto, magari, fare una più lunga esperienza all'estero. Trovare la forza di lasciare amici e occupazioni e abbracciare la sfida di un mondo più grande. 
Ed invece prima abbiamo optato per la micropaleontologia, per altro con brillante esito, ma poi anche lì, spinti dal calcolo - e da una certa incapacità di "mediazione" - abbiamo optato per la Geologia Ambientale. E da 20 anni ci barcameniamo tra rifiuti, bonifiche e acque sporche. Avremmo voluto l'ardimento di Fanti. Non la passione di mancò, ma il coraggio  e, forse, un pizzico di incoscienza. 
In fondo quel bambino che aveva il poster dei dinosauri in camera e faceva diorami e scheletri per diletto, che scriveva quaderni di teorie e divorarava libri, lo abbiamo tradito. E non c'è giorno che non ce lo ricordi.
Al professor Fanti va il nostro plauso, il nostro entusiamo, la nostra invidia, e un po' di rammarico.
Scusate la digressione intimista. Leggete il libro. Se siete genitori fatelo leggere ai vostri figili.