martedì 16 gennaio 2018

foraminiferi e metalli pesanti

I foraminiferi sono uno straordinario gruppo di eucarioti. Per più di uno studioso rappresentano l'apice dell'evoluzione delle forme unicellulari. Quando mi dedicavo, in anni universitari, agli studi di micropaleontologia, ricordo bene la domanda frequente di colleghi di altri indirizzi geologici (petrografi maledetti, idrogeologi spocchiosi etc) non che di qualche esterno cui spiegavo la mia Tesi di laurea: "ma a che cosa servono ste bestioline morte?" Vagli tu a spiegare con pazienza, resistendo all'impulso di spaccargli il microscopio in testa, che hanno una importante valenza nel record geologico, sono utilizzati in biostratigrafia, ricostruzioni paleoambientali, paleoecologiche, paleoclimatiche e ricostruzioni stratigrafiche. sia le forme bentoniche e che planctoniche producono gusci dalle forme disparate e di straordinaria bellezza. Con i nummulites, raggiungono dimensioni davvero impressionanti, ci sono forme con gusci di dimensioni centimetriche, tanto da costituire vere e proprie "barriere coralline" nell'Eocene (si veda scala del tempo geologico a lato nella pagina). Sono fondamentali nella ricerca petrolifera, poiché consentono di individuare le aree più promettenti per fare prospezione, memorabile resta il tomo "Foraminiferi Padani" redatto da ENI. Era tempo perso. Ma il tempo, i geologi ben lo sanno, è galantuomo.
Ormai, infatti, si è consolidata anche un'altra applicazione del loro studio. Si sono rivelati utilissimi bio-indicatori per la presenza di particolari inquinanti negli ecosistemi acquatici, in particolare le forme bentoniche. In vari studi su faune viventi si è osservato come  in presenza di determinate tipologie di contaminazione, forse per protezione, sviluppino inspessimenti o sovrastrutture nel guscio.
Un recente studio di Frontalini et alii (1), pubblicato su Marine Micropaleontology, conferma ulteriori aspetti, legati agli effetti di un eccesso nella presenza di metalli pesanti -  in particolare, correlati a contaminazioni di Zinco, Mercurio e Piombo su faune bentoniche - quali danneggiamenti a livello cellulare, con forme di degrado a livello di citoplasma e di organelli vari, oltre che appunto irregolarità nel guscio. Si sono simulate diverse situazioni di esposizione, testando due generi di foraminiferi: l'Ammonia parkinsoniana, già oggetto di diversi studi come bioindicatore, per esempio degli effetti del Pb - Frontalini et alii (2), e Pseudotriloculina rotunda, rilevando come a vari livelli di contaminazione corrispondano varie forme di danneggiamento cellualre, fino al caso massimo di morte della cellula.
Ciò permette di poter utilizzare i foraminiferi bentonici come indici biologici, sia per rilevare la presenza di contaminazioni da metalli pesanti, sia per stabilire quanto queste siano prolungate e valutare quale sia il grado di degrado dell'ecosistema, sia  come indice per verficare l'efficacia degli interventi di biorisanamento. Su questi c'è da dire che vi è una corposa letteratura ormai, e un importante ruolo di ricercatori italiani.
Inoltre, avvalendosi del principio dell'attualismo di Hutton, imparando a correlare le aberrazioni dei gusci ai fenomeni di contaminazione, analizzando il record fossile si può arrivare a riconoscere fenomeni di "inquinamento" del passato, che in questo caso non avranno origine antropica, ma diversa. E questo può servire per prevedere gli effetti che un evento di contaminazione può avere su un ecosistema attuale.
Ecco un caso evidente di applicazione pratica della micropaleontologia. Alla faccia di chi me lo chiedeva.

riferimento
(1) Benthic foraminiferal ultrastructural alteration induced by heavy metals,  Frontalini F., Nardelli M.P., Curzi D., Martín González A., Sabbatini A., Negri A., Losada M.T., Gobbi P., Coccioni R., Bernhard J.M, Marine Micropaleontology, Volume 138, January 2018, Pages 83-89
(2)  Effects of lead pollution on Ammonia parkinsoniana (foraminifera): ultrastructural and microanalytical approaches,  F. Frontalini, D. Curzi, F.M. Giordano, J.M. Bernhard, E. Falcieri, R. Coccioni, European Journal of Histochemistry 2015; volume 59:2460

lunedì 15 gennaio 2018

Ciao Venezia

Una vecchia canzone Veneziana, titolava Ciao Venezia ciao ciao, raccontando l'estasi di un visitatore che lasciava Venezia, non trovando le parole per raccontare l'estasi che la città gli provocava. Indubbiamente Venezia e la sua Laguna sono un mix incredibilmente unico, meraviglioso, fragile se pensiamo alla caducità delle lagune, contraddittorio se pensiamo alla presenza di un'area industriale dirimpetto alla Laguna, al traffico delle grandi navi. Una realtà straordinaria per cui è ovvio che ci si affanni per proteggerla dagli effetti del cambiamento climatico, dal tempo, dalla subisdenza, dall'eustatismo, dalla pressione antropica, affanno non sempre adeguatamente ponderato, talora controproducente, vedi alla voce MOSE.
Per preservare la Laguna, o meglio per accompagnarla in modo il meno traumatico possible, consentendo l'adattamento dei sui ecosistemi, nella sua evoluzione, che tende inevitabilmente a una sua pelagizzazione (maggior caratterizzazione marina), per via dell'aumento del livello del medio mare e riduzione dell'apporto sedimentario per gli interventi avvenuti sui corsì d'acqua scolanti in Laguna, durante le varie epoche storiche, è necessario avere un quadro di conoscenze di dettaglio preciso e aggiornato, in grado di alimentare la costruzione di modelli che consentano di valutare gli scenari evolutivi, nel breve, medio e lungo periodo (in riferimento a tempi storici, non geologici ovviamente - parlassimo di tempi geologici, dovremmo dare per assodata la scomparsa di questo connubio straordinario).
Era il 2006, quano si tenne un convengo della SIGEA sulla Geologia Urbana di Venezia. Finalmente si inziava a parlare delle città come "ambienti geologici", caratterizzati da interazioni con le varie matrici ambientali, da fenomeni e da processi peculiari. Da allora molti convegni sono stati fatti sul tema e su molte altre città, la Geologia Urbana non è ancora un ramo delle Scienze Geologiche compiutamente sviluppato, ma se non altro, ormai è un fatto che l'attività del Geologo non si limita al rilevamento geologico in alta montagna. Tornando al 2006, in quella sede, l'allora Sindaco Cacciari, portando i suoi saluti, esordiva ricordando come fosse importante che la comunità tecnico scientifica si riunisse per presentare lo stato dell'arte delle conoscenze su Venezia e le sue problematiche e di come fosse necessario che tali conoscenze fossero il più possibile chiare e affidabili, perché su quelle si sarebbero basate le strategie di difesa della città negli anni a venire. All'epoca si doveva ancora decidere che fare del MOSE per esempio, Cacciari strigliava l'auditorio stigmatizzando come da quella medesima comunità gli arrivassero previsioni sui mutamenti eustatici prossimi che divergevano anche di 40-60cm. In effetti un'enormità. In quell'occasione fu presentato un sunto sulle conoscenze circa la subsidenza dell'area Veneziana (1) in cui si evidenziava un trend di abbassamento al 2002 nel lungo periodo di 0,5mm/anno (anche se in alcune parti della laguna si arrivava a 4mm/anno!), cui si assomava un dato di 1,2mm di aumento eustatico. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata, è proprio il caso di dirlo, il MOSE è ormai in dirittura d'arrivo, accompagnato, da dubbi e scandali, il cambiamento globale è nelle agende dei governi, il tema del monitoraggio della Laguna di Venezia e dell'impiego di tecnologie innovative allo scopo, é quanto mai presente, come si evince da molti lavori, ne citiamo uno per tutti, quello di Madricardo et al, del 2016, dove si fornisce una nuova mappatura dei canali lagunari, ottenuta con tecnica multiraggio ad alta risoluzione, pubblicato su Nature, Tutto ciò per confermare che solo un puntuale e costante monitoraggio delle dinamiche lagunari può consentirne di prevederne gli scenari evolutivi e di valutare gli impatti di opere che su di essa dovessero insistere.
ISPRA ha di recende presentato aggiornamento dei dati al 2016 relativi a eustatismo e subsidenza della Laguna di Venezia, e come volevasi dimostrare, il panorama è ben diverso dallo scenario del 2006. Si rileva un trend di subsidenza in netta ripresa, almeno 1,5mm/anno e un trend eustatico  di 1,9mm/anno, si badi poi che ciò comporta dei fenomeni che tendono ad accelerare ulteriomente il la subsidenza, si pensi al solo innalzamento marino, che comporta un approfondimento della penetrazione del cosidetto cuneo salino (ingresso di acque salmastre nel sottossuolo verso terra) con conseguente collasso dei letti argillosi per decarbonatazione. E' chiaro che tale nuovo scenario impone un riflessione, sopratutto degli organi decisori. Riflessione che deve essere approfondita  nel contempo rapida. Si deve valutare se le soluzioni messe in campo sono efficaci anche in un quadro in evoluzione e se si è stati "adeguatamente pessimisti" nella loro progettazione o se si deve intervenire di nuovo. La comunità tecnico-scientifica deve dare a chi decidi informazioni e proposte chiare. Chi decide, però, deve saper decidere, prima che il problema, è proprio il caso di dirlo, ci sommerga

bibliografia
(1) la subsidenza nel veneziano (sintesi dei dati), Carbognin, Rizzetto, Teatini, Tosi, Strozzi - Geologia Urbana di Venezia SIGEA, 2006
High resolution multibeam and hydrodynamic datasets of tidal channels and inlets of the Venice Lagoon, Madricardo et alii, Nature, 2016.
ISPRA Innalzamento del livello medio del mare a Venezia: eustatismo e subsidenza, Quaderni ricerca marina, 2017

venerdì 5 gennaio 2018

CUL de SAC(CHETT)

E' proprio il caso di dirlo che sul tema dei nuovi sacchetti biodegradabili per l'ortofrutta, il paese, per lo meno quello virtuale presente sui social, ha davvero superato se stesso. La questione sembra per taluni essere diventata la linea del Piave per la difesa dei diritti del popolo, contro uno Stato tiranno. Speriamo che quando proclameremo l'insurrezione generale per l'instaurazione della dittatura del proletariato, ci sia altrettanta grinta e passione (!)
Al di là del fumo di questa ennesima dimostrazione parossistica della emotività diffusa in ampi strati della popolazione italiana, per lo meno di quella in rete, per il cui approfondimento potete andare ai link segnalati, dove lasciando in disparte faziosità politiche, bufale e scazzi potete farvi un'idea della norma, che deriva da direttive Ue e che comunque era nell'aria da tempo e da cui non potevamo sottrarci ancora e che è un po' più complessa dei 2-3 cent del sacchetto, tale polemica ha permesso di riportare in qualche modo un tema fondamentale sotto i riflettori. Il tema dell'inquinamento da plastica. La plastica è spesso un rifiuto sottovalutato, ce ne preoccupiamo se brucia, ma non se finisce in mare o sottoterra, poiché si ritiene, a torto, che sia praticamente inerte.
Non è così, interagisce, e molto, con matrici ambientali e catene trofiche. Il problema è complesso e serio, sottovalutato dall'opinione pubblica, ma che da anni sta sfidando comunità scientifica e istituzioni.
Ne parlammo qualche tempo fa anche qui, raccontando la storia di una StartUp, non è l'unica, che sta cercando di affrontare il problema, ma sopratutto delle evidenze che la questione microplastiche sono diventate un problema globale, tanto da entrare nel ciclo delle rocce, producendo vere e proprie rocce sedimentarie, chiamate "plastigomerato", indice evidente della diffusione di tali materiali.
Ecco perché, converebbe, che tutti avessero chiaro che la partita che si gioca, vale ben più di 2cent a sacchetto.

http://www.scienze-naturali.it/
http://www.ecodallecitta.it
http://stream24.ilsole24ore.com
http://www.glistatigenerali.com/




mercoledì 29 novembre 2017

L'ambientalismo dello struzzo.

Si è conclusa qualche settimana fa l'annuale edizione di ECOMONDO, come sempre con la ovvia soddisfazione degli organizzatori, per la partecipazione, i contenuti, l'elogio alla green economy, i passi in avanti fatti dall'Italia nell'ambito di riduzione emissioni e gestione rifiuti. Tutto bello. Di seguito è arrivata da parte del governo la presentazione della Strategia Energetica Nazionale, con investimenti, riduzione emissioni, conversione industriale, uscita dall'uso del carbone  nel 2025. Anche qui tutto bello, tutto limpido. Insomma. I problemi ci sono e sono stati affrontati come sempre nei "corridoi" lontano dai riflettori, mentre sarebbe giusto fossero socializzati, poiché ci sono dei luoghi comuni che vanno sfatati sia nell'opinione pubblica che tra i decisori politici, troppo spesso guidati da opinioni avulse dalla realtà concreta.  Attualmente il sistema del recupero materia dalle raccolte differenziate, che il rapporto ISPRA 2016 testimonia essere gagliarde, 52,5% la media nazionale, calcolata con nuovo sistema, +5 punti rispetto al 2015, con anche un incremento di 1,5% nella produzione complessiva di rifiuti (in crescita dopo 5 anni di regressione, segno tangibile di una certa ripresa dei consumi), è in difficoltà, strutturale, ovverosia sono in difficoltà i circuiti industriali, di diverse filiere e in particolare quella che gestisce gli scarti, perché è bene dirselo qualsiasi attività di recupero rifiuti produce scarti, piaccia o no è così, e chi racconta la favola del riciclo al 100%, racconta appunto favole, oltre che contraddire la termodinamica. FISE-UNIRE, associazione che raccogliere le industrie del riciclo, dichiara una produzione di almeno 25milioni di tonnellate di scarti l'anno. Molti valorizzabili o comunque gestibili in cicli di recupero energetico, ma gli impianti esistenti sono saturi, oppure precettati per  la gestione (a oneri maggiori) dei rifiuti urbani indifferenziati e anche i nostri sfoghi esteri stanno riducendo gli spazi. E' un problema sia impiantistico - disponibilità effettiva d'impianti - che di costi, gestire gli scarti dei cicli di recupero, ai costi degli urbani, rende impossibile la sussistenza di un ciclo industriale economicamente sano (ossia che si regga sulle sue gambe e non con sussidio pubblico).  Questa situazione, se non si sblocca, rischia di compromettere pesantemente le ambizioni del nostro paese in materia di obbiettivi "verdi" in campo economico. O capiamo che ci dobbiamo far carico industrialmente di tutto il ciclo, il che vuol dire dotarsi di impiantistica adeguata, o presto torneremo indietro. La politica non può essere su questo, imbelle, ipocrita o impreparata. Ma purtroppo lo è, basta andare a vedere le recenti regionali siciliane, i vari candidati presidente, interrogati sul tema della gestione rifiuti, che in Sicilia è disastrosa, in termini di raccolta differenziata, ricorso a discarica e abbandono, hanno dato risposte o inconcludenti, o avulse dalla realtà o non hanno saputo rispondere. Insomma come vuole leggenda metropolitana sugli struzzi, meglio mettere la testa sotto la sabbia che affrontare i problemi.
Affiancare il recupero energetico, al recupero di materia, non è vero che deprime le raccolte differenziate, il rapporto ISPRA 2016, lo dimostra ancora una volta, le regioni con percentuali di ricorso a incenerimento superiore al 20% hanno risultati di raccolta eccellenti. Ma rischiamo di compremettere il recupero materia se non gestiamo oculatamente gli scarti e talune filiere, come il legno, il "verde" e l'umido, frazioni in cui il recupero energetico è una soluzione virtuosa, sia per il risparmio economico, che per  quello ambientale, piaccia o meno il recupero energetico è complementare (e necessario) ai cicli di recupero materiale, (1). Usare CSS (Combustibile Solido Secondario - ricavato trattando il secco residuo e gli scarti di altri cicli), in loco e in luogo del carbone porta a ridurre emissioni di CO2 e contenere i costi, e consentirebbe a risorse economiche di rimanere in Italia. Il rapporto ISPRA evidenzia come in particolare Austria e Ungheria siano le mete predilette delle nostre esportazioni di rifiuti e CSS, dove sono usati per produzione energetica (ottenendo il risultato di farsi pagare per farlo, ridurre uso di fonti fossili e ridurre emissioni).
E qui si apre una questione. Sono solo impianti di incenerimento, o termo elettrici i destinatari? No, una parte importantissima, sopratutto per il CSS la fanno i cementifici, sia in Ungheria che in Austria. Orbene, tenuto conto della contingenza attuale, che richiede risposte non più differibili, ipotizzare di realizzare nuovi impianti per la gestione del CSS, è auspicabile, ma sicuramente ha tempi inadeguati a affrontare con celerità le criticità presenti e quelle che si palesano all'orizzonte. Convertire al CSS cementifici esistenti ha, invece, l'indubbio vantaggio di essere una strada più rapida. Anche la Commissione UE, nella disamina delle gerarchie del recupero, ritiene necessario un mix di recupero di materia e energia e nel recupero di energia ritiene ci possa essere ruolo importante dell'industria cementiera, come ribadito in una sua comunicazione di gennaio 2017.
Se proviamo a ragionare di CSS nei cementifici qui, apritici cielo. Nel virtuoso Veneto, faro italiano nelle raccolte differenziata, ma oggi altrettanto in affanno per le carenze impiantistiche, ci sono almeno tre  realtà che si sono proposte in tal senso, in tutti e  tre i casi, comitati indottrinati&politica ipocrita hanno gridato all'attentato, uniamoci la macchinosa burocrazia italica e il mix letale è fatto. 
Quali sono gli elementi ritenuti controversi dalla pubblica opinione in merito all'uso dei CSS nei cementifici in luogo del PET-COKE (combustibile derivato dal carbone)? Lo capiamo leggendo le pubblicazioni di associazioni medico-ambientaliste spesso coinvolte con le proteste dei comitati locali, citiamo tra tutte, come pià rappresentativa ISDE (Associazione Medici per l'Ambiente), che ha predisposto una relazione inviata all UE sul tema CSS nei Cementifici. Trovo corretto, solo per dovizia di dettaglio, far notare che nel comitato scientifico di questa associazione ci sono anche medici "omeopati", e qualche altro esperto, ma non essendo medici (noi), non entriamo troppo nella questione. Cosa si sostiene contro l'ipotesi CSS nei cementifici? Sostanzialmente che:
  1. i forni dei cementifici non sono progetatti per il CSS, diversamente da quelli per gli inceneritori, non sono idonei quindi alla loro combustione  (sorvoliamo sull'aspetto che ISDE è di fatto, comunque contraria anche agli inceneritori);
  2.  la combustione di CSS nei cementifici emetterebbe metalli pesanti, mercurio e cadmio in particolare, oltre ad altri, in misura significativamente superiore all'uso del PET COKE, con aggravio di aspetti legati alla salubrità ambientale;
  3. vi sarebbe aggravio di emissioni di DIOSSINE, PCB e altri inquinanti organici persistenti (POPS);
  4. le ceneri residue sarebbero tossiche, quindi, inadatte al riuso nel cemento (già oggi nei cementi industriali, si inseriscono ceneri da centrali termoelettriche)
Va detto che come caso di studio per suffragare i propri dati, ISDE ha scelto un impianto cementiero piuttosto vecchiotto, e anche una bibliografia vecchia di oltre un decennio. I rilievi su indicati, infatti, in passato erano stati posti anche agli stessi inceneritori, in particolare quelli degli anni 80, ma  l'introduzione di nuove tecnologie ha permesso di adeguare vecchi impianti e di progettarne di innovativi (2) e questo lo si è visto anche nei cementifici di adeguata dotazione tecnica, dove le preoccupazioni circa le emissioni al camino si sono ampiamente dissipate (3), poi, per carità di patria, non stiamo a ricordare come le emissioni residenziali diffondano incontrollate ben di peggio. Circa l'utilizzo delle ceneri e delle scorie da incenerimento, va detto che queste hanno una elevata potenzialità per recupero metalli e che in ambito europeo sono variamente utilizzate, dalle costruzioni stradali, all'edilizia o alla discarica (4), a dimostrazione che evidentemente tali scorie e ceneri, con gli opportuni accorgimenti, non sono così ostiche da trattare. Va rilevato che le ceneri reimpiegate nei cementi, devono essere utilizzate rispettando i protocolli di produzione dei cementi stessi, che si ricorda essere prodotti, che devono conseguire una marchiatura CE per la loro immissione sul mercato. In tal senso quindi, l'AITEC (l'associazione di categoria dei cementifici - torva lobby di potere, che al confronto quelli del tabacco sono pollastri), assicura la presenza di importanti protocolli di controllo, e ricorda, cosa che in effetti non è opinibile, che l'uso di CSS nei cementifici già oggi consente il risparmio di 300mila tonn di emissioni di CO2, se poi consideriamo anche che evitando di usare PET COKE si usa un combustibile più prossimo, questo dato sale ulteriormente. E' ovvio che AITEC spinga sul CSS, poiché usandolo come combustibile i cementifici risparmiano in costi di approvvigionamento e, anzi, possono farsi pagare per la ricezione del combustibile (ovvio che non sia la filantropia il motore di tale disponibilità, ma del pragmatismo utilitarista, che è, però, l'unico che può conciliare la sostituzione del Pet-Coke, che per il cementificio comporta il fatto di doversottostare a protocolli di controllo ambientale ben più stringenti di quelli cui sono tenuti ordinariamente), ma altrettanto vero è che ciò ha indubbie ricadute positive anche per la collettivià, ad esempio minor dipendenza dall'estero per combustibile da importare e per rifiuto da esportare, riduzione di movimentazione e trasporti, riduzione emissione CO2, riduzione costi sistema gestione rifiuti e maggior autonomia e stabilità del medesimo. Oggi ne avremmo tanto bisogno (sic!).
Possiamo, dunque, continuare a fingere che il problema di associare ai processi di recupero materia dei processi di recupero energetico (che servono per gestire quei flussi che i primi non possono trattare o gli scarti che da questi derivano) non ci riguardi, e affrontarlo emotivamente, ma questo non lo farà sparire, anzi, continuerà a riproporsi in maniera sempre più urgente e incombente, finché ne saremo sommersi. Letteralmente.




fonti:
(1) Grosso, Ingegneria dell'Ambiente pp 1-3, vol. 2 n. 4/2015
(2) Tirler,Palmitano,Raccanelli, Ingegneria dell'ambiente pp 35-44 , vol. 4 n. 1/2017
(3) Cernuschi, Grosso, Biganzoli, Sterpi, Implicazioni ambientali dell'utilizzo di combustibile da Rifiuto nella produzione di cementi, Politecnico di Milano, 2014
(4) Riva, Biganzoli, Grosso, Ingegneria dell'Ambiente pp 28-42, vol. 3 n. 1/2016.
http://astrolabio.amicidellaterra.it
http://www.ilsole24ore.com
http://www.greenreport.it
http://www.materiarinnovabile.it
http://www.isde.it
http://www.formiche.net
http://www.ledijournals.com/ojs/index.php/IngegneriadellAmbiente

sabato 4 novembre 2017

Miniere&Foreste: l'ardua convivenza

L'attività estrattiva  indubbiamente  ha un impatto non secondario sulle matrici ambientali. Oltre alla diretta interazione col sottuolo, all'estrazione di minerali, alle possibili interferenze con la circolazione idrica sotterranea, va tenuto conto dell'impatto che le attività estrattive hanno sulla qualità dell'aria, sull'incremento di traffico veicolare, non che della problematicità paesaggistica e della spinosa questione delle risulte di scavo e dei procedimenti, spesso piuttosto "hard" di estrazione del minerale. Se poi la miniera sorge entro una foresta, vi è anche il problema della deforestazione, che diventa enorme se la foresta è quella amazzonica. Uno studio di Laura Sonter dell'Univeristà del Vermont e di colleghi di varie istituzioni, pubblicato su Nature Communications, riportato su Le Scienze,  analizza attentamente la questione ridefinendone la portata. Sino a oggi si riteneva che la deforestazione dovuta alle attività minerarie in Brasile fosse limitata alle zone di concessione e che il contribuito alla riduzione di area a foresta di tali pratiche fosse relativamente contenuto entro i limiti delle concessioni di scavo e che spettasse all'urbanizzazione e all'agricoltura la palma per la responsabilità sulla riduzione degli spazi per gli alberi,  non è esattamente così. Lo studio citato ha analizzato 15 anni di foto aree dell'agenzia spaziale brasiliana e considerato le concessioni per diverse tipologie di attività estrattive, riscontrando che il tasso di deforestazione dell'Amazzonia, legato alle attività minerarie è di circa 12 volte più grande di quanto si credesse e che non si concentra tanto nell'area di concessione, ma fuori da questa. Infatti, l'apertura di una miniera, comporta la creazione di una rete infrastrutturale di supporto, non che spesso l'insorgenza di aree urbane non troppo lontane dalla miniera stessa o comunque limitrofe alla realtà urbana esistente più prossima all'attività. Questo perché la miniera richiede strade, depositi, manovalanza. Almeno il 10% della deforestazione amazzonica complessiva, che pure ha avuto una riduzione grazie a vari accordi, negli anni precendeti, più che altro, si deve all'attività mineraria. Troppo. Questo, nonostante una significativa riduzione  negli ultimi anni, sopratutto grazie all'attività di associazioni ambientaliste e di centri di ricerca che hanno indotto il Brasile a dotarsi di una legislazione più limitante in tal senso. Ora va detto che l'attività mineraria ad oggi ci è indispensabile,  pensiamo al tasso di incremento demografico dell'umanità e al sempre maggior accesso a prodotti vari, specie di tipo tecnologico, di una fascia sempre più ampia di popolazione. I processi di recupero materia non sono ancora efficenti sufficientemente a livello industriale qualiquantitativo per consentirci l'abbandono dei giacimenti. E non lo saranno ancora per molto, purtroppo. Come Geologi, non possiamo fingere di non sapere. Già in post precendeti sull'attività estrattiva di metalli, ho ricordato come il Geologo non possa interpretare il suo ruolo in modo burocratico e asettico, ma debba rendersi conto degli effetti sulle matrici ambientali delle attività che avvengono sotto la sua supervisione e agire di conseguenza, cercando di unire opposte esigenze. Così come degli effetti sulle "matrici sociali".
E' necessario un approccio adeguato alle attività estrattive, che considerino anche l'indotto, che applichino le migliori tecnologie e sappiano considerazione l'evoluzione nel tempo degli effetti dell'attività mineraria in un dato sito. Inoltre bisogna cercare di mantenere il più possibile tali attività entro il perimetro dei paesi democratici. Troppo spesso anche membri della comunità Geologica cavalcano movimenti che portano le industrie minerarie e quelle collegate a spostare le proprie attività in paesi dove invece vi sono forme di governo o totalitarie o in aperto caos. Questo per aver più "mano libera". Le comunità democratiche quindi, agiscono ipocritamente, pensando di preservare i propri territori, importano comunque quei beni, che non vogliono essere prodotti in casa propria, ma lasciano siano realizzati altrove, senza curarsene del come. Invece, attività che hanno impatti importanti sociali e ambientali, se eseguite senza l'opportuno controllo, devono essere mantenuto proprio dove un controllo istituzionale e civile è effettivamente possibile, proprio per far sì che esse avvegano nel modo più "sopportabile" (per certe attività parlare di "sostenibilità" o "compatibilità" è pura ipocrisia) per il sistema socio-ambientale. Insomma ci si deve assumere le proprie responsabilità, come consumatori, cittadini e Geologi.

lunedì 4 settembre 2017

Tu chiamale se vuoi... eruzioni..

Quando sei un Vulcano attivo, che da qualche migliaia di anni non da in escadescenze, e inizi a borbottare, stai sicuro che qualcuno a vedere cosa combini ci viene. Se poi ti trovi a ridosso di centri abitati, qualcuno che inizia a perdere il sonno c'è. Se poi sei di quelli grossi, gli isonni diventano più di qualcuno. Se poi sei pure in compagnia, probabilmente provocherai in più di qualcuno un ritorno alla fede. Ora l'umanità è presa dalle sparate di Trump, dai test missilistici nordcoreani, dalle questioni migratorie o dagli spot del Buondì, se pensiamo all'Italia (!), ma potrebbe succedere un evento tale da sparigliare tutto. Tempo fa abbiamo visto tre cagnolini, tipo Chihuahua che si azzuffavano per un pezzo di stoffa. Poco lontano dormiva un Bovaro del Bernese, sapete quei simpatici cagnoloni montanari. Beh dopo un po', forse infastidito dal chiasso, il Bovaro si sveglia di scatto, butta per aria i tre cagnetti, disintegra lo straccio, completando l'opera orinandoci sopra e poi, come nulla fosse successo, si rimette a dormire, tra la costernazione dei tre cagnetti e il disastro procurato. Ecco, fate conto che noi siamo i Chihuahua e il Bovaro è un vulcano, anzi un super vulcano. Ossia un vulcano di dimensioni eccezionali. Ecco, tanto per darvi un'idea, in questo momento nel mondo ci sono almeno tre Bovari assopiti. Ma neanche tanto.
Un interessante articolo della BBC che vi segnaliamo, riepiloga molto bene lo stato delle cose. Ci sono tre super vulcani in giro per il globo, che danno segnali preoccupanti. I Campi Flegrei in Campania - la cui attività era stata anche messa in relazione al recente sisma a Ischia - Yellostone negli Stati Uniti e Toba in Indonesia. Questi tre soggetti nella loro storia hanno più volte dato origine a eruzioni di portata tale da alterare il clima su scala globale, e nel caso dei Campi Flegrei e di Toba addirittura influire sull'evoluzione umana e sulle migrazioni della nostra specie.
L'impatto che un'eruzione di questi vulcani potrebbe avere su scala globale è impressionante. Nel caso dei Campi Flegrei, avremmo pesanti ripercussioni sul clima euro-asiatico, distruzione dei raccolti a livello continentale, oltr eche il problema di un'eruzione  in un'area intensamente abitata,  dove servirebbe un piano di evacuazione idoneo, ma sopratutto una consapevolezza sociale del rischio. Forse sarebbe ora di parlarne e di pensarci davvero. A questo si dovrebbero aggiungere gli sfollati che un simile evento provocherebbe. Ragionamento analogo vale per Yellostone e Toba, su vasta scala si avrebbe la distruzione dei raccolti e un pesante movimento migratorio. Parlarne ora, specie in Italia può sembrare ironico. Ma potremmo essere noi a dover migrare.
Yellostone, genera particolare preoccupazione, tanto che la Società Geologica Americana sta conducendo diversi monitoraggi sul vulcano, cercando di cogliere segnali premonitori utilizzabili, impresa che non sta risultando semplice, come testimonia la stessa USGS e come testimoniano le preoccupazioni della NASA che sta elaborando piani, che ricordano un po' quelli di certi film catastrofistici, per "raffreddare" il vulcano, con improbabili iniezioni di acqua fredda in pressione - per fortuna sembra che qualcuno alla Nasa , si sia reso conto che si farebbe peggio.
La questione dei supervulcani è pressante come quella del cambiamento climatico e non è affare dei singoli stati che ospitano tali fenomeni, perché i loro effetti sono globali. E' tempo che le istituzioni sovranazionali siano consapevoli veramente di tali rischi e che si inizi ad affrontare anche a livello di cultura sociale il tema del rischio vulcanico.
Val la pena ricordare poi un ultimo vulcano, che si trova in Tanzania, che pur non essendo un super vulcano, potrebbe averere effetti globali, poiché minaccia la gola dell'Olduvai - "la culla dell'umanità", il sito africano da cui iniziarono le migrazioni umane.E' un po' come se qualcuno minacciasse di bruciarvi gli album fotografici di famiglia. Importanti siti paleoantropologici sono a rischio. Inoltre un'eruzione della "Montagnia di Dio" - come la chiamano i Masai, avrebbe comunque ripercussioni locali pesanti, con distruzione di aree coltivate, possibilità di frane e con conseguenti movimenti migratori interni al continente africano, con destabilizzazione di regioni, già di per sè poco stabili.
Si rivela quanto mai fondamentale aumentare il nostro grado di conoscenza dei fenomeni vulcanici e adottare politiche di gestione del rischio vulcanico. Su larga scala. E in tempi rapidi. Rapidissimi.





fonti:

http://news.nationalgeographic.com
BBC
USGS
IGNV
LA STAMPA

lunedì 10 luglio 2017

Compagni dai campi...

Vi è un legame profondo tra i processi geologici e le dinamiche del settore agroalimentare, delle biotecnologie in campo agricolo, del mondo agrotecnico in generale, potrebbe non risultare evidente, ma c'è. Ed è rilevante per il futuro a medio termine. Questo "campo", mai termine fu più appropriato, la comunità geologica, intesa in senso professionale, tecnico e scientifico, dovrebbe approfondirlo maggiormente. Tra le pratiche umane diffuse, l'Agricoltura, piaccia o meno, è quella che più impatta su svariate matrici ambientali, essendo, comunque, fondamentale per il sostegno della specie umana; credo che il tema su come si produce il nostro cibo e come si gestiscono le risorse per farlo, sia un tema, che non solo i Geologi, ma tutti i cittadini si dovrebbero porre. Tanto per dare alcuni numeri, di tutte le risorse idriche potabili a livello mondiale il 70% è consumato dalle attività agricole (in particolare nei paesi in via di sviluppo), e ben il 40% di superficie a foresta, sempre a livello mondiale, su base annua, è sostituita da superficie agricola (33% superficie industriale e 27% urbanizzazione), in particolare attività agricola di sussistenza, ma anche quella "industriale" non si tira poi così indietro. C'è poi il settore Agrozootecnico, l'allevamento: l'8% del consumo mondiale idrico finisce qui e poi vi è il problema connesso dell'inquinamento da reflui, che provocano squilibri nei cicli del fosforo e dell'azoto, sia nei terreni che nelle acque sotterranee. Il problema della gestione degli allevamenti e del pascolo è cruciale. Si stima che l'incremento della popolazione mondiale e dell'aspettativa di vita aumenterà il fabbisogno della superficie a pascolo/foraggiera, uno sfruttamento intensivo in tal senso potrebbe portare a un depauperamento dei terreni in fosforo rendendoli insufficienti a soddisfare il fabbisogno alimentare globale, come evidenziato dall'Università di Wageningen in un suo studio, il che è un elemento di forte instabilità, sopratutto in quei paesi che il deficit di produttività ha già reso dipendenti dal commercio per l'approvvigionamento alimentare, come nota uno studio congiunto del Politecnico di Losanna con le Università della Virginia e di Padova (olé!).  Teniamo anche conto delle vulnerabilità delle produzini agricole agli effetti del canbiamento climatico. Va poi osservato che il pascolo intensivo, così come l'agricoltura intensiva, rischiano di depauperare davvero la biodiversità ambientale, la riduzione di specie vegetali, infatti, riduce il numero di specie animali supportabili, specie tra gli impollinatori, fondamentali per le catene trofiche umane, con crisi degli ecosistemi e progressivo degrado ambientale. Oltre ai contaminanti organici, poi, all'agricoltura è legato l'inquinamento da pestici e fertilizzanti, che hanno impatti su terreni, acque, salute umana e tensioni sociali, pensiamo all'annosa polemica sul Glifosato, ma non solo, anche sulle catene trofiche - pressante è lo studio dei legami tra pesticidi a base di neocotinoidi e il declino mondiale delle api. Il tracollo di questi insetti, sarebbe devastante per la produzione agricola mondiale. L'evoluzione dell'interazioni tra prodotti per l'agricoltura è uno degli elementi da monitorare costantemente, come mostra il caso dell'avvio della valutazione sull'inserimento nella "watch list", da parte della UE, dei contaminanti emergenti dei pesticidi a base di distruttori endocrini, che sembrano connessi all'insorgere di alcune patologie, e più in generale di varie sostanze impiegate in agricoltura e oggetto di monitoraggio da parte di ISPRA.
L'Agricoltura, quindi, che noi guardiamo sempre com bonomia, e che pensiamo sia un toccasana per l'ambiente (meglio campi che fabbriche, si dice spesso), non è affatto un'attività soft, ma è anche storicamente, la prima modalità con cui l'uomo ha iniziato a emanciparsi da certi "limiti naturali" e a trasformarsi in agente geomodificatore su scala globale. A maggior ragione questo è vero oggi, con l'integrazione dell'agricoltura con le potenzialità della tecnologia moderna e dei crescenti fabbisogni umani. Si badi, non si demonizza, ma si fotografa una realtà, affinché si inzi a gestire la pratica agricola con la giusta coscienza e pragmatismo, senza farsi abbagliare da emotività o peggio suggestioni. L'emotività, per esempio, gioca un ruolo fondamentale nella considerazione che si ha socialmente dell' "agricoltura biologica", da sempre raccontata come "più sostenibile", anche da molte associazioni ambientaliste e di categoria. Ma è davvero così? Mi spiace dover fare il guastafeste, ma elementi per dire che il quadro non sia così idilliaco ce ne sono e prima poi una riflessione, sia la comunità scientifica, ma sopratutto le Istituzioni politiche la dovranno fare. Per esempio cominciano a essere numerosi gli studi che evidenzino come le coltivazioni bio comportino un incremento delle emissioni di CO2, quindi un maggior consumo energetico e di acqua. Il perché è presto spiegato, vi è una minor produttività per unità di superficie, quindi si richiedono aree maggiori, (con i problemi di sottrazione di ambienti intatti), con minori rese. Inoltre l'Università di Oxford ha rilevato che i livelli nutrizionali dei prodotti bio sarebbero più bassi, quindi, non solo richiedono più territorio, ma "sfamano meno" rispetto ai prodotti da agricoltura tradizionale, in più, mentre risultano menono contaminanti per unità di superficie coltiviata, il dato si inverte se consideriamo unità di prodotto coltivato, confermando che la Bio, non è poi così soft.  Le suggestioni stanno poi, e sono quelle pericolose, nel sostenere con denaro pubblico pratiche, che hanno prestazioni ancora più scadenti e sopratutto nessun supporto scientifico, come la BIODINAMICA. Spiace molto vedere come in questo caso, sia accademici, che i media, che le Istituzioni (il Ministro alle politiche agricole Martina ha aperto molto a tale pratica, su che basi rimane un mistero), tali pratiche agricole sono spreco di risorse, suolo, tempo, tutte poco o nulla rinnovabili.
L'agricoltura ha un grande ruolo in uno sviluppo regolato e sostenibile, nel contenimento delle emissioni di CO2,  dei fenomeni di erosione del suolo e di riduzione del rischio idraulico. Proprio per questo deve essere gestita con intelligenza e avvalendosi delle migliori tecnologie possibili. ecco perché, per esempio, il bando italiano e UE agli OGM è non solo ipocrita (visto che poi importiamo surrettiziamente OGM per mangimi) per i nostri prodotti DOC, ma anche estremamente controproducente, minando la nostro efficienza agricola e le nostre capacità di approvvigionamento alimentare. Avere piante, che producono di più richiedendo meno superficie e meno acqua, meno nutrienti e meno trattamenti chimici, dovrebbe essere un obbiettivo primario, significherebbe coniugare le esigenze di sicurezza e affidabilità nell'approvvigionamento alimentare, con una sensibile riduzione dell'impatto dellla pratica agricola sulle matrici ambientali. Gli OGM hanno patito strumentalizzazione politica, approccio ideologico e probabilmente anche alcune "tare" nel nostro modo di percepire ciò che è naturale da ciò che non lo è, ma anche una certa incapacità comunicativa del modo tecnico e scientifico, ma restano uno strumento molto forte per ottimizzare i processi agrotecnici. Oggi risulta ancora più promettente la pratica dell'editing genetico, CRISPR, ossia intervenire sul patrimonio genetico di un specie attivando/disattivando i geni delle cui proprietà ci si vuol servire o che si vuole silenziare, attraverso meccanismi come queli messi in campo dai batteri. Certo la pratica è ancora in itinere e non è una tencologia consolidata, ma promette bene e sopratutto potrebbe risultare socialmente più accettabile e non ricadere nei vincoli imposti agli OGM, trovando spazio anche in UE e, quindi, in Italia. La CRISPR potrebbe consenitre davvero di rivoluzionare l'agricoltura, aumentando rese, riducendo consumi e emissioni e sopratutto permettendo di mettere l'attività agricola in grado di rispondere ai mutamenti climatici, che stanno significativamente condizionando tale attività su scala globale. Ma saprà la nostra agricoltura cogliere tale opportunità, ma sopratutto sapranno farlo la nostra società e la nostra classe politica?


bibliografia:
"Conoscere l'Acqua", ENI SCUOLA,   2015 
"Resilience and reactivity of global food security", PNAS, 2015
"Primo monitoraggio delle sostanze dell'elenco i controllo (Watch list)", ISPRA, 2017.
"Changing the agriculture and environment conversation", Nature, 2017.
"Consumo di Suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici", Rapporto ISPRA, 2016. 
"Contro Natura", Rizzoli, 2016
"www.lescienze.it"
"www.salmone.org"
"www.pikaya.eu"
"www.stradeonline.it"