domenica 25 gennaio 2015

Una plastica è per sempre...

Quando sul lavoro mi vengono a trovare le scolaresche, una delle questioni su cui sono particolarmente insistente è quella relativa alla dispersione dei rifiuti dell'ambiente. Troppo spesso, verso i rifiuti che normalmente produciamo, dalla carta della caramella, alla plastica del pacchetto di sigarette, al foglio di carta, etc, siamo un po' distratti. Nono ne vediamo una effettiva minaccia per l'ambiente e per noi, per cui, se qualcuno ci scappa e non lo conferiamo nel sistema di raccolta rifiuti, ma ci cade per terra o nel tombino o ci vola via... pazienza, cosa vuoi che sia? Non stiamo mica parlando di rifiuti pericolosi. Beh, come spiego agli scolari, la questione è più complessa. Questi rifiuti sono studiati per "durare" e quindi hanno una persistenza lunga nell'ambiente (ossia prima che l'ambiente, tramite processi chimici, fisici e biologici, li degradi in elementi "digeribili" ce ne vuole), lunghissima nel caso della plastica. Quest'ultima, particolare, si rivela particolarmente problematica. Nel video che segue viene introdotta la questione del suo accumulo negli ecosistemi marini.



Numerosi progetti hanno portato a "mappare" queste isole galleggianti, che il gioco delle correnti forma in vari oceani e mari Qui trovate un primo esempio, Gli studi si sono particolarmente concentrati nell'indagare sui processi di frammentazione della plastica, onde capirne le modalità di degradazione. Immediatamente, però, gli studiosi si sono accorti che qualcosa non tornava, ovverosia tra le stime di plastica disperse nell'ambiente e quella formante queste isole c'é un significativo gap, ossia manca della massa. Qui trovate estratto di ricerca del National Geographic, Questo problema della massa mancante ha portato a varie ipotesi per capire dove fosse la plastica non rilevata, inizialmente si è pensato che i processi di frammentazione della plastica portassero alla produzione di microparticelle che non venivano rilevate nei campionamenti, oppure finissero nel record sedimentario. E' pur vero che probabilmente, ciascuno di queste ipotesi ha del fondamento, la seconda sopratutto come vedremo, ma è ormai un dato quasi assodato, essendo sempre di più le evidenze, che questa plastica "mancante" sia finita e finisca nelle catene trofiche, ovverosia pesci vari se ne cibano (anche volatili a dire il vero) e poi questi sono a loro volta predati da altri, è stata ritrovata plastica negli stomaci di Pesci Spada e Tonni destinati al consumo umano. Ovverosia è proprio vero che la plastica che buttiamo ce la ritroviamo nel piatto. 
Ricordiamo che la plastica negli Oceani, oltre a compromettere gli ecosistemi marini - numerose le immagini di animali vari morti o deformi a causa di corpi plastici - comporta la dispersione di elementi chimici, quali metalli pesanti e polimeri particolari che sono presenti nelle plastiche di uso comune in % minime, ma che i fenomeni di accumulo possono portare a raggiungere livelli tali da divenire pericolosi per la salute degli ecosistemi e umana, quando ciò avviene nelle catene trofiche
Per dare un'idea di come la Plastica in un sessantennio (il suo uso negli imballaggi e e nei manufatti dopo gli anni '50 del secolo scorso) si sia diffusa nell'attività umana e sia stata pesantemente dispersa nell'ambiente, val la pena segnalare questo studio della Società Geologica d' America, che ha rilevato l'esistenza dei Plastigomerati, ossia di conglomerati - rocce solitamente formati da ciottoli e ghiaia cementati tra loro - dove unitamente ai corpi litoidi si trovano elementi plastici, o dove addirittura e la plastica stessa a far da "cemento".  E' la prima roccia "made in Human" e di fatto il primo vero "marker" stratigrafico dell'antropocene - quel periodo, che taluni studiosi fanno partire dal XVIII secolo, in cui l'uomo è divenuto di fatto una delle forze endogene agenti sulla Terra. Queste rocce indicheranno nel futuro in maniera netta l'azione umana su scala globale.
Prevenire è meglio che curare, ovvio, per cui lo sforzo massimo deve essere sul NON disperdere la plastica nell'ambiente.  Ma di quella che ormai è negli oceani che facciamo? Continuiamo a lasciarla là a far danni? In realtà sul tema sono in corso ricerche e sperimentazioni. Una è particolarmente interessante, si tratta del progetto Ocean Clean Up, è un progetto di ricerca, basato su crowfunding, inventato da un ragazzino, che rimasto colpito dai filmati sul "plastic trash vortex", il vortice della plastica appunto, ha iniziato a studiare la questione e con una grande forza di volontà ha fondato una compagnia, raccogliendo competenze e professionisti vari, nonché volontari, con lo scopo di elaborare una soluzione tecnica per rimuovere la plastica dagli oceani, adesso mi pare sia in una fase di sperimentazione avanzata di un sistema a torri galleggianti - dopo l'insuccesso di un sistema basato su catamarani raccogli plastica. Devo dire che è una bella storia, anche se devo approfondirla per capire quanto di concreto ci sia (non vorrei fosse solo propaganda), ma da quello che mi è dato di capire è indubbiamente il tentativo più avanzato per provare a risolvere la questione.



mercoledì 14 gennaio 2015

Geologi di un dio minore

Ebbene sì, lo confesso, ho vissuto e talora vivo un po' con sofferenza il fatto di fare il "geologo dee scoasse", un po' perché come tutti quando mi iscrissi a Geologia avevo altre aspirazioni, che so la vita in piattaforma petrolifera (di cui avrei avuto l'occasione...). Oppure fare il cacciatore di dinosauri nelle badlands, o ancora analizzare carote di sedimenti e microfossili dalle profondità oceaniche per ricostruire l'evoluzione climatica. Poi la vita, le occasioni, le necessità e la mia pragmatica prosaicità, mi hanno portato da tutt'altra parte, bonifiche e rifiuti. Settore in cui ho incontrato più d'uno laureato in Scienze Geologiche. Si badi, qui di Geologia e di applicazione della Geologia per il recupero dell'ambiente e della materia c'è ne molta, ma la percezione esterna è che sia più un campo da ingegneri, notoriamente categoria più prosaica della nostra. Non di rado chi non mi conosce mi da dell'ingegnere (uff), e spesso anche colleghi Geologi, quando spiego quel che faccio mi guardano con uno sguardo di  un misto malcelato di compassione e sdegno, tipo quello di un gatto quando guarda un cane. Non parliamo poi dei colleghi che lavorano entro l'Università. Eppure, nei processi di bonifica e smaltimento, nel valutare gli impatti sull'ambiente di cicli di trattamento, oppure nell'elaborare prove per testare materiali da recupero rifiuti, di possibilità d'applicazione di concetti e nozioni d'ambito geologico ce ne sono e ce ne sarebbero, Ovviamente il Geologo mal si presta a progettare "macchine", ma nell'elaborazione e gestione di cicli impiantistici e nel controllo sui materiali, in molti casi ha molto, moltissimo da dire.
Ecco perché quando ho visto che la Società Geologica Italiana (mica la Bocciofila di Conche...) ha pubblicato "La Geologia per l'Italia", in cui venivano rapidamente presentati i molti campi applicativi e di studio in cui si articola la Geologia e vi ho notato all'indice il capitolo "La Geologia e il ciclo dei rifiuti" ho avuto un senso quasi di riscatto - sì insomma, un mini orgasmo - pensando che finalmente arrivava l'ora dello sdoganamento, Sensazione cui è subentrata rapida e cocente disillusione andando a leggere il capitolo. Perché il ruolo del Geologo viene presentato strettamente legato alla progettazione e gestione della discarica. Insomma, se si fa la somma Geologia+Rifiuti, il risultato è necessariamente discarica. Si badi, è vero che sul tema il Geologo può davvero essere grande protagonista, ma da un punto di vista strategico, se si lega il Geologo solo alla discarica, rischiamo a una visione a corto, cortissimo raggio.
Tutte le normative e le politiche, in primis quelle europee, si pongono come obbiettivo l'abbandono della discarica, che nella gestione rifiuti, su cui si vuole impostare un approccio più "industriale", deve essere elemento residuale; se i Geologi ritengono che la Geologia dei rifiuti sia la discarica, allora anche la Geologia e i Geologi nei rifiuti sono destinati alla residualità (che non mi pare una grande strategia, in un campo che è e sarà, nel medio e lungo termine, in espansione per ovvi motivi tecnici, ambientali e economici).  Eppure il Geologo potrebbe farci molto, anche come Responsabile Tecnico, basti vedere i recenti sviluppi normativi relativi all' Albo Gestori Ambientali che danno a tale figura molto più margine di manovra e ruolo che in passato, ponendo molto accento sulla formazione: con alcuni approfondimenti su temi collaterali, arricchire il profilo dei laureati in Scienze Geologiche per potersi cimentare in tale settore, non sarebbe cosa affatto impraticabile. Su tale argomento, sarebbe il caso che i vari dipartimenti di Geoscienze dei vari atenei si confrontassero e iniziassero a introdurre la questione nelle loro offerte formative. Ovvio che se questo viene visto come un degrado del "blasone" del Geologo non se ne farà nulla e si rischia che i Geologi rimangano nobili sì, ma assai decaduti.
Frattanto, noi geologi, con la g minuscola, che "rumiamo scoasse" continuiamo la nostra quotidiana lotta, nell'attesa dell'ora della nostra riabilitazione.

venerdì 7 novembre 2014

il FALO' delle banalità

Termovalorizzatore a Brescia
Quello degli inceneritori in questo paese, è uno dei tanti temi, è il caso di dirlo, davvero scottanti. Quando qualcuno prova a parlare di un impianto di tale tipo, non riesce nemmeno a finire la frase, venendo immediatamente tacciato di ogni nefandezza, contro Dio, la Natura, la Salute, l'Ambiente, la Società. E ovviamente  l'accusa più pesante, l'Incenerimento è CONTRO il riciclo. Orbene, ragioniamoci.  Se guardiamo ai dati dei paesi che tutti additano come i più "avanti" nella gestione dei rifiuti, Germania, Austria, Paesi Scandinavi, Olanda e Svizzera, si nota il drastico calo del ricorso alla discarica, percentuali di recupero materia tra il 30 e il 50% e il resto a termodistruzione. Sembra proprio che il riciclaggio e la raccolta differenziata non siano incompatibili con il recupero energetico, ma forse complementari.  Per avere un po' di numeri date un occhio agli atti della conferenza "Chiudere il Cerchio", promossa dagli Amici della Terra in ottobre di quest'anno. Questo perché il primo obbiettivo è l'abbandono della discarica. La discarica è il vero problema, fare discariche vuol dire consumare territorio, che non potrò più recuperare per decenni, con costi sociali e ambientali, oltre al fatto che lo dovrò monitorare a lungo. E' questo il primo target che si sono dati i paesi europei, con strategie varie, lavorando ad avere sistemi di gestione rifiuti, magari poco romantici, ma certo pragmatici ed efficaci, basati su logiche industriali ed economie di scala, non sul campanilsmo o su un certo ambientalismo pauperista che scarica sulla società i costi delle proprie tare ideologiche. Ecco perché non sono tra quelli che si strappano i capelli sull'articolo 35 dello "Sblocca Italia". I soliti guaiscono che tale decreto sia un regalo alle camorre e una jattura per i territori e già gli amministratori del nord alzano le barricate. Il decreto elimina le restrizioni tra le regioni per la gestione dei rifiuti urbani e speciali che queste non siano in grado di trattare, richiedendo che gli inceneritori esistenti vadano a pieno regime. Questo per ridurre i rifiuti esportati all'estero, con costi che paga tutto il paese, e ridurre le sanzioni che regolarmente ci commina l'Europa per non aver ancora provveduto a costruire un sistema su tutto il territorio di gestione programmata dei rifiuti, non ché aver fatto decisi passi verso l'abbandono della discarica (che l'Italia usa ancora per oltre il 45% dei rifiuti prodotti, contro il 3-4% dei paesi prima citati). Evitando le discariche si evitano anche le camorre varie. Garantito. Con tale misura, inoltre, si abbattono i costi degli impianti in esercizio. Certo la cosa va affinata, vanno premiati i territori che non devono ricorre a tale misure - magari con sgravami sulla tassazione dei rifiuti - e sanzionati quelli che vi ricorrono, magari ribaltandogli le tasse sui rifiuti dei territori che sono stati più lungimiranti, in tal senso vi invito a leggere questo articolo del prof. Massarutto circa L'utilizzo di un meccanismo tariffario per mettere in moto dei circuiti "virtuosi" di incremento delle differenziate sia laddove esse sono già mature, che dove languono. Sono fortemente convinto che se ci dotiamo di un sistema industriale integrato, dove anche i trattamenti termici servono (non occorrono tanti forni, ma solo i necessari e va potenziata la produzione di CSS) e non poco, ambientalmente controllato ed economicamente sostenibile, allora potremmo avere benefici per l'intero paese. In questa fase i campanilismi non servono, ma serie prese di reponsabilità sì.

mercoledì 24 settembre 2014

complotto alla veneta?

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Diceva un notissimo personaggio della nostra storia repubblicana. Ma penso che nemmeno lui avrebbe avuto la fantasia dietrologica che ha alimentato la riflessione che sto per fare. Riflessione che, ammetto, non è tutta farina del mio modesto sacco intellettuale, ma deriva dagli originali spunti di un mio stimato amico, assai attento ai dettagli e di grande acume nelle visioni. Non sono uno che generalmente crede ai "complotti" ed anzi aborrisco quel tipo di cultura. Ma a mio avviso c'è una strana serie di accadimenti che si stanno concentrando nell'area veneziana. Un terribile mix di indolenza, destino cinico e baro, insipienza, cupidigia, avarizia, scarsa visione, incompetenza e un pizzico (e magari più d'uno) di precisa volontà di distruggere. Non sarà un complotto, perché richiederebbe un'intelligenza a dirigerlo e più cospiratori, ma potremmo parlare di una sfortunata serie di eventi. Altrimenti non mi spiego quello che sta accadendo. Ricapitoliamo:
- Venezia, attività portuale, esiste un porto commerciale e uno passeggeri in laguna di Venezia. Per garantire il traffico di grandi navi di un tipo o dell'altro è necessario garantire un certo pescaggio dei canali. Che vanno perciò, periodicamente ripuliti dai sedimenti che vi si accumulano.
- i fanghi di questi scavi, sia per lo scarico in Laguna di molte utenze nel corso degli anni, che della vicina presenza di un polo industriale, ormai, purtroppo, in coma irreversibile, non sono esattamente da fango terapia, per cui lo scavo e lo smaltimento costa un botto.
- ci si inventa, con un percorso, faticosissimo di interrare la linea di elettrodotti che passa in zona Moranzani e che collega la centrale ENEL di Fusina al mondo, nel quadro di un progetto di ammodernamento delle linee elettriche venete, e stoccare, previo trattamento, questi fanghi, con significativo risparmio di costi per la collettività.
- inizia un percorso per la Bonifica e riqualificazione di Porto Marghera.
- si introduce l'ipotesi progettuale di realizzare un porto commerciale a mare, fuori laguna, per ovviare alle varie criticità lagunari, ma sopratutto per ridurre il rischio e lo stress per la stessa.
- sorge il problema della navi da crociera, ugualmente problematiche, transitanti in bacino San Marco, oggetto di aspre contestazioni.
- si avvia a realizzazione il sistema MOSE, dopo anni di discussione , sistema di paratie per proteggere Venezia dalle acque alte che i problemi di subsidenza lagunare (dovuti a dinamiche sia naturali che antropiche che per amor di patria vi risparmio di enumerare qui, ma magari un'altra volta sì), e climatici stanno rendendo sempre più dannose per la città. Qui inizia la sfortunata serie.

Nell'ambito del MOSE scoppia uno scandalo corruzione, buona parte della classe politica e imprenditoriale del comune di Venezia e regionale è coinvolta, molti dei soggetti firmatari degli accordi di cui sopra finisce o agli arresti o comunque fuori gioco.
Comitati. Simpatici comitati anti Traliccio nella zona della bassa Veneziana e Padovana, animati certo, dai migliori intenti - mortacci sua - fanno ricorso al progetto di riqualificazione delle reti elettriche, chiedendo l'interramento di tutte le linee in nome del paesaggio e della salubrità ambientale (anche qui ci sarebbe altro da dire, ma lo faremo - forse - in un'altra occasione), dopo tira e molla tipico italiano il Consiglio di Stato da loro ragione, l'ente gestore delle linee butta tutto all'aria e informa che rifarà il percorso progettuale - VIA compresa - daccapo. Buona notte suonatori. Salta la possibilità di gestire i fanghi con una soluzione a minor costo, salta lo scavo dei canali, salta pure una riqualificazione - con spostamento di una fabbrica - della zona dei Moranzani (alla faccia dell'agenda 21 che c'era stata). Salta sì, al di la delle minimizzazioni politiche di facciata.
Nel mentre... l'Autorità Portuale, rimasta indenne dal diluvio di manette avvenuto in Laguna, che ha distrutto il Magistrato alle Acque, commissariato il Comune, massacrato la Regione, si dimentica del Porto Commerciale in Mare, ma si ricorda della questione crociere e si inventa lo scavo di una altro canale lagunare (!) per portare in Laguna le navi da crociera, evitando il bacino san Marco, ma sollevando comunque un vespaio, quando a mio avviso, si poteva (e si potrebbe - e si può) pensare a un porto lato mare, in zona Lido, sostanzialmente generando un braccio di ferro multiplo che potrebbe portare a lunghe contese giudiziarie che potrebbero portare a un nulla di fatto.
Alla fine si sta concludendo solo, forse il MOSE, nonostante tutto - sperando che per lo meno serva.
Anziché cercare soluzioni, che ci sono, per la difficile quadratura, tra rispetto della fragilità lagunare e riduzione degli impatti, valorizzazione ambientale e turistica della stessa, con ammodernamento e ampliamento delle attività portuali e produttive, mi pare si vada, magari involontariamente,  in ordine sparso, a un ridimensionamento del Porto di Venezia a favore di quello di Trieste (più piccolo, ma fondali rocciosi, maggior pescaggio, niente sedimenti da scavare), ad una desertificazione industriale e produttiva dell'area veneziana, sempre più dipendente da un turismo mordi e fuggi a forte impatto ambientale e sociale, a una deriva ambientale della laguna, a una periferizzazione anche nei collegamenti infrastrutturali dell'area. Insomma Venezia Disneyland e basta.
Se c'è qualcuno che sta dirigendo scientemente questo percorso. E' un genio del male che manco il dottor Zero di Fantaman...

mercoledì 10 settembre 2014

La Catastrofe, l'Esasperazione e Bilbo Baggins

C'è una bella scena, di un film, a me molto piaciuto - Viva la Libertà - dove il protagonista (interpretato da Tony Servillo), un Professore con turbe psichiche che si sostituisce al fratello gemello, capo politico del partito della sinistra italiana, fuggito perché in crisi personale, durante un dibattito pubblico afferma che oggi tutto si basa sulla Catastrofe. Politica, Economia, Società, tutto si regge sul paventare continue catastrofi. Questo per giustificare - è la mia interpretazione - il continuo ricorso a misure emergenziali, agli "uomini della provvidenza", a soluzioni contingenti, spesso raffazzonate. La catastrofe è sempre dietro l'angolo, che sia la dissoluzione dell'UE, il default economico, la "fine della Grecia", il cambiamento climatico, l'invasione islamica, ogni scusa è buona per far ingoiare rospi, posporre scelte, evitare il confronto, fare "quadrato" anche attorno a un idiota, "perché non è il momento di dividersi", oppure la Catastrofe torna buona per impedire qualsiasi cosa, sia essa una misura economica, una ricerca innovativa, un'opera pubblica o più semplicemente un senso unico nel nostro quartiere. Il protagonista del film, ritiene, e io concordo, che la gente di questo sistema non ne possa più.  Sì penso non ne possa più, ciò non di meno non vi si sottrae, nemmeno quando ne ha la possibilità.
E poi c'è l'Esasperazione. l'andazzo negativo, il malgoverno, l'inefficienza, le ruberie, la crisi economica, la criminalità, la burocrazia, hanno reso esasperata la società. Nel senso che la pazienza è finita. Ormai non vi è più alcuna tolleranza. Ci si scaglia con foga inaudita contro chiunque possa essere oggetto della nostra acredine: se uno viene, per esempio, eletto per la prima volta a pubblica carica, dopo 5 minuti gli vengono addossate le colpe vere o presunte di tutti i suoi predecessori. Oppure se ce l'abbiamo con la società dei trasporti o dei rifiuti, il primo autista o spazzino che ci passino vicini - indipendentemente da come stiano lavorando - saranno obbiettivo del nostro livore. Si perde la capacità di ragionamento, e ci diventa intollerabile chi argomenta in una qualche discussione, spiegandoci che le cose sono più complesse di come vorremmo noi, irrazionalmente di viene egli l'ostacolo alla nostra serenità o la causa del nostro malessere. Ci si imbarbarisce, si perde anche un po' di pietà umana. A me fa sempre specie, ad esempio, quando qualcuno viene arrestato per qualche reato, specie quelli di ruberia varia, perché cadere in tentazione è facile, sia quando si è nel bisogno, che quando si è nell'occasione (infatti, io cerco di ripararmi dal primo e rifuggire la seconda) e la galera - ho avuto modo di visitarne una - non è affatto un bel posto. Dicevo, mi fa specie vedere come in quelle occasioni, specie se il reo è un qualche personaggio pubblico, come si scateni una pubblica veemente orda di auspici di morte e sofferenza varia, fatti - si badi - per lo più su qualche social, al sicuro dietro lo schermo di un pc. Ma, comunque, indice di un odio e livore latente, che diviene più feroce, quando qualcuno cerca di dar segno di un briciolo di umana solidarietà.
Il tutto è specchio dei tempi miseri d'oggi. Tutto questo genera una spirale pericolosa, che rischia di perderci tutti per sempre in una società sempre più chiusa, apatica, cinica, ottusa e cattiva.
Non penso che possano i grandi proclami o i supereroi risollevare il nostro tempo. Credo serva qualcosa di più piccolo. In un altro bel film "Lo Hobbit - un viaggio inaspettato", quando Lady Galadriel - una delle grandi regine elfiche - chiede allo stregone Gandalf, perché si è portato dietro l'hobbit Bilbo, che appare più un impiccio che un sostegno alla sua impresa. Lo stregone risponde di aver paura e Bilbo gli da coraggio, perché rappresenta la normalità in un mondo tetro, la semplicità, perché ritiene che il male non si tenga a bada con eroiche gesta, ma con piccoli gesti di "quotidiana cortesia". Lo penso anche io, ecco perché insegno a mio figlio a chiedere per favore, a scusarsi, a ringraziare, a salutare. Perché spero un giorno egli sappia, con la sua semplicità, assieme ad altri ,ricacciare un po' tutto questa tenebra.

martedì 8 luglio 2014

Moratoria su tutto. Anche sul buon senso.

Tafazzi, indovinate perché?
Il problema è che sto invecchiando e divento sempre meno tollerante. Tollero poco l'emotività, l'umoralità, il perbenismo, il falso pauperismo e una sorta di fricchettonismo simil '68. Purtroppo, molti di quelli che governano, o manifestano lo fanno spinti da questi elementi. Io non li sopporto. Fossimo in tempi più civili, il primo impulso sarebbe assestargli un colpo di mazza ferrata. Ma purtroppo siamo in tempi in cui le leggi che frenano la mia libertà d'espressione abbondano. Lo ammetto, io sopporto poco certi esponenti politici e movimentaroli vari, sopratutto quelli che automaticamente si pongono dalla parte dei buoni e mettono il resto del mondo tra i cattivi. E mettono tra i cattivi anche quelli che hanno la sola colpa di voler comunque ragionare con "gli altri" o voler comunque entrare nel merito. Ammetto, a me è capitato spesso. E tante, troppo volte, ogni volta per svariate ragioni, me ne sono dovuto stare zitto e abbozzare. Ma arriva un punto in cui uno deve dirla chiara.
Relativamente allo scandalo MOSE e compagnia, similmente a quanto ho scritto sul caso CLINI, credo che questi eventi abbiano molteplici effetti collaterali, riducono ulteriormente la credibilità delle Istituzioni e la fiducia nelle stesse, provocano spesso reazioni normative impulsive, che normalmente generano solo, in nome di trasparenza e controllo, norme iperburocratiche e ottuse, provocano una generale antipatia nell'opinione pubblica  per quelli che voglio "fare", facendo di tutta l'erba un fascio, e vedendo in tutti dei potenziali magnaccioni.
C'è in questo una sorta di "odio per il profitto". O meglio una sua criminalizzazione, che è figlia appunto di una distorta cultura pauperista cristiana e moralista sinistroide. Si badi, mi reputo di (non della, come amava specificare Gaber) sinistra, sono figlio di operai, ma io non ho invidia o odio per chi, onestamente, lavorando, senza fottere le leggi o il prossimo, riesce a far soldi. E persone così esistono. E non criminalizzo se costoro decidono di goderseli 'sti soldi invece che investirli nella società. E' un loro diritto. Certo, è encomiabile chi, arricchendosi con le proprie capacità, senza sotterfugi, poi decide di ritornare parte di questa ricchezza al territorio, donando opere o creando posti di lavoro.Ce ne fossero. Orbene sull'onda del caso Mose si sta facendo di tutta l'erba un fascio. Tutto è marcio, tutto è corrotto. Non si distingue tra chi lavora con serietà e competenza. E il rischio è che una politica inadeguata corra dietro a questo spirito. 
Perché dico ciò? Perché mi è arrivato un appello, che avrei dovuto sostenere, promosso dalla rete di vari comitati del no a qualcosa sorti in Veneto  (non che non si possa non essere contro un'opera, ci mancherebbe, io stesso sono, per esempio, contro l'Idrovia PD-VE - ma non pretendo di imporlo al mondo), per una moratoria a TUTTE le grandi opere in corso d'opera nel Veneto  (a parte guarda caso l'IDROVIA... ce l'hanno proprio con me...), così indistintamente. In questo appello appunto si dice che tutto è marcio e si critica Renzi, che invece ha distinto, rilevando come ci siano delle zone di malaffare entro un sistema socio - economico più vasto, dove ci sono anche forze e competenze "sane". No, i comitati criticano tale assunto, chiedono il blocco, la revisione di tutte le grandi opere, l'abolizione della finanza di progetto e vi discorrendo. A chi lo chiedono? A Renzi ossia al sistema! Ma come, se il sistema é marcio, chiedi al sistema di sistemare il sistema? Se il sistema è marcio o hai il coraggio di fare la lotta vera o stai zitto e rimboccati le maniche.
La verità è che questi sono professionisti della protesta, hanno una visione loro del mondo, rivoluzionari da salotto, spesso vivono proprio in quelle zone ipergarantite che il sistema italiano permette. Dirò di più, sono PARTE del sistema. Come spiega bene Stella nel suo "Bolli sempre bolli, fortissimamente bolli" la corruzione della politica e delle istituzioni diventa cronica laddove abbiamo apparati burocratici ipertrofici, norme pletoriche e astruse, passaggi plurimi. E' un sistema che si auto alimenta. Alla fine uno per fare, deve pagare. Orbene l'astrusità delle norme, la rindondanza dei passaggi è spesso figlia di un malitenso senso di "trasparenza e partecipazione" e le leggi più insulse spesso sono passate col plauso di questi mondi pseudo moralizzator-ambientalisti. Questi elementi istigano a un sistema Khomeista, e attacando chiunque proponga interventi pragmatici favoriscono invece il perdurare dei Boiardi. Lo ribadisco, immaginando che ciò mi attiri strali, anch'essi nel sistema hanno una loro funzione. Il sistema che non va e che va cambiato, ma col buon senso. E' una soluzione invocare la paralisi di un intero processo? E chi dovrebbe pagare lo stop? Pantalone tanto per cambiare? Tafazzismo puro. No, qui ci dobbiamo dar da fare, rivolgendoci a quelle strutture e a quelle competenze che in questi anni hanno gridato come voci nel deserto, denunciando le storture, ma soprattutto proponendo alternative vere, le cose vanno aggiustate in corsa, lavorando a testa bassa, non con slogan e discorsi pieni di presunte buone intenzioni, ma poche soluzione concrete. In cui va coniugata la tutela dell'ambiente allo sviluppo economico. Cosa che altrove si riesce a fare. Fossimo più seri, meno emotivi, e sopratutto meno ipocriti, potremmo fare anche qui. Spero, che in questa stagione di grandi speranze, ci sia anche un può di razionalità. Perché il rischio è che alla fine si arrivi a rimpiangere i magnaccioni. E allora sì che, come cittadini avremo perso davvero.

giovedì 3 luglio 2014

in punta di lingua

Come mio solito sto leggendo un paio di libri in contemporanea, "Storia dei Greci" di Montanelli e "Bolli, sempre bolli, fortissimamente bolli" di Stella. Il primo racconta, nello stile del grande Indro, la storia del popolo che diede i natali alla civiltà d'occidente, il secondo è un viaggio nell'Italia della burocrazia, tra follie normative e linguistiche. Sembra impossibile, ma tra i due testi c'è più d'un collegamento. Nel viaggio di Stella tra le carte bollate italiche, c'è un interessante passaggio sulla lingua. Perché il burocratese è così ostico, chiuso, ampolloso al punto da essere ridicolo? Perché il burocrate vuole dare importanza a ciò che fa, scrive, anche quando sta banalmente normando quanta acqua deve starci in un water standard. Il burocrate deve usare un linguaggio che sia per pochi, per dei "sacerdoti" della dottrina, gli unici depositari del titolo di scrivere, leggere e far comprendere le norme. Se il popolo capisse da solo le leggi, allora queste sarebbero cosa da poco. Stella ci fa capire come ormai ci sia un sostanziale delirio, ormai sclerotizzato, di chi si occupa di leggi e regolamenti e di come questo delirio ormai si sia insediato stabilmente nel sistema, e per questo sia così difficile da debellare. E questo delirio tocca tutti, anche la società, che più o meno volontariamente chiede leggi non di buon senso, ma minuziose sino alla nausea e, perciò, farraginose e invoca giustizia, confodendo il diritto, col suo abuso, anche per i panni di quello del piano di sopra che gocciola sul terrazzo di sotto, contribuendo pesantemente alla paralisi del sistema giudiziario, già poco agile di suo. Di contro nel racconto della Grecità di Montanelli, ecco uno stile piano, asciutto che espone con una scorrevolezza e godibilità estrema le vicende dei "coturnati achei" di Atene e Sparta, di Pericle, Socrate, Epaminonda e via dicendo.  E, in questo caso, oltre alla lingua sarebbe da riflettere anche sulla gestione delle Leggi a quei tempi.
 L'opera storiografica di Montanelli fu oggetto di pesanti attacchi degli storici di professione, trovarono che la materia venisse troppo banalizzata, che venissero fatti eccessivi parallelismi col presente - Montanelli li usa spesso, per rendere più chiare le vicende - insomma l'opera era grossolana, troppo semplicistica e poco "accademica". Si badi non si critica il contenuto, ma l'esposizione. Ma Montanelli voleva raccontare, appassionando, al maggior numero di persone possibili quella storia. Aveva messo in conto le critiche, ma non perse l'obbiettivo, raggiungere chi ai dotti manuali non si sarebbe mai avvicinato. Per farlo sacrificò qualcosa, il tecnicismo, il nozionismo, ridusse all'osso le date e romanzò un po' fatti e personaggi. Ma con senso dell'equilibrio. E visto che la sua opera storica (Ricordiamo anche Storia di Roma e la monumentale Storia d'Italia, che saranno tra le mie prossime letture) resta ancora tra le più lette, credo che alla fine, Montaneli, alla Storia, abbia fatto più un favore che un torto.

... perché ho scritto questo post? Così per scrivere....