mercoledì 20 novembre 2013

Se il consorzio non la racconta giusta

Mi sono imbatutto nello spot radio della nuova campagna CO.RE.VE. il consorzio nazionale per la raccolta degli imballaggi in vetro (tale consorzio, come altri del sistema CONAI - consorzio nazionale imballaggi sono è stato istituito con il D.M. 471/99, per avviare il sistema di recupero degli imballaggi immessi al consumo), la campagna si prefigge di liberare le raccolte di vetro cavo, ossia il vetro delle bottiglie e degli imballaggi in vetro in generale, dal problema della loro contaminazione con "altri" vetri, ossia il vetro piano (specchi, finestre), i vetri tecnici (schermi), i vetri medicali (flaconerie di farmaci) e il cristallo (manufatti, bicchieri, vasi, lampadari etc). Questo perché questi vetri, oltre ad essere strutturalmente diversi dal vetro cavo per imballaggi, lo sono anche chimicamente. Il vetro per le bottiglie è essenzialmente sodico-calcico, mentre per esempio quello dei flaconi medicali è borosilicato, ma sopratutto il cristallo e i vetri piani hanno diverso tenore di Piombo, rispetto al vetro per imballaggio. Ovviamente un tenore più alto. E questo è un problema, poiché gli standard europei sono molto chiari in tal senso, per tutelare la salute dei cittadini. Se nel materiale da raccolta differenziata, ci finisce troppo vetro con alto livello di Pb, si rischia  che alla fine il vetro riciclato, non rispetti per tale tale parametro - fondamentale - i crismi di accettabilità definiti per il vetro da bottiglia. Vanificando lo sforzo per la raccolta differenziata e del riciclo del vetro. Dunque merito al CO.RE.VE. che finalmente fa chiarezza su tale punto, spiegando quello che i tecnici del settore da tempo vanno dicendo? Beh, non del tutto, tale campagna ha come slogan "bottiglia e vasetto binomio perfetto, per tutto il resto cambia cassonetto", ossia subliminalmente si invita a buttare tutti gli altri vetri nell'indifferenziato, anzi a dire il vero, lo si dice anche esplicitamente: http://www.coreve.it/showPage.php?template=homepage_news&id=1
A tale link trovate l'elenco di ciò che non va confuso col vetro da imballaggio, ma se tutti i cittadini buttassero questi vetri nell'indifferenziato (il "poco" di molti, alla fine diventa "tanto"), si otterrebbero due effetti assai controproducenti:
  • il primo: questi "altri vetri" sono comunque riciclabili e avviabili a recupero o nel settore vetrario specifico o in ambito edile, come materiali tecnici, per cui che ne abbiate tanto o poco portateli all'ecocentro o, dove esiste il servizio, all'ecomobile, il gestore del servizio di raccolta, saprà poi portare tali materiali a impianti che ne permetteranno il riciclo;
  • il secondo: in quelle realtà VIRTUOSE, lo ridico VIRTUOSE, dove l'indifferenziato residuo dalle raccolte differenziate viene trattato in cicli impiantistici per la produzione di CSS (combustibile solido secondario), evitando così il nefasto ricorso alla discarica e riducendo il ricorso a fonti fossili per la produzione di energia elettrica, con ovvio risparmio di CO2, un incremento della presenza di materiale inerte, nel rifiuto da trattare, può avere impatti assai negativi sull'efficienza dei cicli di lavorazione, con incremento dei costi a carico della collettività e riduzione delle prestazioni ambientali. Per cui,  i vetri NON imballaggio, portateli all'econcentro, mannaggia al COREVE. FateVI un favore.  Un rammarico personale nel vedere Mario Tozzi, testimonial della campagna.
E veniamo al COREPLA, consorzio per il recupero degli imballaggi in plastica, ultimamente va molto con la campagna "la plastica, troppo preziosa per diventare un rifiuto" vero, infatti non lo diventa, ma in questo modo si fa passare un altro messaggio non del tutto CORRETTO. Ossia che TUTTO quanto è in plastica, dagli imballaggi, passando per i giocattoli ai manufatti vari, sia accettato nell'ambito delle raccolte differenziate gestite nell'ambito dell'Accordo ANCI-CONAI. Non è così, in sede di controllo (controlli che il COREPLA fa per stabilire la remunerazione delle raccolte, cioè quanto pagare il materiale ai Comuni o ai soggetti gestori della raccolta), considera come "buona" solo la plastica da imballaggio - con varie restrizioni - e scarto tutto il resto. Anche qui i gestori, attraverso cicli impiantistici, cercano di metterci una pezza, spesso accollandosi il costo. Perché non si è pensato all'aspetto negativo di tale messaggio, beh perché in questa maniera le % di Raccolta Differenziata, formalmente salgono (anche l'occhio vuole la sua parte), nel contempo il consorzio risparmia perché ti paga meno il materiale. A pensar male... diceva un noto politico...
E' pertanto fondamentale, che i COMUNI chiedano ai consorzi di rivedere le loro strategie comunicative (visto che le paga la collettività, almeno che ste campagne siano fatte bene), e che i Consorzi tornino ad essere dei facilitatori nell'avvio di sistemi di recupero materiali economicamente e ambientalmente produttivi e non vogliano invece recitare una parte diversa, tipo quella di cartelli oligopolistici per il controllo del mercato delle materie da riciclo.

lunedì 11 novembre 2013

memorie d'ecomondo 2013

Anche quest'anno, sebbene un po' "obtorto collo" sono stato ad ECOMONDO a Rimini, la fiera annuale della così detta green economy.  Da un punto di vista tecnologico non ho visto grandi innovazioni tra gli espositori, sono convinto che, per vedere qualcosa di nuovo del settore, uno debba recarsi ogni 2-3 anni, si apprezza meglio la spinta innovatrice dell'ambito. Ho, però, partecipato a un interessante incontro promosso da FEDERAMBIENTE, sul confronto tra varie realtà italiche operanti nel settore del riciclo. E alcune riflessioni mi sono sorte. Da italiani, quando parliamo di gestione rifiuti, tendiamo ad assimilarci più al terzo mondo che ai paesi europei. Visti sempre come cime nel settore. Cosa che in parte e vera, però, in tal maniera buttiamo alle ortiche buona parte degli sforzi fatti. Infatti, dobbiamo rilevare che:
- nel riciclo di talune filiere di materiale (carta, metalli, olii per esempio) siamo sempre trai primi tre riciclatori europei;
- buona parte della tecnologia del settore recupero materia, è di aziende italiane (magari ahimè la impiegano all'estero, più che in patria);
- quando computiamo il riciclato, nel resto del vecchio continente considerano anche inerti etc etc "drogando" di fatto le loro prestazioni. E considerano anche quello che "bruciano", soprattutto se bruciato "tal quale".
 
Il quadro italico non è perciò così fosco, certo la china è ancora lunga da risalire, ricorriamo ancora, per quasi il 50% alla discarica, valutiamo le raccolte differenziate ancora essenzialmente a "peso" senza badare troppo alla qualità (se raccogli il 90% sei un grande, ma se poi si scopre che in quel 90% c'è un 20-30% di impurità?), spesso si fanno dei "porta a porta" spinti per che è la panacea di tutti i mali, ma poi per contenere i costi di servizio, si compatta  a tutta manetta riducendo drasticamente le percentuali dell'effettivo recuperato, insomma ci sono ancora dei falsi miti che vanno sfatati, poiché impediscono al paese il salto di qualità. E qualche norma da rivedere, poiché in nome della tutela ambientale spesso si sono partorite norme controproducenti. Oltre che un quadro normativo in continuo cambiamento, il che rende ardua una programmazione seria.
 
E' chiara la necessità di dare una prospettiva industriale alla gestione dei rifiuti, trasformandoli davvero in risorsa, che consenta di rendere semplice e efficace la raccolta al cittadino, ottimizzi i costi del servizio e ottimizzi il recupero e questo si fa solo con impianti, ossia con un vero apparato industriale, i rifiuti vanno visti, ne più ne meno, come sostanziali risorse, non a caso si inizia a parlare di miniere urbane, riferendosi alla produzione di rifiuti delle città. Ma va anche valorizzato il lavoro di chi davvero recupera ed evita la discarica, un modello va valutato nel suo complesso, con sistemi premianti per chi tratta il materiale e penalizzanti per chi ricorre alla discarica come primo sistema di gestione dei rifiuti (se si può definirla gestione). E va considerata la problematicità che i trattatori di rifiuti oggi hanno relativamente alla qualità, i riutilizzatori finali pretendono che il materiale da recupero abbia le stesse caratteristiche delle materie prime e, perciò, le raccolte differenziate vanno valutate con un parametro più complesso di quello oggi in uso, la normativa deve favorire l'innovazione tecnica del settore (certo tutelando la trasparenza e la tracciabilità - punto d'orgoglio, un certo Gruppo Veritas ha presentato a Rimini, il suo progetto sulla tracciabilità di filiera del vetro e di altri materiali), l'impiantistica necessaria non va demonizzata, anzi e non si possono permettere cali della guardia da parte delle istituzioni. In tal senso il nuovo accordo ANCI-CONAI, valevole per il prossimo triennio, deve avere lo scopo di incentivare le raccolte di qualità, favorire la nascita di un sistema industriale dove non presente e il suo rafforzamento dove c'è già, e non quello di favorire burocrazie consortili o mercati falsati, cosa che produrrebbe come unico risultato, non un aumento di recupero, ma solo di costi ambientali ed economici per la collettività.

lunedì 21 ottobre 2013

Prevenzione rifiuti... meno poesia e più prosa

Anche l'Italia si dota del suo Piano nazionale di prevenzione rifiuti (lo trovate al link http://www.ambientesicurezza.ilsole24ore.com/al-via-il-programma-nazionale-di-prevenzione-dei-rifiuti/0,1254,89_ART_9522,00.html). In ottemperanza/CE, che imponeva agli statu UE di dotarsi entro il 15 dicembre 2013 di un proprio piano di prevenzione rifiuti, ovverosia di darsi delle linee guida per prevenire la produzione di rifiuto, l'Italia arriva a un paio di mesi dalla scadenza, tra gli ultimi, se non ultima. Ora, al di là del fatto che a incamminarci verso gli obbiettivi UE ci ha dato una mano la crisi economica (l'UE ha dato degli obbiettivi di calo della produzione rifiuti rispetto al PIL, noi, per non sbagliare, abbiamo calato sia l'una che l'altro), con un segno di almeno -3% tra 2012 e 2011, più che una strategia effettiva sul tema, quindi non c'è di che rallegrarsi, alcune considerazioni su questo provvedimento, mi sento in dovere di farle. 
Mi complimento per il linguaggio. Chiunque legga la relazione, potrà riscontrare che al di là dei molti richiami normativi, che un po' ne complicano la lettura, la relazione è stranamente intelleggibile, non scritta in astruso burocratese tecnicista. Onestamente, è l'unico aspetto positivo che ci vedo. Per il resto la sensazione che ho avuto è stata come quando leggi un tema, di uno che non aveva voglia di farlo e si perde in un infinito preambolo in cui ripete i medesimi assunti. Dopo infatti, il doveroso richiamo di tutto lo scibile normativo sul tema (meravigliosa la norma che parla di efficientamento della pubblica amministrazione, attraverso la riduzione di documentazione cartacea), vengono richiamati i soliti concetti di prevenzione e riuso e richiami triti e ritriti, all'ecodesign, all'incentivo alla riduzione degli imballaggi, più prodotti alla "spina", più acqua del rubinetto. Insomma, tanti copia e incolla dai tanti rapporti sul tema. Par quasi che, siccome dovevamo scrivere qualcosa prima di dicembre, per evitare l'ennesima multa abbiamo fatto un po' di copia e incolla e presentato il compitino.
Ora, lo strumento sarebbe importante, dovendo indirizzare le politiche locali e anche le politiche delle imprese. Credo che una maggior concretezza e specificità la si sarebbe potuta e dovuta esprimere. 
Un esempio concreto? Si stanno diffondendo i "bags in a box", ovverosia molti prodotti liquidi (vini, succhi), vengono confezionati in sacche plastiche, dotate di rubinetto, di plastica, messe all'interno di scatole di cartone, un imballaggio simile è complesso, di difficile e laborioso riciclaggio, diciamo che non va fatto, o che deve parare un contributo per l'immissione al consumo alto, così disincentiviamo la produzione; idem per tutti quei contenitori in tetrapak, dotati di svariati ammenicoli plastici. Introduciamo chiaramente meccanismi che favoriscano la produzione di imballaggi semplici e di facile gestione.  Altro esempio le cialde da caffé, ormai diffusissime sono le macchinette con cialde da caffé con involucro in plastica rigida. Sono difficilissime da gestire e da avviare a recupero. Finendo per lo più a incenerimento o discarica. Se ne disincentivi o vieti la produzione o si incentivi la produzione di macchine da caffé che non le usano. Sembrano piccinerie, ma vi assicuro che in termini di massa, queste cose pesano, eccome. Ecco, dal piano, visto il tempo avuto per pensarci mi sarei aspettato molta più concretezza e linee molto più chiare e dirette. Insomma più prosa che poesia.

sabato 28 settembre 2013

sull'Idrovia vi dico la mia!

Mi ero ripromesso, con l'abbandono della politica attiva, di astenermi dal commentare temi di politica locale. Ma dopo avere letto questi due articoli di giornale, davvero non gliel'ho fatta. Sull'Idrovia Venezia-Padova, a mio avviso, si sta vendendo fumo e nemmeno di quello buono, ma amministratori e sindaci, ovviamente presi dall'ansia del rischio alluvione, stanno decidendo con frettolosità su un'opera che ipotecherà il territorio per generazioni future. E i propugnatori di quest'opera spesso s'improvvisano "esperti" di ciò che non sono. L'Idrovia sarebbe un altro elemento scombinante i già scombinati equilibri lagunari, non risolverebbe, ma sposterebbe i problemi idraulici, ma è un buon modo per glissare il problema vero, ossia ridare "spazi" all'acqua, che vuol dire ripristinare l'idrografia e i meccanismi idraulici naturali. Dopo molto dubbio linko l'intervento che feci l'anno scorso ad una serata a Piazza Vecchia a Mira sul tema. Ovvero QUI

Domenica 22 settembre 2013
La Nuova Venezia
In 1500 per il Brenta in sicurezza
Folla ieri alla manifestazione di nove sindaci sul ponte di Bojon: «Mai più un’alluvione come nel 1966»
di Alessandro Abbadir

CAMPOLONGO «La ripresa economica non può prescindere dalla messa in sicurezza del territorio. Se il Brenta esonda vanno a picco tantissime aree industriali cuore dell’economia veneta. La Regione e lo Stato devono dare risposte alle preoccupazioni dei cittadini che non vogliono si ripeta una alluvione come quella del 1966». Così ieri ha parlato il sindaco di Campolongo Maggiore dal palco allestito sul ponte di Bojon sopra il Brenta. Una manifestazione contro il degrado delle rive alla quale hanno partecipato oltre 1500 persone, che è stata organizzata dal comitato Brenta Sicuro con la partecipazione di sindaci e assessori di Campolongo, Piove di Sacco, San Angelo di Piove, Codevigo, Fossò, Stra, Camponogara, Campagna Lupia e Vigonovo. Sindaci che sono stati salutati al loro arrivo dai motociclisti del Club Bikers di Bojon. Cartelloni di e striscioni di protesta sono stati piazzati in tutti i Comuni interessati dal passaggio del Brenta. «Siamo preoccupati per le ultime piene», ha spiegato il portavoce del comitato Brenta Sicuro, Marino Zamboni, « Abbiamo visto franare letteralmente le rive. A maggio scorso, si sono verificati fontanazzi ed infiltrazioni ampi centinaia di metri a Bojon , Sandon , Liettoli e Corte. La portata del Brenta è tripla rispetto a quella del Bacchiglione che tanti guai ha prodotto esondando nel 2010. Cosa si aspetta ad investire? La Regione quanto vuole investire per risolvere questa situazione?».Tanti cittadini arrivati a manifestare con bimbi e ragazzi al seguito avevano nei loro ricordi la terribile situazione vissuta nel 1966. Un fatto rimasto come un incubo nella memoria collettiva delle comunità. Una esperienza vissuta anche del vicesindaco di Piove Lucia Pizzo che ad un anno di vita vide la casa dei genitori spazzata via dall’acqua a Canmpolongo quando gli argini si ruppero. «Siamo qui», ha detto alla gente il sindaco di Campolongo, Alessandro Campalto, «perché bisogna agire e subito per evitare che questo fiume ci travolga. Gli argini hanno pericolose erosioni. Non vogliamo che si ripeta la tragedia del 1966 che seppellì sotto due metri d’acqua Campolongo e Bojon. Se si rompe il brenta finiamo sotto 40 milioni di metri cubi di acqua. Siamo a favore dell’Idrovia che va costruita, subito». Dal Genio Civile è arrivata la promessa di un intervento di monitoraggio in tempi rapidi. «Tiziano Pinato, uno dei responsabili del Genio Civile», ha detto Campalto, «mi ha inviato una lettera in cui mi assicura che nelle prossime settimane saranno fatti dei sondaggi per verificare la tenuta delle sponde». Il sindaco di Vigonovo Damiano Zecchinato, ha assicurato di aver avuto dal Governatore Luca Zaia la promessa di investimenti ad hoc per il Brenta. “«Ma per mettere completamente in sicurezza le rive, ha ricordato Zecchinato, «bisognerebbe tagliare 90 chilometri di argini longitudinalmente e metterci una colata di cemento armato fino alle falde. Un’opera ciclopica per la quale ci vogliono miliardi di euro che non ci sono (e per fortuna dico io, cementificare fino al primo impermeabile credo sia una delle idee più balzane mai sentite - alla faccia dell'impermeabilizzazione, il risultato sarebbe di avere argini che drenano meno e soprattutto sono più rigidi - nota del P. Ferox). Zaia però mi ha assicurato che l’Idrovia e le manutenzioni andranno avanti a ritmo spedito» .

Il Gazzettino
CAMPOLONGO Il comitato: «Siamo solo all’inizio». Zaia promette interventi
Brenta, la protesta dei mille
Folla alla manifestazione per la sicurezza degli argini. Folta rappresentanza di sindaci
Emanuele Compagno

Nove comuni rappresentati (sei veneziani e tre padovani), più di mille cittadini e 500 firme raccolte alla manifestazione del comitato "Brenta sicuro" ieri a Campolongo Maggiore per chiedere un intervento urgente alla Regione Veneto e al Genio Civile in modo da scongiurare lo smottamento degli argini del taglio del Brenta, canale che da Stra raggiunge Brondolo. Un corso d'acqua costruito dagli austriaci a fine ottocento, come ha spiegato il sindaco di Vigonovo, Damiano Zecchinato, senza che poi ci sia mai stata una reale manutenzione. Per Marino Zamboni, presidente del comitato, la manifestazione è solo l'inizio di una sensibilizzazione che guarda agli altri territori coinvolti. Tutti uniti per scongiurare un nuovo 1966, anno della drammatica alluvione, ma anche un nuovo 2010, anno delle catastrofiche inondazioni nella bassa padovana.
La novità, dopo il preoccupante studio della protezione civile che dimostra i cedimenti con infiltrazioni d'acqua verso le campagne, arriva proprio da Zecchinato che ha avuto un colloquio con il presidente della Regione Veneto. «Zaia è consapevole del problema, per questo ha promesso - dice Zecchinato - che la messa in sicurezza del Brenta si farà e mi ha chiesto, come presidente della conferenza dei sindaci, la consegna alla Regione di uno nuovo studio, da redigere con il Genio Civile, che evidenzi il problema. Tutto il Veneto è interessato da tali fenomeni, il Piave forse ancor più. Servono un miliardo e 400 mila euro». Per Alessandro Campalto, sindaco di Campolongo Maggiore, la Regione deve comunicare lo stato di gravità delle cose per consentire ai sindaci, che non hanno competenze sugli argini, di mettere in atto i piani di protezione civile come tutori della sicurezza. «Il dirigente regionale della difesa del suolo - ha detto Campalto - ha scritto una nota nella quale riconosce l'esistenza dei crolli e li giudica non preoccupanti anche se si continua con l'arginatura e la redazione di studi. Non possiamo rilanciare l'economia se le aziende rischiano di subire allagamenti».
Per tutti una soluzione immediata potrebbe consistere nella messa a regime dell'idrovia come canale scolmatore capace di far defluire 350, 400 metri cubi d'acqua al secondo in caso di piena. Per Federica Boscaro, sindaco di Fossò i sindaci devono pungolare le autorità competenti, linea che ha trovato concorde Lucia Pizzo, vicesindaco di Piove di Sacco. Per Annuzio Belan, sindaco di Codevigo, vanno coinvolti tutti i sindaci delle province di Padova e Venezia, per Giampietro Menin gli interventi per la sicurezza idraulica devono poter non esser conteggiati nel patto di stabilità. Andrea Tramonte, vicesindaco di Campagna Lupia ha ricordato le recenti alluvioni in zona del 2007 mentre per Adriano Magro, assessore all'ambiente di Sant'Angelo di Piove, la battaglia non deve cadere. Infine per Antonio Draghi del Cat la Regione deve passare da una politica di trasposto su gomma a forme diverse, valorizzando i corsi d'acqua.

giovedì 26 settembre 2013

Le tante Lillput. Terre di Conquista

Leggo questo artivolo di oggi e penso..."quanto mi secca certe volte aver sempre ragione" giusto qualche tempo fa discutevo del "nanismo" Veneto nell'ambito della aziende di gestione dei servizi energia, acque, rifiuti, che invece veniva additato dalla miope politica locale e dagli adoratori del comitatismo campanilista come invece modello, forza, peculiarità... "legame con il territorio", "esempio di democraticità", "espressione delle comunità locali", ma dove, ma chi, ma cossa! Miopia, nanismo, pressapochismo, inconsistenza. Ecco cos'è. In Veneto ci sono realtà territoriali più piccole della scala provinciale frammentate in 3-4 aziende, con incapacità di gestione economica efficiente, ma anche di realizzare investimenti, innovazione e ottimizzazioni. Quando si è tentato di superare tutto questo, la politica di piccolo cabotaggio si è messa di traverso. Se a livello europeo questi servizi sono gestiti da non troppi soggetti molto forti e molto attrezzati un motivo ci sarà. Riuscire a riunire il tema rifiuti di un ambito regionale, permette la razionalizzazione impiantistica e la costruzione di cicli autosufficenti, analogamente è per energia e acqua con riduzione dei costi e gestione migliore delle risorse. In Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna è già così e lo è sempre di più. In Veneto no. Adesso la cosa ce la troveremo "ob torto collo" gestita altrove e alla fine avremo una gestione questa sì davvero "foresta". Allora sì addio legame col territorio. Ci troveremo magari a cedere i nostri rifiuti altrove, lasciando ad altre regioni di trarne beneficio e noi ci accontenteremo delle briciole. Beati nella nostra Lilliput.

Tribuna di Padova del 26-09-2013
Hera vara piano da 2

Tra gli investimenti programmati anche nuove acquisizioni: le utility dei Nordest restano nel mirino


PADOVA

Margine operativo lordo di 951 milioni e un utile per azione in crescita del 5% all'anno, con un rapporto debito/mol (margine operativo lordo) in calo a 2,9 volte. È quanto prevede il piano industriale al 2017 di Hera approvato ieri dal Cda del gruppo. Previsti investimenti per quasi 2 miliardi. Si va, guardando a Nordest, alle gare per il gas in Veneto e Friuli-Venezia Giulia con AcegasApsa e all'acquisizione di Amga Udine. Ma non solo. Secondo il sito Veneziepost, infatti, il gruppo bolognese starebbe guardando anche ad altri dossier : Al in Vicenza e Veritas Venezia. Uno scenario suggestivo, che per ora, però, vede solo l'espressa intenzione del gruppo bolognese di crescere ancora per linee esterne. Il piano industriale proietta al 2017 un valore della produzione di 5,6 miliardi (rispetto ai 4,7 miliardi 2012), un margine operativo lordo appunto di 951 (662) e un rapporto fra posizione finanziaria netta e mol in discesa a 2,9 volte (3,3 nel 2012). Il contesto all'interno del quale sono stati declinati gli obiettivi, spiega Hera, «risente di un quadro macroeconomico e regolamentare che, soprattutto fra 2013 e 2014, impatterà negativamente sui risultati della gestione. In particolare la lenta ripresa del Pil continuerà a far ristagnare domanda energetica, allacci di utenze e produzione di rifiuti, mentre l'atteso assestamento al ribasso delle tariffe gas sia per la vendita a clienti tutelati che per la distribuzione ». «Questo aggiornamento del piano recepisce importanti mutamenti di scenario che hanno   caratterizzato il contesto macroeconomico, normativo e competitivo nell'ultimo anno», ha spiegato il presidente di Hera, Tomaso Tommasi di Vignano. «A fronte di un quadro complessivo ancora molto difficile e caratterizzato da elementi di incertezza, riteniamo di avere individuato le scelte strategiche più opportune per fronteggiare le difficoltà – ha aggiunto - grazie al prosieguo della politica di espansione anche per linee esterne e alla focalizzazione su efficienze ed estrazione di sinergie all'interno del gruppo». Per l'ad Maurizio Chiarini «nonostante il periodo di stagnazione dettato dal quadro macroeconomico e dal contesto regolamentare, abbiamo presentato un piano che prevede, nei prossimi 5 anni, investimenti per quasi 2 miliardi, le cui ricadute sul territorio saranno fondamentali per la tenuta dell'occupazione. Tutto questo all'interno di un equilibrio finanziario in via di progressivo miglioramento».

Tomaso Tommasi

giovedì 18 luglio 2013

Il Veneto e i rifiuti nel 2012

Pubblicato il Rapporto 2012 sulla produzione e gestione rifiuti urbani nel Veneto da parte di Arpav (ecco il link http://www.arpa.veneto.it/temi-ambientali/rifiuti/file-e-allegati/ru-2012/RelazioneRU_2012_rev0.pdf). Da un lato nulla di nuovo sotto il sole, il Veneto si conferma regione ad alta percentuale di raccolta differenziata , 62,50%,  cala la produzione pro capite di rifiuti 447kg/abitante. -3,9%, e la produzione totale, -4,0%, più x le vacche magre del momento, che per la messa i pratica di stili di vita più virtuosi (siamo realisti), cala il conferimento in discarica -25,2% e aumenta l'avvio a impianti di recupero, +30,0% delle frazioni secche riciclabili e dei rifiuti da spazzamento, segno dell'importanza della presenza impiantistica, aumenta anche l'incenerimento di tal quale +10,2%, dato un po' ambivalente (sarebbe opportuno esperire preferenzialmente vie di recupero di materia e lasciare la termovalorizzazione come forma complementare).
Un quadro, tutto sommato, positivo si direbbe. Un quadro un po' edulcorato però. Infatti, andando a osservare i dati presentati si osserva come nel caso della produzione di CDR, ovvero sia la trasformazione dell'indifferenziato/scarti del processo di recupero delle frazioni secche, vi sia un'eccedenza di produzione, rispetto alla domanda, questo perché solo la centrale ENEL di Fusina  - Ve, in quota parte usa CDR al posto del carbone nei processi termoelettrici, questo sia per motivi tecnologici che per richiesta energetica (si privilegiano fonti come l'idroelettrico), risulta necessario potenziare questo settore (dico un nome.... Porto Tolle) e rivedere la pianificazione energetica (regionale  e non solo), al fine di ottimizzare lo sforzo per la produzione di CDR di qualità, evitando di mandare in giro a costo, ciò che potrebbe restare in ambito veneto in pareggio se non a ricavo. E parlo non solo in termini economici, ma anche e soprattutto ambientale, giusto perché non mi si accusi di bieco materialismo capitalista (sono un ambientalista pragmatico, di solito quello che economicamente non è sostenibile, raramente lo è ambientalmente).
Rimane, poi, in piedi la questione della valutazione delle Raccolte Differenziate, gli indicatori oggi sono molto "a peso" e non tengono conto dei conferimenti improprio, ovverosia delle frazioni estranee presenti nelle varie filiere, che obbligano a selezioni e raffinazioni aggiuntive, per conseguire l'effettivo recupero, visto anche il sempre maggior peso dell'aspetto qualitativo per il recupero di materia da rifiuti (il che obbligherebbe ad avere un approccio un po' più "industriale" al tema e meno leguleo), se differenzio il 90%, ma ho un 20% di materiale in proprio.... beh non è proprio che sto facendo un grandissimo lavoro. L'Osservatorio Arpav ha avviato un tavolo tecnico sul tema, che spero si velocizzi un po' a partorire qualcosa, magari coinvolgendo gli operatori del settore, come sembrava dalle premesse.
Insomma si è fatto e molto, ce n'è, però, da fare e molto, e soprattutto ci sono alcune criticità, come la dotazione impiantistica e l'approccio normativo, che se non affrontate per tempo e col dovuto pragmatismo, posso rapidamente far cortocircuitare il sistema.

martedì 9 luglio 2013

Si fa presto a gridare al lupo


In questo paese, ormai si fatica e non poco a ragionare. Leggo dell'ennesima campagna ambientalista, per così dire, fondata, secondo me, su una visione fortemente ideologica e prevenuta della realtà. Guarda caso il sasso lo lancia il Fatto quotidiano, che si sa, brilla per onestà intellettuale, e lo riprende il blog di Grillo, che si sa, essere notoriamente obbiettivo. Mi riferisco alla contestazione della prima parte dell'art 41 del decreto del fare, promosso dal governo Letta. Non entro nel merito di un giudizio sul governo o sul decreto in toto, mi soffermo solo su quanto asserito dal Fatto & co.
L'articolo dice quanto segue, è un po' burocratese, ma leggetelo, altrimenti saltate sotto, direttamente alla mia magistrale filippica.
 
Art. 41 
(Disposizioni in materia ambientale)
1. L’articolo 243 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, e’ sostituito dal seguente: 
«Art. 243. (Gestione delle acque sotterranee emunte) 1. Nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario, oltre all’eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione conformi alle finalita’ generali e agli obiettivi di tutela, conservazione e risparmio delle risorse idriche stabiliti dalla parte terza. 
2. Gli interventi di conterminazione fisica o idraulica con emungimento e trattamento delle acque di falda contaminate sono ammessi solo nei casi in cui non e’ altrimenti possibile eliminare, prevenire o ridurre a livelli accettabili il rischio sanitario associato alla circolazione e alla diffusione delle stesse. Nel rispetto dei principi di risparmio idrico di cui al comma 1, in tali evenienze deve essere valutata la possibilita’ tecnica di utilizzazione delle acque emunte nei cicli produttivi in esercizio nel sito stesso o ai fini di cui al comma 6. 
3. Ove non si proceda ai sensi dei commi 1 e 2, l’immissione di acque emunte in corpi idrici superficiali o in fognatura deve avvenire previo trattamento depurativo da effettuare presso un apposito impianto di trattamento delle acque di falda o presso gli impianti di trattamento delle acque reflue industriali esistenti e in esercizio in loco, che risultino tecnicamente idonei. 
4. Le acque emunte convogliate tramite un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuita’ il punto di prelievo di tali acque con il punto di immissione delle stesse, previo trattamento di depurazione, in corpo ricettore, sono assimilate alle acque reflue industriali che provengono da uno scarico e come tali soggette al regime di cui alla parte terza. 
5. In deroga a quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 104, ai soli fini della bonifica delle acque sotterranee, e’ ammessa la reimmissione, previo trattamento, delle acque sotterranee nello stesso acquifero da cui sono emunte. Il progetto previsto all’articolo 242 deve indicare la tipologia di trattamento, le caratteristiche quali-quantitative delle acque reimmesse, le modalita’ di reimmissione e le misure di messa in sicurezza della porzione di acquifero interessato dal sistema di estrazione e reimmissione. Le acque emunte possono essere reimmesse, anche mediante reiterati cicli di emungimento e reimmissione, nel medesimo acquifero ai soli fini della bonifica dello stesso, previo trattamento in un impianto idoneo che ne riduca in modo effettivo la contaminazione, e non devono contenere altre acque di scarico ne’ altre sostanze. 
6. In ogni caso le attivita’ di cui ai commi 2, 3, 4 e 5 devono garantire un’effettiva riduzione dei carichi inquinanti immessi nell’ambiente; a tal fine i valori limite di emissione degli scarichi degli impianti di trattamento delle acque di falda contaminate emunte sono determinati in massa.». 

L'articolo del Fatto (ecco il link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/07/inquinamento-col-decreto-del-fare-bonifica-dei-siti-se-economicamente-sostenibile/648062/), che riporta il pensiero del WWF abruzzese, asserisce che nel decreto (ecco il link al testo completo:
http://www.lagazzettadeglientilocali.it/pf/articolo/21043/Decreto-del-fare-pubblicato-in-GU-IL-TESTO), sarebbe scritto che viene meno l'obbligo del "chi inquina paga", sancito dalla norma europea e ripreso da quella italiana tramite il D.Lgs 152/06  in realtà non è esattamente così, caso mai si sancisce il principio che chi inquina non deve fallire. Non stiamo a sindacare se  l'inquinamento sia stato doloso, colposo o altro, in quanto ciò rimane materia dell'eventuale indagine della magistratura, limitiamoci all'analisi del fatto, che al momento del riscontro di un fenomeno d'inquinamento di acque di falda causato da terreni contaminati si deve decidere come operare ai fini della bonifica, le tecniche sono  di varia natura e certo, si cerca sempre di rimuovere la fonte dell'inquinamento se fattibile, e le tecniche di rimozione sono varie, a seconda di estensione della contaminazione, tipologia d'inquinante e condizioni geologiche e idrogeologiche. Ci possono essere tecniche in situ, ovvero tratto il materiale sul posto o ex situ ossia lo porto via e lo tratto in impianto dedicato, chiaro che le tecniche in situ  (una di queste è appunto quella di emungere le acque di falda, rimuoverne i contaminanti e reimmeterle in falda in continuo, sottraendo via via contaminanti dai terreni) sono il più delle volte preferibili, in primis perché evitano la movimentazione di materiale inquinato e poi perché costano mediamente meno. Certo, sono sicuramente di decorso più lungo rispetto alle seconde. In caso di quantitativi superiori a determinati volumi, difficilmente la completa rimozione di terreni inquinati  è economicamente sostenibile da parte del privato che ha causato l'inquinamento, questo perché l'operazione può avere costi esorbitanti, in funzione dei volumi di scavo e del tipo di contaminazione e sopratutto per l'assenza di un'adeguata impiantistica a distanze ragionevoli dal sito contaminato, per la gestione dei terreni. Questo è tipico (l'assenza di impiantistica per tali tipologie di rifiuti) in Italia, spesso per l'opposizione proprio di signori come quelli che si levano indignati contro al decreto. Vorrei vederli, se gli si dicesse di costruire un impianto con tutti i crismi per il trattamento di terreni inquinati da sostanze pericolose... Griderebbero contro, allo scempio della salute e della natura, preferendo che quei terreni facessero (come, purtroppo capita, in molti casi in questo paese),  kilometri su kilometri, magari verso l'estero, a costi esorbitanti per la collettività. Si perché se non si permette l'accesso a tecniche di bonifica, meno invasive e magari più lunghe, ma meno care, il risultato è che il privato inquinatore, dichiara fallimento e poi ti voglio a far la bonifica, alla fine tocca pagare allo Stato, cioè a tutti, dopo tempi lunghissimi, nel mentre il sito inquinato è rimasto lì beatamente sozzo. Il decreto, sostanzialmente, in questo articolo introduce un principio di buon senso e cautelativo per la collettività, poiché in realtà permette agli enti di controllo maggior pragmatismo nella valutazione di piani di bonifica e toglie alibi ai soggetti responsabili dell'inquinamento, che così si possono sottrarre con meno facilità ai propri obblighi.