venerdì 25 maggio 2018

CAVA e METTI

Finalmente il Veneto ha il suo PRAC (Piano Regionale Attività di Cava), o almeno si spera. Dopo un percorso lunghissimo iniziato nel 1982, con diversi tentativi da parte del Consiglio Regionale di approvare un piano, andando di deroga in deroga, finalmente la Regione si dota di questo importante strumento di pianificazione, lo fa perché costretta da un ricorso al TAR da parte dei Cavatori che non potendo proseguire, o meglio non potendo pianificare più con ragionevole certezza le proprie attività, hanno messo la Regione spalle al muro, costringendola a dotarsi di questo strumento. Mi ero interessato dell'argomento già nel 2014, in altre vesti e in altre sedi, si era nella prima giunta Zaia, il dibattito era caldo e sembrava si fosse alla volta buona. Invece sono passati altri 4 anni. Ritenevo e ritengo, fosse necessario un PRAC che, di fatto, si configurasse come un "decomissioning" o una riconversione dell'attività di cava nel territorio Veneto, perché un'attività così impattante non era più ancora sostenibile. La mancanza di strumenti di pianificazione definiti ha, infatti, fatto sì che, in vari casi, questo tipo di industria  abbia avuto pesanti ricadute sul paesaggio regionale (vedi le cave sui colli per esempio) e abbia generato elementi di dissesto idrogeologico del territorio (si pensi al caso delle cave sottofalda). Per questo era necessario una PRAC che andasse a avviare un percorso indirizzato a favorire le sistemazioni delle Cave esistenti, la sostituzione dell'uso di materiale vergine con riciclato di materiali da costruzione e demolizione e lasciasse l'attività delimitata  all'estrazione di quei materiali legati alle attività connesse con il restauro di beni artistici. 
In realtà ciò non è avvenuto. Leggendo il testo coordinato dei PDL 80 e 153 che costituiscono il piano si stima in 80mln di metri cubi il fabbisogno di materiale di cava nel prossimo decennio, di cui 12 mln derivano dalle "riserve" (cioé quanto già autorizzato nel regime "ipertransitorio" precedente) e circa 8 mln sono coperti con materiale da riciclo (il 10% può essere considerato un dato che indica un progressivo passaggio dal materiale vergine al recupero? Tenendo conto delle potenzialità di recupero regionali di rifiuti da costruzione&demolizione, direi proprio di no), percui sono sostanzialmente 60mln quelli che saranno autorizzati all'estrazione nel prossimo decennio. Che nella mente del Consiglio Regionale non vi sia una strategia di medio-lungo periodo, che pensi a un ruolo più ridotto per l'industria di cava lo testimonia anche l'assenza dell'introduzione di vincoli di fasce di rispetto verso elementi di pregio o sensibili es. discariche, che non si affronti il tema PFAS, viene per esempio ampliata la possibilità estrattiva di sabbie nelle zone dei comuni di Trissino e Arzignano, fortemente colpiti dalla contaminazione di PFAS e i primi a porsi il tema, chiedendosi se fosse saggio poter asportare terreni dal loro territorio sono state proprio le rispettive amministrazioni comunali. L'attività di controllo poi, è lasciata in maggior misura proprio ai comuni, con l'ausilio di ARPAV. Ma ben pochi sono i comuni che possono avere strutture e risorse adeguate ad assolvere veramente a tale incombenza. 
Insomma si è adottato un PRAC che legittima l'esistente, tranquillizza in parte gli operatori del settore, ma non pone le basi per affrontare le esigenze future del territorio e risolvere le criticità esistenti. Mi sarebbe paciuto leggere sul tema qualche parola chiara dall'Ordine Regionale dei Geologi (similmente a come mi sarebbe piaciuta leggerla su molte altre questioni), ma non ho avuto tale opportunità. O forse ero semplicemente distratto.

lunedì 16 aprile 2018

Geologi e Protezione Civile. Un impegno inevitabile

Il Sistema di Protezione Civile, pur con tutti gli acciacchi che una gestione non felicissima negli ultimi anni ha provocato, è sicuramente una di quelle cose di cui l'Italia può andar fiera. Un corpo di volontari, di ogni ordine e grado, in cui numerosi professionisti danno a titolo gratuito il proprio contributo, pronto ad agire in occasione di piccoli e grandi problemi. Dalla regolazione del traffico durante qualche calca, al soccorso di dispersi, all'assistenza in caso di sisma, alluvione, alla diffusione di una cultura della Sicurezza, della Consapevolezza del proprio Territorio e delle sue dinamiche e della Tutela dell'Ambiente. In questo sistema penso che l'impegno dei Geologi sia imprescindibile, per vari ordini di ragioni. Il primo, io credo che un Geologo, a prescindere dalla sua specializzazione professionale, debba avere contezza del  contesto territoriale in cui vive, delle sue dinamiche, delle sue criticità. E per questo debba anche essere cittadino attivo nel segnalare eventuali problematiche e allertare in caso di indirizzi forieri d'aggravio dei rischi ambientali da parte di chi il territorio lo gestisce. Insomma essere una sorta di coscienza critica della Società rispetto a come questa interagisce con l'Ambiente. Per questo un Geologo non può essere un imbelle, un indifferente, un astenuto. Deve partecipare, essere punto di riferimento pacato e razionale, combattendo ciarlatanerie e paure irrazionali, con la forza del proprio bagaglio culturale, e con la credibilità dei propri studi (per questo i colleghi fanfaroni vanno additati e marchiati). Questo impegno può essere diretto - andando a partecipare a momenti di competizione democratica, oppure attraverso forme associative e di volontariato. La Protezione Civile che più di ogni altra si occupa di quotidiana prevenzione dei georischi è il luogo ideale per un Geologo per mettere al servizio le proprie competenze, vivere il proprio territorio, costruire un clima di fiducia attorno alla propria figura (intesa come categoria non come singolo individuo). Se vogliamo che in questo paese dove i georischi sono tanti, ma la consapevolezza e i Geologi troppo pochi, dobbiamo impegnarci, affinché l'utilità della Geologia sia ben chiara al corpo sociale. Insomma, se vogliamo rivoluzionare il modo di percepire e interagire tra la geosfera e l'antroposfera dobbiamo essere strumenti visibili e tangibili di tale rivoluzione.

domenica 8 aprile 2018

Dinosauri e Fuffa

Il mitico Theropoda Blog, commissario alla Paleontologia quando il proletariato geologico prenderà il potere, giustamente si è stizzito quanto ha letto questo articolo "The demise of dinosaurs and  learned taste aversions: The biotic revenge hypotesis" . Lo segnaliamo come ottimo esempio di pessima pubblicazione scientifica. E perché immaginiamo che se finisse in mano a qualcuno dei giornali principali, visto che i Dinosauri sono argomento che interessa molto, ci sarebbe un bel titolone del tipo "I dinosauri estinti perché mangiavano piante velenose".  E il solito pessimo approfondimento - pratica che favorisce la diffusione di stereotipi sui dinosauri e sulla Paleontologia in genere. Gli autori non sono Paleontologi, ma forse vorrebbero esserlo, e si lanciano in questa ardita rivisitazione delle teorie sull'estinzione dei dinosauri, forse per fare i fighi con le loro ragazze. E' vero, infatti, che se dici che fai il Paleontologo, per la gente diventi immeditamente un cacciatore di dinosauri, che sono ovviamente fighissimi e quindi lo diventi anche tu. Poi se magari sei uno che studia i Briozoi te lo tieni per te, con vergogna. Ma torniamo all'articolo, l'ipotesi presentata è che i dinosauri si siano estinti poiché si sarebbro ingozzati di piante velenose, perché incapaci di sviluppare la capacità di associare un effetto negativo a un sapore e, quindi, a un cibo. Cosa che sanno fare benissmo i ratti per esempio. Su cosa si basa questa asserzione? Onestamente non l'ho capito, a parte forse un ardito parallelismo con dei caimani sottoposti a un esperimento per capire se erano in grado di sviluppare una memoria dei cattivi sapori e da cui sembrerebbe di no. I Caimani sono stati scelti poiché i vari "coccodrilli" discendono da antenati comuni con i dinosauri (oltre 250milioni di anni fa!!) e, quindi, sarebbero ritenuti assai affini - un po' come se per capire cosa piaceva mangiare a Leonardo da Vinci, lo chiedeste al bisnipote del suo vicino di casa. Nell'articolo ci sono un sacco di contraddizioni e di vere castronerie, tipo: i dinosauri sarebbero arrivati stremati all'impatto col meteorite, da questa loro dieta a base di angiospereme tossiche - di cui non si conosce l'effettiva presenza, è un'illazione che andrebbe verificata analizzando, udite udite, il contenuto degli insetti inglobati dell'ambra, Jurassic Park arriviamo - ricevendo il colpo di grazia (nel corso dell'articolo gli autori prendono coraggio e metteno un po' in dubbio sta storia del meteorite, ritenendo più solida la loro ipotesi). Si prosegue poi ritenendo che questo problema fosse sopratutto dei grandi sauropodi, evidentemente troppo tonti per associare un sapore alla tossicità - eventuale - di certe piante, mentre gli erbivori più piccoli sarebbero stati più svegli e questa caratteristica sarebbe stata ereditata anche dagli uccelli, che, infatti, sono ancora qui. Peccato che gli uccelli, evolvano nel Giurassico da dinosauri CARNIVORI e non da piccoli erbivori. Inoltre, gli uccelli SONO dinosauri, per cui questi ultimi non si sono affatto estinti - ma sorvoliamo anche su questo, perché se il problema sono i tonti sauropodi, va detto che la loro età dell'oro é stata il Giurassico, nel Cretaceo sono molti meno, i principali gruppi di erbivori sono gli Hadrosauri e i Ceratopsidi, che anche secondo gli autori  erano in  grado di evitare il problema piante tossiche per via del loro efficente apparato masticatorio (??), e quindi ste piante tossiche? Boh non si capisce. Concludendo, questo articolo di Paleontologia, scritto da NON Paleontologi, NON si basa su nessuna evidenza fossile, di fatto NON si regge nemmeno su elementi che potrebbero ricavare da fenomeni ambientali comparati, e si contraddice spesso e volentieri. Insomma NON è Paleontologia. 
Perché ne abbiamo parlato dunque? Perché ci è sembrato un buon modo per mettere in guardia dalla troppa fuffa che gira anche per le Scienze della Terra. Per dare alcuni elementi per distinguerla. Se la conosci la eviti e sopratutto non ti abbindola.

giovedì 8 marzo 2018

Abbiamo finito i metalli?

La questione della disponibilità di metalli per l'umanità è tutt'altro che secondaria. La nostra tecnologia si basa su elementi metallici. Il fabbisogno dei metalli è tutt'altro che in calo e mano a mano che i paesi in via di sviluppo raggiungono tenori di vita via  più prossimi agli standard occidentali, tali fabbisogni sono destinati a crescere ulteriormente e notevolmente (è lo stesso per i fabbisogni alimentari), il riciclo dei metalli, che per altro non è ovviamente ugualmente sviluppato e efficiente nelle varie aree, non copre tutta la domanda. Per cui l'industria mineraria è un asset fondamentale per la nostra società. Tra l'altro il suo progresso tecnologico consente di aumentare la nostra disponibilità di questi beni. Infatti, le riserve globali di metalli, ossia quella parte di queste Risorse effettivamente estraibili in modo economicamente sostenibile, aumentano (quindi, chi dice che tali disponibilità sono in calo, in realtà non la racconta giusta). Oggi l'uso del satellite, di droni e ovviamente di tutto l'armamentario del buon trivelllatore, consente di individuare nuovi potenziali giacimenti e la profondità di estrazione sta decisamente aumentando, rendendo accessibili nuovi punti di estrazione. L'industria mineraria è però, ovviamente impattante ambientalmente, si pensi che nel decennio 2005-15 almeno il 10% della deforestazione dell'Amazzonia è stato dovuto all'attività estrattiva, e diversi eventi di pesanti inquinamenti di acque superficiali si sono dovuti a sversamenti dai centri di lavorazione mineraria. Vi è poi, il tema delle condizioni di lavoro che vi sono in diversi centri minerari, sopratutto quelli ubicati in Africa (ne abbiamo già parlato) o in Asia, dove non vi è nessun riguardo per la sicurezza e la salute dei lavoratori, che sono malpagati e in condizioni di semischiavitù e dove imperversa lo sfruttamento minorile. Anche di questo ne abbiamo parlato, ragionando sul Cobalto. Da questo punto di vista bisgnerebbe imporre a livello globale una sorta di marchio di "qualità" che certifichi che determinati beni minerari provengono da giacimenti gestiti con canoni di sicurezza, rispetto dei lavoratori e dell'ambiente. Segnaliamo in tal senso la rivista GEOCHEMICAL PERSPECTIVES, che ha dedicato un numero monografico allo stato dell'arte dell'attività estrattiva livello globale in  cui non solo si fa un riepilogo delle principali tipologie di giacimenti esistenti, ma si fornisce un aggiornamento sulle nuove tecniche di prospezione mineraria, di modalità di estrazione e lavorazione dei minerali e si fa il punto sulle riserve disponibili non che sulla situzione di mercato e sulle modalità organizzative dell'attvità mineraria, anche da un punto di vista gestionale e economico. Inoltre, cosa che ci è piaciuta assai, vengono poste anche le tamatiche socio politiche connesse al settore. La rivista è, quindi, interessante perché affronta in maniera ampia e interdisciplinare una tematica indubbiamente Geologica, riportando in auge (ma all'estero lo è, è qui che ci siamo persi), la cosidetta Geologia Economica, che correla le tematiche Geologiche a quelle sociali, ricordandoci che là fuori, una Geologia più grande esiste e che i Geologi non sono tecnici di mero supporto, ma Tecnici protagonisti del progresso ambientale e socio economico.


http://www.geochemicalperspectives.org GEOCHEMICAL PERSPECTIVES
http://www.nridigital.com MINE MAGAZINE

martedì 16 gennaio 2018

foraminiferi e metalli pesanti

I foraminiferi sono uno straordinario gruppo di eucarioti. Per più di uno studioso rappresentano l'apice dell'evoluzione delle forme unicellulari. Quando mi dedicavo, in anni universitari, agli studi di micropaleontologia, ricordo bene la domanda frequente di colleghi di altri indirizzi geologici (petrografi maledetti, idrogeologi spocchiosi etc) non che di qualche esterno cui spiegavo la mia Tesi di laurea: "ma a che cosa servono ste bestioline morte?" Vagli tu a spiegare con pazienza, resistendo all'impulso di spaccargli il microscopio in testa, che hanno una importante valenza nel record geologico, sono utilizzati in biostratigrafia, ricostruzioni paleoambientali, paleoecologiche, paleoclimatiche e ricostruzioni stratigrafiche. sia le forme bentoniche e che planctoniche producono gusci dalle forme disparate e di straordinaria bellezza. Con i nummulites, raggiungono dimensioni davvero impressionanti, ci sono forme con gusci di dimensioni centimetriche, tanto da costituire vere e proprie "barriere coralline" nell'Eocene (si veda scala del tempo geologico a lato nella pagina). Sono fondamentali nella ricerca petrolifera, poiché consentono di individuare le aree più promettenti per fare prospezione, memorabile resta il tomo "Foraminiferi Padani" redatto da ENI. Era tempo perso. Ma il tempo, i geologi ben lo sanno, è galantuomo.
Ormai, infatti, si è consolidata anche un'altra applicazione del loro studio. Si sono rivelati utilissimi bio-indicatori per la presenza di particolari inquinanti negli ecosistemi acquatici, in particolare le forme bentoniche. In vari studi su faune viventi si è osservato come  in presenza di determinate tipologie di contaminazione, forse per protezione, sviluppino inspessimenti o sovrastrutture nel guscio.
Un recente studio di Frontalini et alii (1), pubblicato su Marine Micropaleontology, conferma ulteriori aspetti, legati agli effetti di un eccesso nella presenza di metalli pesanti -  in particolare, correlati a contaminazioni di Zinco, Mercurio e Piombo su faune bentoniche - quali danneggiamenti a livello cellulare, con forme di degrado a livello di citoplasma e di organelli vari, oltre che appunto irregolarità nel guscio. Si sono simulate diverse situazioni di esposizione, testando due generi di foraminiferi: l'Ammonia parkinsoniana, già oggetto di diversi studi come bioindicatore, per esempio degli effetti del Pb - Frontalini et alii (2), e Pseudotriloculina rotunda, rilevando come a vari livelli di contaminazione corrispondano varie forme di danneggiamento cellualre, fino al caso massimo di morte della cellula.
Ciò permette di poter utilizzare i foraminiferi bentonici come indici biologici, sia per rilevare la presenza di contaminazioni da metalli pesanti, sia per stabilire quanto queste siano prolungate e valutare quale sia il grado di degrado dell'ecosistema, sia  come indice per verficare l'efficacia degli interventi di biorisanamento. Su questi c'è da dire che vi è una corposa letteratura ormai, e un importante ruolo di ricercatori italiani.
Inoltre, avvalendosi del principio dell'attualismo di Hutton, imparando a correlare le aberrazioni dei gusci ai fenomeni di contaminazione, analizzando il record fossile si può arrivare a riconoscere fenomeni di "inquinamento" del passato, che in questo caso non avranno origine antropica, ma diversa. E questo può servire per prevedere gli effetti che un evento di contaminazione può avere su un ecosistema attuale.
Ecco un caso evidente di applicazione pratica della micropaleontologia. Alla faccia di chi me lo chiedeva.

riferimento
(1) Benthic foraminiferal ultrastructural alteration induced by heavy metals,  Frontalini F., Nardelli M.P., Curzi D., Martín González A., Sabbatini A., Negri A., Losada M.T., Gobbi P., Coccioni R., Bernhard J.M, Marine Micropaleontology, Volume 138, January 2018, Pages 83-89
(2)  Effects of lead pollution on Ammonia parkinsoniana (foraminifera): ultrastructural and microanalytical approaches,  F. Frontalini, D. Curzi, F.M. Giordano, J.M. Bernhard, E. Falcieri, R. Coccioni, European Journal of Histochemistry 2015; volume 59:2460

lunedì 15 gennaio 2018

Ciao Venezia

Una vecchia canzone Veneziana, titolava Ciao Venezia ciao ciao, raccontando l'estasi di un visitatore che lasciava Venezia, non trovando le parole per raccontare l'estasi che la città gli provocava. Indubbiamente Venezia e la sua Laguna sono un mix incredibilmente unico, meraviglioso, fragile se pensiamo alla caducità delle lagune, contraddittorio se pensiamo alla presenza di un'area industriale dirimpetto alla Laguna, al traffico delle grandi navi. Una realtà straordinaria per cui è ovvio che ci si affanni per proteggerla dagli effetti del cambiamento climatico, dal tempo, dalla subisdenza, dall'eustatismo, dalla pressione antropica, affanno non sempre adeguatamente ponderato, talora controproducente, vedi alla voce MOSE.
Per preservare la Laguna, o meglio per accompagnarla in modo il meno traumatico possible, consentendo l'adattamento dei sui ecosistemi, nella sua evoluzione, che tende inevitabilmente a una sua pelagizzazione (maggior caratterizzazione marina), per via dell'aumento del livello del medio mare e riduzione dell'apporto sedimentario per gli interventi avvenuti sui corsì d'acqua scolanti in Laguna, durante le varie epoche storiche, è necessario avere un quadro di conoscenze di dettaglio preciso e aggiornato, in grado di alimentare la costruzione di modelli che consentano di valutare gli scenari evolutivi, nel breve, medio e lungo periodo (in riferimento a tempi storici, non geologici ovviamente - parlassimo di tempi geologici, dovremmo dare per assodata la scomparsa di questo connubio straordinario).
Era il 2006, quano si tenne un convengo della SIGEA sulla Geologia Urbana di Venezia. Finalmente si inziava a parlare delle città come "ambienti geologici", caratterizzati da interazioni con le varie matrici ambientali, da fenomeni e da processi peculiari. Da allora molti convegni sono stati fatti sul tema e su molte altre città, la Geologia Urbana non è ancora un ramo delle Scienze Geologiche compiutamente sviluppato, ma se non altro, ormai è un fatto che l'attività del Geologo non si limita al rilevamento geologico in alta montagna. Tornando al 2006, in quella sede, l'allora Sindaco Cacciari, portando i suoi saluti, esordiva ricordando come fosse importante che la comunità tecnico scientifica si riunisse per presentare lo stato dell'arte delle conoscenze su Venezia e le sue problematiche e di come fosse necessario che tali conoscenze fossero il più possibile chiare e affidabili, perché su quelle si sarebbero basate le strategie di difesa della città negli anni a venire. All'epoca si doveva ancora decidere che fare del MOSE per esempio, Cacciari strigliava l'auditorio stigmatizzando come da quella medesima comunità gli arrivassero previsioni sui mutamenti eustatici prossimi che divergevano anche di 40-60cm. In effetti un'enormità. In quell'occasione fu presentato un sunto sulle conoscenze circa la subsidenza dell'area Veneziana (1) in cui si evidenziava un trend di abbassamento al 2002 nel lungo periodo di 0,5mm/anno (anche se in alcune parti della laguna si arrivava a 4mm/anno!), cui si assomava un dato di 1,2mm di aumento eustatico. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata, è proprio il caso di dirlo, il MOSE è ormai in dirittura d'arrivo, accompagnato, da dubbi e scandali, il cambiamento globale è nelle agende dei governi, il tema del monitoraggio della Laguna di Venezia e dell'impiego di tecnologie innovative allo scopo, é quanto mai presente, come si evince da molti lavori, ne citiamo uno per tutti, quello di Madricardo et al, del 2016, dove si fornisce una nuova mappatura dei canali lagunari, ottenuta con tecnica multiraggio ad alta risoluzione, pubblicato su Nature, Tutto ciò per confermare che solo un puntuale e costante monitoraggio delle dinamiche lagunari può consentirne di prevederne gli scenari evolutivi e di valutare gli impatti di opere che su di essa dovessero insistere.
ISPRA ha di recende presentato aggiornamento dei dati al 2016 relativi a eustatismo e subsidenza della Laguna di Venezia, e come volevasi dimostrare, il panorama è ben diverso dallo scenario del 2006. Si rileva un trend di subsidenza in netta ripresa, almeno 1,5mm/anno e un trend eustatico  di 1,9mm/anno, si badi poi che ciò comporta dei fenomeni che tendono ad accelerare ulteriomente il la subsidenza, si pensi al solo innalzamento marino, che comporta un approfondimento della penetrazione del cosidetto cuneo salino (ingresso di acque salmastre nel sottossuolo verso terra) con conseguente collasso dei letti argillosi per decarbonatazione. E' chiaro che tale nuovo scenario impone un riflessione, sopratutto degli organi decisori. Riflessione che deve essere approfondita  nel contempo rapida. Si deve valutare se le soluzioni messe in campo sono efficaci anche in un quadro in evoluzione e se si è stati "adeguatamente pessimisti" nella loro progettazione o se si deve intervenire di nuovo. La comunità tecnico-scientifica deve dare a chi decidi informazioni e proposte chiare. Chi decide, però, deve saper decidere, prima che il problema, è proprio il caso di dirlo, ci sommerga

bibliografia
(1) la subsidenza nel veneziano (sintesi dei dati), Carbognin, Rizzetto, Teatini, Tosi, Strozzi - Geologia Urbana di Venezia SIGEA, 2006
High resolution multibeam and hydrodynamic datasets of tidal channels and inlets of the Venice Lagoon, Madricardo et alii, Nature, 2016.
ISPRA Innalzamento del livello medio del mare a Venezia: eustatismo e subsidenza, Quaderni ricerca marina, 2017

venerdì 5 gennaio 2018

CUL de SAC(CHETT)

E' proprio il caso di dirlo che sul tema dei nuovi sacchetti biodegradabili per l'ortofrutta, il paese, per lo meno quello virtuale presente sui social, ha davvero superato se stesso. La questione sembra per taluni essere diventata la linea del Piave per la difesa dei diritti del popolo, contro uno Stato tiranno. Speriamo che quando proclameremo l'insurrezione generale per l'instaurazione della dittatura del proletariato, ci sia altrettanta grinta e passione (!)
Al di là del fumo di questa ennesima dimostrazione parossistica della emotività diffusa in ampi strati della popolazione italiana, per lo meno di quella in rete, per il cui approfondimento potete andare ai link segnalati, dove lasciando in disparte faziosità politiche, bufale e scazzi potete farvi un'idea della norma, che deriva da direttive Ue e che comunque era nell'aria da tempo e da cui non potevamo sottrarci ancora e che è un po' più complessa dei 2-3 cent del sacchetto, tale polemica ha permesso di riportare in qualche modo un tema fondamentale sotto i riflettori. Il tema dell'inquinamento da plastica. La plastica è spesso un rifiuto sottovalutato, ce ne preoccupiamo se brucia, ma non se finisce in mare o sottoterra, poiché si ritiene, a torto, che sia praticamente inerte.
Non è così, interagisce, e molto, con matrici ambientali e catene trofiche. Il problema è complesso e serio, sottovalutato dall'opinione pubblica, ma che da anni sta sfidando comunità scientifica e istituzioni.
Ne parlammo qualche tempo fa anche qui, raccontando la storia di una StartUp, non è l'unica, che sta cercando di affrontare il problema, ma sopratutto delle evidenze che la questione microplastiche sono diventate un problema globale, tanto da entrare nel ciclo delle rocce, producendo vere e proprie rocce sedimentarie, chiamate "plastigomerato", indice evidente della diffusione di tali materiali.
Ecco perché, converebbe, che tutti avessero chiaro che la partita che si gioca, vale ben più di 2cent a sacchetto.

http://www.scienze-naturali.it/
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http://stream24.ilsole24ore.com
http://www.glistatigenerali.com/