sabato 22 febbraio 2014

Ambiente, oh Renzi, ma non si doveva cambiare verso?

Mi spiace, ma stavolta, mi unisco al coro del mondo ambientalista, che dalla rete, non nasconde la propria delusione per il nuovo nome al dicastero dell'ambiente. Gian Luca Galletti, UDC, nessuna competenza e soprattutto nessuna attività di rilievo nemmeno politica in campo ambientale. Sembra proprio che il ministero dell'Ambiente sia stato usato come casella, da manuale cencelli, per assegnazioni di posti cruciali agli equilibri del governo, ma forse non del paese. O si capisce una buona volta che il ministero dell'Ambiente, NON è un ministero di seconda fascia, cosa che invece traspare spesso nelle parole e nei comportamenti, visto che il ministro precedente (Orlando, Pd, di cui non credo rimpiangeremo e forse nemmeno ricorderemo, il periodo da ministro dell'Ambiente), si ritiene "promosso" per il suo passaggio alla giustizia), o questo paese resterà sempre indietro. Dalle altre parti all'Ambiente mettono ministri giovani, capaci, intraprendenti, poiché è chiaro che innovazione, sviluppo, rilancio economico, qualità della vita, passano per questo dicastero, le norme che ci diamo in campo ambientale condizionano lo sviluppo industriale, in positivo, ma anche in negativo, condizionano linee di ricerca, condizionano il territorio e la sua gestione, condizionano molto il futuro di tutto. Il ministero dove c'è più futuro è questo, come Renzi abbia potuto scordarlo è davvero per me incomprensibile. Spero che questo Galletti stupisca, ma credo che sarà nella migliore delle ipotesi (non gliene faccio una colpa, caso mai la faccio a chi ce l'ha messo, usando quei vecchi schemi che avrebbe dovuto superare) un mero ministro di passaggio.
 Se su quella poltrona non si siede qualcuno che sappia unire sensibilità ambientale, pragmatismo e conoscenza dei temi e capacità di confronto questo paese non ripartirà mai davvero nell'industria e nello sviluppo, e nel riordino del territorio. Non ci si può improvvisare. Ormai da anni, invece, li si siedono imbelli, ipocriti, burocrati, taluni incapaci, inetti o grigie figure, di alcune non facciamo nemmeno il nome tanto ce ne fa rabbrividire il ricordo,  onestamente tolti Edo Ronchi e da ultimo Corrado Clini, di ministri dell'Ambiente veri non ne abbiamo avuti altri. Temiamo nemmeno stavolta.

Le ultime follie del consorzio... lo strano caso dell'appendino.

Un celebre film è intitolato "L'ultima Follia di Mel Brooks" dell'omonimo regista, talmente demenziale e strampalato, che l'unico titolo che gli si poteva dare era proprio quello di follia.  Potremmo darlo anche a una delle ultime circolari del CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi, oppure intitolarla "lo strano caso dell'appendino". Facciamo un piccolo passo indietro. In Italia le raccolte differenziate dei materiali, plastici, metallici o di vetro, sono promossi dai consorzi di filiera, che fanno capo al CONAI, istituiti con il DLgs 22 del 97 (al secolo il decreto Ronchi, dal Ministro per l'Ambiente di allora, Edo Ronchi), e riguardano il materiale da imballaggio. Questo perché i produttori d'imballaggi, pagano un contributo (Contributo Ammesso al Consumo - CAC), che serve poi a finanziare la raccolta e l'avvio al recupero degli stessi una volta cessato il loro uso. Il contributo viene girato dai consorzi ai Comuni o ai soggetti da questi delegati (per esempio le aziende incaricate della gestione del ciclo rifiuti), al momento in cui questi consegnano il materiale raccolto alle varie piattaforme consortili, in funzione della qualità del materiale, ossia meno frazione impropria c'è più te lo pago. Per frazione impropria intendo tutto ciò che non riguarda quel tipo di raccolta e tutto ciò che non è imballaggio. Per esempio se al centro di ritiro del consorzio della plastica (COREPLA) porto delle bottiglie in PET raccolte dagli ecocentri e in mezzo ci sono dei giocattoli in plastica, questi sono considerati scarto e causeranno un deprezzamento del mio materiale. Anche se fossero fatti della stessa plastica delle bottiglie. Perché? Perché il produttore dei giocattoli non ha pagato il CAC e quindi il consorzio non si piglia la briga di raccoglierli. Un sistema non virtuosissimo, al di là delle edulcorate campagne pubblicitarie. Fortunatamente, spesso sono i gestori del sistema di raccolta che si occupano tramite il vituperato libero mercato di avviare a valorizzazione e recupero anche i flussi extra Conai (è il caso di ciò che avviene, per esempio nell'ambito delle raccolte gestite nel sistema veneziano...), anche se ciò implica uno sforzo in più degli impianti di selezione, che però ha ricadute positive sia ambientali che economiche. Ora tornando agli appendini, sino a fine 2013 quelli in plastica (quelli di legno e filo di ferro già erano accettati dai consorzi del legno e dell'acciaio) erano considerati frazione impropria (come per esempio fino al 2012 i piatti in plastica  usa e getta) dal COREPLA e quindi dal CONAI, per cui venivano regolarmente computati nella frazione estranea. Dal 1 gennaio il CONAI scrive che sono ammesse alle categorie imballaggi (e quindi computate come buone) quelle vendute assieme all'indumento, mentre non lo sono quelle vendute singolarmente, tipo quelle che uno si compra al supermercato. "Scusi consorzio, ma io operatore, come distinguo le due tipologie, quando me le trovo nel mucchio della raccolta differenziata?" "Semplice le grucce vendute con appeso un abito sono imballaggi, le altre no". Scusi Consorzio, ma come faccio, chiedo al cittadino di buttarle con l'abito? Ma no, se in sede di analisi sulle grucce si riscontra il marchio di un produttore di grucce che notoriamente le vende sfuse sono frazione estranea se no no" Scusi Consorzio, mi dice almeno 5 marche di produttori che notoriamente vendono le grucce come prodotto finito sfuso?" Silenzio.   Il dialogo, ispirato a uno realmente avuto, è un po' romanzato, ma non troppo. L'impressione è che la mossa sia furba, da un lato piglio il CAC da chi fa attaccapanni, dall'altra li contesto e pago meno il materiale quando mi viene consegnato, vista la massima discrezionalità del consorzio in sede di analisi. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
In conclusione, cari cittadini, se da domani gli operatori del servizio di raccolta vi chiederanno di buttare gli appendini nelle raccolte uniti ad un autocertificazione in cui dichiarate che l'appendino lo avete preso con un vestito e con lo scontrino del negozio di vestiti, sapete il motivo e non prendetevela con chi gestisce la raccolta, ma con un paese di burocrati che fa regole senza pensa alla concretezza. O le fa con grande furbizia

lunedì 10 febbraio 2014

I Geologi non cantano...


Interessante intervista del prof. Ferrarotti, affronta un tema a me caro, quello della comunicazione e della spiegazione razionale della realtà, ovverosia la difficoltà a esplicare con raziocinio le questioni concrete a fronte di un pressapochismo sensazionalista e di un diffusa cultura dell'improvvisazione.
Siamo davvero in un deserto, abbiamo perso il sapere tradizionale, senza aver acquisito quello razionale.

giovedì 2 gennaio 2014

scoprendo Darwin

Sono in fase libresca,  e in piene letture evoluzioniste. Da anni mi attende un "tomone" che raccoglie gli scritti di Darwin e prima di morire mi ci dedicherò (anche se ho già letto, con grande fatica - l'ammetto - l'Origine delle Specie). Nel frattempo, mi sono cimentato, dopo le letture di Sepkosky -  vedi  post precedente - con Niles Eldredge, insigne paleontologo statunitense, incontrato tante volte sui libri in questi anni, propugnatore, con Gould, della "Teoria degli equilibri punteggiati" una rielaborazione, o meglio, un approfondimento, dell'evoluzione darwiniana.  Questa volta non ho fatto il sapientone e mi sono letto la traduzione italiana del suo testo "Darwin - alla scoperta dell'albero della vita", un'interessante biografia di Darwin fatta  a partire dalla lettura dei suoi taccuini di appunti, raccolti in decenni di studi e meditazioni dal viaggio alla Galapagos che gli cambiò la vita alla pubblicazione dell'Origine. Eldredge, grazie ai discendenti di Darwin e ai custodi dei suoi manoscritti, ripercorre di fatto il cammino del pensiero evolutivo e della "sua teoria" (come Darwin definiva l'evoluzione e in particolare il tema della selezione naturale) direttamente nelle parole dello stesso scienziato. Un percorso travagliato, se si pensa che Darwin parte con il "Beagle" con lo sfavore del padre, e all'epoca era un "creazionista", e muta il suo pensiero di fronte alle evidenze che gli si parano davanti e su cui s'interroga. Coglie la portata delle sue deduzioni e si scopre timoroso nel divulgarle, quasi lo ritenesse un reato, infatti, nei lunghi anni prima della pubblicazione dell'Origine, ne farà parola con pochi, pochissimi fidati e ne darà qualche prudente anticipo in alcuni scritti. Sarà il timore di vedersi soffiato il frutto del suo lavoro da Wallace, altro studioso, che era arrivato alle sue medesime conclusioni, a dargli una scossa. Ciò che sorprende è la capacità di Darwin di cogliere molti degli aspetti dell'evoluzione, senza possedere tutte le conoscenze necessarie (per esempio la Genetica che, ovviamente, si svilupperà molto dopo Darwin) e di essere "l'ultimo scienziato", come dice Eldredge, a possedere una sostanziale conoscenza di tutte le discipline connesse all'evoluzione, dalla biologia, alla geologia, passando per la paleontologia e l'anatomia comparata, poiché poi, queste discipline si separeranno sempre più e saranno campo specifico di ricercatori specializzati. E' vero, prese qualche cantonata, che influenzerà, comunque, il mondo scientifico a lungo,  frutto a volte di eccessi di prudenza, a volte delle informazioni disponibili al suo tempo, vedi il suo rapporto verso la paleontologia, ma colse in maniera assai puntuale la sostanza dell'evoluzione. Anticipò, nota l'autore, anche la sua teoria degli "equilibri punteggiati", che poi non approfondirà per non incappare nell'accusa di essere anche "saltazionista" - ossia di ritenere che le nuove specie appaiano di colpo - cosa che invece spiega Eledredge è invece spiegabile, ma ringrazia Darwin di averlo lasciato dire a lui.  
La forza dell'elaborazione di Darwin è ancora viva, come testimonia in qualche modo, l'accanimento con cui i detrattori della teoria - i nuovi creazionisti - ancora cerchino di spodestarlo. Un tema non secondario questo, poiché questi movimenti, che spesso si nascondono in pseudoscienze, sono lo specchio di come posizioni irrazionali e fondamentaliste siano presenti anche all'interno del "progredito Occidente" e troppo spesso influenzino anche le Istituzioni Civili. Infine, un po' mi ci sono ritrovato anche io, nel mio piccolo, nella storia di Darwin, la sua voglia di viaggiare, in contrasto con l'amore per la sua famiglia e la sua quotidianità, il suo desiderio di "farsi un nome" e "lasciare un segno" nella Scienza, l'esperienza dell'allontanamento dalla fede per il dolore della perdita di persone care, il suo progressivo agnosticismo.  Rispetto ad altri grandi della Scienza che avevano il fisique du rol (spero sia scritto giusto, sennò amen) del genio, Darwin pareva uno che non avrebbe avuto poi molto da dire. Invece ci raccontò qualcosa di grande, ci raccontò il meccanismo della Vita che evolve, ci raccontò qualcosa di cui ancor oggi parliamo e su cui ancor oggi c'interroghiamo.

mercoledì 27 novembre 2013

rileggere il record fossile

Faticoso. Indubbiamente istruttivo e arricchente e capace di aprire una bella finestra sull'evoluzione del pensiero teorico paleontologico moderno, ma faticoso. Un po' perché in inglese, un inglese molto ricco nel vocabolario, che mi ha obbligato a usare molto (troppo!) spesso il dizionario - finché non mi son stufato e ho inziato a usare le mie  rinomate capacità intuitive -  un po' per l'argomento, una cavalcata in settant'anni di dibattito nel mondo paleontologico americano e non solo, che ha prodotto la trasformazione della "vecchia Paleontologia" - scienza descrittiva e basta, nella "nuova" - con il sorgere della Paleobiologia - ossia in una disciplina fondamentale nella tavola alta delle Scienze Evoluzionistiche. Sto parlando di "Rereading the Fossil Record" di David Sepkosky - professore a Chicago di Storia della Scienza e figlio di Jack Sepkosky, paleontologo, tra i protagonisti della cosidettà "rivoluzione paleobiologica".
Si parte dal cosidetto "Dilemma di Darwin". Il padre dell'Evoluzionismo ha sempre avuto con i fossili un reapporto di odio e amore. Inconsciamente sapeva che i fossili potevano essere la più limpida dimostrazione della sua teoria: trovare nel record fossile intere linee filetiche, con tutti i passaggi intermedi, tra una specie e l'altra, sarebbe stata la cosa migliore per fronteggiare lo scetticismo e le ostilità che si manifestavano verso la sua teoria, dopo la pubblicazione dell' "Origine delle specie" - libro d'importanza capitale nella storia della Scienza, ma vero  mattonazzo da leggere - ma, ciò era più una rarità che la regola. La fossilizzazione, vista come processo più fortuito che altro, unita alle dinamiche geologiche, faceva ritenere a Darwin che il record fosse di "default" incompleto e contraddittorio e preferì servirsene assai poco, ritenendolo contropoducente. Questo portò la Paleontologia ad essere per lo più una Scienza descrittiva, ossia concentrata sulla descrizione dei fossili , senza spingersi molto oltre. Inizierà con George Gaylord Simpson, Newell et altri, negli anni '40 negli USA un dibattito che porterà ad intrecciare i destini della Paleontologia, con la Biologia e le Scienze Evolutive, con vere e proprie rivoluzioni, come l'utilizzo dei calcolatori negli studi paleontologici, l'introduzione di concetti biologici come quello di popolazione ed ecosistema, l'uso "pesante" della statistica e della matematica, per "descrivere" e predire i meccanismi e le velocità dei processi evolutivi, sino ad arrivare a mettere in discussione la teoria di Darwin - non nelle conclusioni, ma nelle modalità  - con la rivoluzionaria teoria degli "equilibri punteggiati" di Eldredge e Gould, in cui "l'incompletezza" del record fossile, non è motivata esclusivamente dalla peculiarità dei processi di fossilizzazione, ma sopratutto dal meccanismo stesso dell'Evoluzione, che procederebbe per repentine accelerazioni, con tanti saluti al gradualismo filetico.  I reperti che mancano nel recordo fossile non mancano perché la fossilizzazione è inprecisa, mancano perché non sono mai esistiti.
Insomma un testo ricco di spunti e di precise descrizioni sullo sviluppo del dibattito che ha coinvolto e coinvolge in modo appassionato il mondo accademico americano e i cui riflessi si sono avuti e si hanno all'interno dell'intera cultura scientifica occidentale. Vi sono poi spaccati di vita personale dei vari protagonisti, che testimoniano la loro passione e devozione alla causa di capire i meccanismi dell'Evoluzione, ovverosia della Vita. Storia fatta anche di casualità, furbizie, litigi e grandi intuizioni.
Nota personale, vedere come questa storia è fatta di giovani, valorizzati nel loro percorso universitario, fa un po' riflettere pensando alla situazione italiana. Lo fa ancor di più pensando alla situazione della Paleontologia Italiana e di come essa sia ancora (per ora) insegnata in questo paese.

mercoledì 20 novembre 2013

Se il consorzio non la racconta giusta

Mi sono imbatutto nello spot radio della nuova campagna CO.RE.VE. il consorzio nazionale per la raccolta degli imballaggi in vetro (tale consorzio, come altri del sistema CONAI - consorzio nazionale imballaggi sono è stato istituito con il D.M. 471/99, per avviare il sistema di recupero degli imballaggi immessi al consumo), la campagna si prefigge di liberare le raccolte di vetro cavo, ossia il vetro delle bottiglie e degli imballaggi in vetro in generale, dal problema della loro contaminazione con "altri" vetri, ossia il vetro piano (specchi, finestre), i vetri tecnici (schermi), i vetri medicali (flaconerie di farmaci) e il cristallo (manufatti, bicchieri, vasi, lampadari etc). Questo perché questi vetri, oltre ad essere strutturalmente diversi dal vetro cavo per imballaggi, lo sono anche chimicamente. Il vetro per le bottiglie è essenzialmente sodico-calcico, mentre per esempio quello dei flaconi medicali è borosilicato, ma sopratutto il cristallo e i vetri piani hanno diverso tenore di Piombo, rispetto al vetro per imballaggio. Ovviamente un tenore più alto. E questo è un problema, poiché gli standard europei sono molto chiari in tal senso, per tutelare la salute dei cittadini. Se nel materiale da raccolta differenziata, ci finisce troppo vetro con alto livello di Pb, si rischia  che alla fine il vetro riciclato, non rispetti per tale tale parametro - fondamentale - i crismi di accettabilità definiti per il vetro da bottiglia. Vanificando lo sforzo per la raccolta differenziata e del riciclo del vetro. Dunque merito al CO.RE.VE. che finalmente fa chiarezza su tale punto, spiegando quello che i tecnici del settore da tempo vanno dicendo? Beh, non del tutto, tale campagna ha come slogan "bottiglia e vasetto binomio perfetto, per tutto il resto cambia cassonetto", ossia subliminalmente si invita a buttare tutti gli altri vetri nell'indifferenziato, anzi a dire il vero, lo si dice anche esplicitamente: http://www.coreve.it/showPage.php?template=homepage_news&id=1
A tale link trovate l'elenco di ciò che non va confuso col vetro da imballaggio, ma se tutti i cittadini buttassero questi vetri nell'indifferenziato (il "poco" di molti, alla fine diventa "tanto"), si otterrebbero due effetti assai controproducenti:
  • il primo: questi "altri vetri" sono comunque riciclabili e avviabili a recupero o nel settore vetrario specifico o in ambito edile, come materiali tecnici, per cui che ne abbiate tanto o poco portateli all'ecocentro o, dove esiste il servizio, all'ecomobile, il gestore del servizio di raccolta, saprà poi portare tali materiali a impianti che ne permetteranno il riciclo;
  • il secondo: in quelle realtà VIRTUOSE, lo ridico VIRTUOSE, dove l'indifferenziato residuo dalle raccolte differenziate viene trattato in cicli impiantistici per la produzione di CSS (combustibile solido secondario), evitando così il nefasto ricorso alla discarica e riducendo il ricorso a fonti fossili per la produzione di energia elettrica, con ovvio risparmio di CO2, un incremento della presenza di materiale inerte, nel rifiuto da trattare, può avere impatti assai negativi sull'efficienza dei cicli di lavorazione, con incremento dei costi a carico della collettività e riduzione delle prestazioni ambientali. Per cui,  i vetri NON imballaggio, portateli all'econcentro, mannaggia al COREVE. FateVI un favore.  Un rammarico personale nel vedere Mario Tozzi, testimonial della campagna.
E veniamo al COREPLA, consorzio per il recupero degli imballaggi in plastica, ultimamente va molto con la campagna "la plastica, troppo preziosa per diventare un rifiuto" vero, infatti non lo diventa, ma in questo modo si fa passare un altro messaggio non del tutto CORRETTO. Ossia che TUTTO quanto è in plastica, dagli imballaggi, passando per i giocattoli ai manufatti vari, sia accettato nell'ambito delle raccolte differenziate gestite nell'ambito dell'Accordo ANCI-CONAI. Non è così, in sede di controllo (controlli che il COREPLA fa per stabilire la remunerazione delle raccolte, cioè quanto pagare il materiale ai Comuni o ai soggetti gestori della raccolta), considera come "buona" solo la plastica da imballaggio - con varie restrizioni - e scarto tutto il resto. Anche qui i gestori, attraverso cicli impiantistici, cercano di metterci una pezza, spesso accollandosi il costo. Perché non si è pensato all'aspetto negativo di tale messaggio, beh perché in questa maniera le % di Raccolta Differenziata, formalmente salgono (anche l'occhio vuole la sua parte), nel contempo il consorzio risparmia perché ti paga meno il materiale. A pensar male... diceva un noto politico...
E' pertanto fondamentale, che i COMUNI chiedano ai consorzi di rivedere le loro strategie comunicative (visto che le paga la collettività, almeno che ste campagne siano fatte bene), e che i Consorzi tornino ad essere dei facilitatori nell'avvio di sistemi di recupero materiali economicamente e ambientalmente produttivi e non vogliano invece recitare una parte diversa, tipo quella di cartelli oligopolistici per il controllo del mercato delle materie da riciclo.

lunedì 11 novembre 2013

memorie d'ecomondo 2013

Anche quest'anno, sebbene un po' "obtorto collo" sono stato ad ECOMONDO a Rimini, la fiera annuale della così detta green economy.  Da un punto di vista tecnologico non ho visto grandi innovazioni tra gli espositori, sono convinto che, per vedere qualcosa di nuovo del settore, uno debba recarsi ogni 2-3 anni, si apprezza meglio la spinta innovatrice dell'ambito. Ho, però, partecipato a un interessante incontro promosso da FEDERAMBIENTE, sul confronto tra varie realtà italiche operanti nel settore del riciclo. E alcune riflessioni mi sono sorte. Da italiani, quando parliamo di gestione rifiuti, tendiamo ad assimilarci più al terzo mondo che ai paesi europei. Visti sempre come cime nel settore. Cosa che in parte e vera, però, in tal maniera buttiamo alle ortiche buona parte degli sforzi fatti. Infatti, dobbiamo rilevare che:
- nel riciclo di talune filiere di materiale (carta, metalli, olii per esempio) siamo sempre trai primi tre riciclatori europei;
- buona parte della tecnologia del settore recupero materia, è di aziende italiane (magari ahimè la impiegano all'estero, più che in patria);
- quando computiamo il riciclato, nel resto del vecchio continente considerano anche inerti etc etc "drogando" di fatto le loro prestazioni. E considerano anche quello che "bruciano", soprattutto se bruciato "tal quale".
 
Il quadro italico non è perciò così fosco, certo la china è ancora lunga da risalire, ricorriamo ancora, per quasi il 50% alla discarica, valutiamo le raccolte differenziate ancora essenzialmente a "peso" senza badare troppo alla qualità (se raccogli il 90% sei un grande, ma se poi si scopre che in quel 90% c'è un 20-30% di impurità?), spesso si fanno dei "porta a porta" spinti per che è la panacea di tutti i mali, ma poi per contenere i costi di servizio, si compatta  a tutta manetta riducendo drasticamente le percentuali dell'effettivo recuperato, insomma ci sono ancora dei falsi miti che vanno sfatati, poiché impediscono al paese il salto di qualità. E qualche norma da rivedere, poiché in nome della tutela ambientale spesso si sono partorite norme controproducenti. Oltre che un quadro normativo in continuo cambiamento, il che rende ardua una programmazione seria.
 
E' chiara la necessità di dare una prospettiva industriale alla gestione dei rifiuti, trasformandoli davvero in risorsa, che consenta di rendere semplice e efficace la raccolta al cittadino, ottimizzi i costi del servizio e ottimizzi il recupero e questo si fa solo con impianti, ossia con un vero apparato industriale, i rifiuti vanno visti, ne più ne meno, come sostanziali risorse, non a caso si inizia a parlare di miniere urbane, riferendosi alla produzione di rifiuti delle città. Ma va anche valorizzato il lavoro di chi davvero recupera ed evita la discarica, un modello va valutato nel suo complesso, con sistemi premianti per chi tratta il materiale e penalizzanti per chi ricorre alla discarica come primo sistema di gestione dei rifiuti (se si può definirla gestione). E va considerata la problematicità che i trattatori di rifiuti oggi hanno relativamente alla qualità, i riutilizzatori finali pretendono che il materiale da recupero abbia le stesse caratteristiche delle materie prime e, perciò, le raccolte differenziate vanno valutate con un parametro più complesso di quello oggi in uso, la normativa deve favorire l'innovazione tecnica del settore (certo tutelando la trasparenza e la tracciabilità - punto d'orgoglio, un certo Gruppo Veritas ha presentato a Rimini, il suo progetto sulla tracciabilità di filiera del vetro e di altri materiali), l'impiantistica necessaria non va demonizzata, anzi e non si possono permettere cali della guardia da parte delle istituzioni. In tal senso il nuovo accordo ANCI-CONAI, valevole per il prossimo triennio, deve avere lo scopo di incentivare le raccolte di qualità, favorire la nascita di un sistema industriale dove non presente e il suo rafforzamento dove c'è già, e non quello di favorire burocrazie consortili o mercati falsati, cosa che produrrebbe come unico risultato, non un aumento di recupero, ma solo di costi ambientali ed economici per la collettività.