martedì 28 giugno 2016

Si permetta un momento di intimità al P.ferox. Un gran pezzo d'infanzia oggi se ne è andato. 
Ciao Bud.

giovedì 23 giugno 2016

(RI)Parte il Servizio di Protezione Ambientale Nazionale (Davvero?)

Con la Votazione avvenuta il 15 giugno nasce, o meglio si farebbe a dire, RINASCE il Servizio di Protezione Ambientale Nazionale.  Il Senato ha, infatti, approvato il progetto di legge a prima firma di Ermete Realacci, progetto che ha coinvolto sia il PD, che i 5S, che la Sinistra qualcosa, e che dopo un lungo iter parlamentare arriva a compimento. La legge, di fatto, mette ISPRA a capo delle Agenzie Ambientali Regionali (le ARPA, istituite con la legge 61 del 1994), creando un filo diretto tra le Agenzie e il Ministero dell'Ambiente. Le Arpa rimangono organizzate su base regionale e dipendenti dalle Regioni anche per i finanziamenti, almeno in parte, ma ISPRA è investito di funzioni di coordinamento e controllo sulle attività di presidio ambientale e sopratutto dovrà predisporre i Livelli Essenziali di Prestazioni Tecniche Ambientali - LEPTA - ossia dovrà uniformare procedure, standard, controlli e metodiche delle Agenzie, troppo spesso troppo disogenee su base nazionale, ma anche intraregionale. Un po' si va verso a quel concetto di "ASL Ambientali"  che avevo lanciato tempo fa.  E' un fatto sicuramente positivo, poiché finalmente si protrà uniformare il controllo e la protezione ambientale su base nazionale evitando le pesanti disparità attuali, che consentono talvolta di avere, su procedimenti simili, atteggiamenti e esiti anche opposti, a tutto detrimento non solo dell'ambiente, ma anche dell'economia. Orbene è da dire, però, che
  • come rileva il Sole24Ore, mancano i decreti attuativi per cui ci vorrà qualche mese e non vorremmo che la faccenda si tirasse troppo per le lunghe, lasciando la legge solo sulla carta;
  • come rileva la Stampa, al Senato si è più volte ribadito che l'introduzione dei LEPTA non deve avere aggravi di costi per la finanza pubblica, ma ISPRA è già adesso sottofinanziato per ciò che fa, come si può pensare di standardizzare e potenziare su base nazionale la protezione ambientale senza adeguate risorse?
  • Anche i firmatari della proposta di legge ritengono che sia con essa nato il Sistema di Protezione Ambientale Nazionale, in realtà esso esiste dal 94, quando nacque l'ANPA (Agenzia Nazionale Protezione Ambientale) divenuta poi attraverso varie peripezie ISPRA. La legge di fatto riprende quel vecchio principio, come ben spiegano gli Amici della Terra sull'Astrolabio. Fu la politica che, di fatto, disgregò quel sistema, creando la frammentarietà e contradditorietà odierna, cui la nuova legge vorrebbe porre fine. Speriamo che la storia non si ripeta e sia la volta buona.
  • Da segnalare che tra i compiti affidati a ISPRA mancano quelli legati alla radioprotezione, che rimangono ancora separati e in una logica di razzionalizzazione non mi pare il massimo.
  • Di positivo è che il coordinamento tra ISPRA e ENEA dovrà necessariamente aumentare.
L'omogeinizzazione e la standardizzazione - al rialzo, in teoria - dei livelli tecnici del controllo ambientale è un obbiettivo importante e che andrebbe raggiunto in fretta, questo impone anche di garantire tra le Agenzie le medesime disponibilità finanziarie - cosa che è ancora legata alle Regioni - e  le medesime dotazioni tecnico-strumentali, nonché i medesimi investimenti su formazione e addestramento del personale,magari anche con possibilità di interscambio per "esportare" le esperienze virtuose che pur ci sono nelle varie ARPE. L'ISPRA in ottica LEPTA e di SNPA può davvero diventare uno strumento di contemporanea produzione di conoscenza scientifica e di applicazione tecnica operativa. Per far ciò ci vogliono leggi chiare, personale formato, direzione pragmatica, risorse e controllo di gestione. E nella standardizzazione, sarebbe opportuno cercare di elaborare delle linee guida che fossero omogenee a linee europee, ossia, a mio avviso, l'elaborazione dei LEPTA, dovrebbe avvenire cercando di gettare delle basi ulteriori per standard europei di protezione ambientale.

domenica 3 aprile 2016

Piccoli rifiuti, grandi problemi

Nel recente collegato ambientale si è introdotta una norma, salutata come  segnale di una maggior civiltà ambientale e come forte richiamo al senso civico individuale, persino dal FATTO. Tali rifiuti rappresentano un problema serio. Quantitativamente sono la frazione principale nei rifiuti da spazzamento stradale. Si stimano in 72miliardi le cicche buttate in Italia all'anno (fonte ENEA). Sono poi un problema per le sostanze rilasciate in ambiente e per  costi di raccolta/trattamento, come rileva la  Campagna ENEA, che prende origine da uno Studio ENEA del 2009, tale studio evidenzia che la mole di mozziconi dispersi in ambiente si calcola produca una immissione di:
  •  324 tonn. di Nicotina, alcaloide volatile, facilmente solubile in acqua, tossica per gli organismi acquatici e pericolosa se entra nelle catene trofiche;  
  •  1.800 tonn. di Composti Organici Volatili (COV), derivano dal processo di combustione del tabacco e possono essere benzene, acetone, formaldeide, toluene etc... per darvi un'idea gli stessi composti che troviamo in vernici, smacchiatori etc.. sono irritanti per le mucose, alcuni noti cancerogeni, volatili, quindi facilmente disperdibili in atomosfera, dove, a seguito dell'interazione con i raggi UV possono dare origine ad altri composti ossidanti a elevata pericolositò per la salute e l'ambiente.
  • 21,6 tonn. di Ammoniaca e Acido Cianidrico, l'ammoniaca è tossica per gli ecosistemi acquatici, l'acido cianidrico è un potente veleno, se entra nelle catene trofiche interferisce con il trasporto dell'ossigeno nel sangue.
  • 1.440 tonn di Catrame e altro materiale condensato, mano a mano che si accumulano nell'ambiente e quindi nei tessuti degli organismi che ci vivono (quindi anche i nostri) accelerano i processi dell'invecchiamento cellulare, in particolare delle cellule polmonari e cardiache.
  • 1.872 tonn di Polonio 210, proprio l'ingrediente principale delle zuppe alla Putin, ma che si fissa nel tabacco, con tassi variabili a seconda delle località e modalità di coltivazione, è un elemento radiattivo, ad elevato potenziale di cancerogenicità.
  • 12.240 tonn. di Acetato di Cellulosa, tale sostanta non è biodegradabile, ma fotodegradabile, tende cioé a sgretolarsi in micro particelle ed ad entrare nelle catene trofiche, con rischi di avvelenamento del biota.
Sappiano gli amanti delle "sigarette fai da te" che il filtrino che si usa per le "cartine", è pure peggio, perché essendo più ridotto, interferisce ancora meglio nelle catene alimentari.
Si aggiunga che questo tipo di rifiuto ha anche il problema della persistenza, come ben rivela uno studio italiano,  che fa si che sia difficilmente biodegradabile (soprattuto per la forte presenza di Acetato di Cellulosa) e che, perciò, rilasci sostanze in ambiente per un periodo lungo e che per altrettanto possa entrare nelle catene trofiche. La ricerca sulla decomposizione dei filtri di sigaretta, rivela come dopo un primo decadimento nel primo mese dalla dispersione in ambiente  di circa il 15% in peso, al massimo vi sia una decomposizione di massa del 37,8% dopo due anni, valore che si abbassa in terreni sabbiosi a ridotto contenuto d'azoto. Infatti, i mozziconi hanno vari elementi che li rendono resistenti alla decomposizione batterica. La composizione dei filtri di materiali cellulosici acetati, in primis, la tossicità degli elementi rilasciati su citati, che provoca una moria delle popolazioni batteriche e la povertà di nutrienti, quindi, in terreni "poveri" tale fenomeno è magnificato - come è ben evidente sulle spiagge, la dispersione in terreni vegetali e l'esposizione al sole tende a facilitare l'attacco batterico anche se in modo non eclatante, tanto che, comunque, per la biodegradazione di questi rifiuti, pur di modeste dimensioni, si ragiona in anni (4-5).
Orbene la norma introdotta, che pare voler essere di contrasto a tale inciviltà, di fatto è mitigatrice, infatti sino al primo febbraio 2016 vigeva quanto previsto dall'art. 205 del 3 dicembre 2010, che aveva eliminato le distinzioni per l'abbandono di rifiuti da parte di privati tra ingombranti e non e comportava una sanzione da 300 a 3mila euro (raddoppiabile per rifiuti pericolosi).  La legge del 28 dicembre 2015, n.221, in vigore dal 2 febbraio 2016, introduce modifiche agli art. 232 del D.Lgs 152/06 (il testo unico ambientale) agli articoli 232 bis (che detta il divieto di abbandono dei prodotti da fumo) e al ter che vieta l'abbandono di rifiuti di piccolissime dimendioni (scontrini, gomme...) e all'art. 255, dove di specificano le sanzioni per gli abbandoni, indicando che per quanto elencato al 232 ter le sanzioni variano da 30 a 150 euro, raddoppiabili per i prodotti da fumo.  qnidi molto meno di quanto prevedeva la norma precedente. E, allora, una norma annunciata come di "contrasto" di fatto è una "depenalizzazione", mi spiace per gli entusiasmi legalisti del FATTO.
Si nota chiaramente come la più volte stigmatizzata incontinenza normativa del legislatore, alla fine, produca contraddizioni e controindicazioni. Adesso si dovrà attendere un intervento di chiarimento in materiale. Va poi segnalata l'incapacità di esercitare un vero controllo sul tema, e probabilmente aspettiamoci che, alla prima sanzione su un abbandono di cicche, l'opinione pubblica s'indigni contro lo Stato vessatorio, asserendo che i problemi per l'ambiente siano "ben altri" - mentre abbiamo visto che il problema c'è ed serio.
E, quindi, quando si diceva: se vedi uno che fuma, digli di smettere, avvelena anche te, era (è) proprio vero.

Fonti: Impatto ambientale cicche di sigaretta, Lombardi et alii, ENEA  2009; Cigarettes Butt Decomposition Plos one - Bonanomi et alii, 2015; L'abbandono di rifiuti di piccolissime dimendsioni tra amensia normati e legislazione dell'apparenza, Pallotta, Rivista Rifiuti, 2016.

venerdì 25 marzo 2016

Perforare la demagogia

Se credete alla teoria del complotto globale, al nuovo ordine mondiale, o semplicemente pensate che io sia un prezzolato della lobby del petrolio, potete pure fermarvi qui. Con questo post vorrei dire la mia circa il referendum del 17 aprile prossimo. Cercherò nei limiti del possibile di essere sintetico e di fornire qualche link utile, da fonti istituzionali/autorevoli e sopratutto fondati su dati solidi e non su opinioni, per chi volesse davvero approfondire senza schemi precostituiti la questione. Però, se siete di quelli che si formano un'opinione solo con un twett, perché hanno una bassa soglia di attenzione, questo post non fa per voi, perché un po' di tempo per chiarire la cosa ci vuole.
Bene, rimasti in pochi, andiamo al nocciolo della questione, il prossimo 17 aprile è indetto referendum popolare sul quesito:
Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”? Ossia, volete voi che alla scadenza delle concessioni in essere nelle piattaforme esistenti entro le 12 miglia dalla costa  queste siano prorogabili, come è oggi, oppure no? Per dire che NON volete, dovete votare Sì, per dire che invece ritenete che le piattaforme possono continuare la loro attività dovete votare NO. 
Per approfondire il quesito e il suo iter potete leggere quest'ottimo articolo di  Claudio Bovino, avvocato, consulente di Ambiente e Sviluppo. Puntualizzo che, a mio avviso un referendum su un tema estremamente tecnico è  uno strumento inadeguato, che qui è usato per fini politici, l'argomento in sé è sopratutto un pretesto, come bene esposto sul Post, nella disamina sui pro e contro del quesito. I motivi non riguardano le strategie di approvvigionamento energetico nazionale, ma come ammesso da molti dei proponenti, conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni e beghe partitiche. Che rischiano, però, di andare a detrimento dell'economia e dell'ambiente e sopratutto del buonsenso.
Cercando di stare sul pezzo, dobbiamo dire che stiamo parlando di 44 concessioni in termini di struttre pari a 92 piattaforme, per lo più di gas e non petrolio, di cui 8 non operative. Il gas in Italia si usa per lo più per produzione di energia e molto per uso domestico. Chiariamo che oggi funziona così: NON si possono PIU' fare NUOVE piattaforme entro le 12 miglia dalla costa, quindi parliamo di piattaforme che esistono già, che hanno una concessione trentennale, che può essere prorogata al massimo 2 volte (per 10 e 5 anni) PREVIA VALUTAZIONE d'IMPATTO AMBIENTALE, quindi non è così scontato. Queste piattaforme coprono il 28% circa della nostra produzione nazionale di Gas e circa il 10% di Petrolio. Sono, piaccia o no,  fonti di cui abbiamo ancora bisogno, visto che, c'è stata sì una vigorosa rincorsa delle rinnovabili in Italia, ma le fonti fossili coprono quasi l'80% del fabbisogno (39% petrolio e 37% gas), energetico nazionale e sono strategiche nell'ambito di una transizione energetica verso fonti "low carbon", in particolare il Gas, come ben evidente dai rapporti ENEA. Il Gas, infatti, ridurrà progressivamente il suo contributo per la produzione di energia primaria, ma diventerà fontamentale per la locomozione. E' ben ricordare che una delle strategie nazionali per la riduzione della CO2 verte proprio sulla riduzione del fabbisogno dall'estero, da cui adesso dipendiamo per oltre l'80% per l'approvvigionamento energetico, dato che è aumentato negli ultimi anni proprio per la contrazione della produzione nazionale di idrocarburi. Ecco perché è strategico gestire queste fonti  con efficienza, ottimizzandone il consumo e quindi dotandoci delle migliori tecnologie sia per l'estrazione e che poi per la gestione. In questo, è bene dirlo, gli Italiani sono BRAVI. Se rinunciassimo a questa risorsa, dovremmo, quindi, comunque incrementare le importazioni di circa una superpetroliera l'anno - perdendo anche le royalties che vanno alle Regioni (402milioni di euro  incassati nel 2014 di cui 182 circa alle Regioni interessate) - lascio ai sindacati la questione occupazionale. A meno che dalla sera alla mattina non si effettui una radicale riconversione dei consumi. Io che sono un freddo, disilluso realista, mi permetto di ritenerlo poco probabile, al di là dei bei discorsi degli ecologisti di comodo e di salotto - per fortuna non tutto il mondo ambientalista è così, ci sono anche associazioni come gli Amici della Terra a perseguire ambientalismo razionale - per cui accadrà che sposteremo il problema dell'approvvigionamento più là, lontano dagli occhi, compiendo una scelta pusillanime, prassi,  che sta diventando abbastanza standard in questo paese. E magari finiremo in Mozambico, o altrove, magari ci approvvigioneremo da qualche paese a democrazia discutibile (più della nostra, c'è chi fa ben di peggio) o dove gli standard ambientali e civili sono un filo più bassi dei nostri, ma tant'è, saremo ipocritamente con la nostra coscienza imbelle apposto. Tra l'altro andando a incrementare l'import, al di là dei costi, aumenteremo le emissioni di CO2, perché aumentiamo i percorsi e i passaggi, non che i rischi di sversamenti. Un rapporto ISPRA del 2011, mostra chiaramente come sia la circolazione navale la principale fonte di rischio nei nostri mari per perdita di idrocarburi e non l'attività delle piattaforme.
Sul tema dei rischi vorrei spendere anche altre 2 parole (o un po' di più):
  • Greenpeace ha lanciato un grido di allarme circa contaminazioni delle faune di mitili raccolte nella costa romagnola, causa idrocarburi, parrebbe che il dato sia stato presentato in modo "livemente" strumentale, come conferma Giovanni Fucci, presidente della cooperativa che si occupa della raccolta cozze - e quindi rischia del suo a dire certe cose - in una recente intervista.
  • Rimbalza in questi giorni il "caso delle Isole Kerkennah" in Tunisia dove un danneggiamento a un a pipe-line ha  provocato uno sversamento di idrocarburi in mare, subito si è usata la questione in chiave referendum, in realtà va detto che ciò che ha provocato lo sversamento è un tubo gestito da una compagnia misto statale-privata tunisina,  e non dalla Piattaforma di Estrazione Petrovac, compagnia inglese che ha più volte attaccato il governo tunisino per l'incapacità di garantire sicurezza nelle tubazioni - perché ci crediate o no, i primi che si disperano per gli sversamenti sono proprio gli avidi petrolieri, non perché buoni, ma proprio perché avidi. In Italia gli standard di sicurezza sono molto più alti e anche i livelli tecnologici.
  • Sismicità e subsidenza, anche qui si è scelto di usare in modo strumentale un rapporto di una commissione tecnica in Emilia Romagna, istituita per valutare gli effetti dello stoccaggio sottorraneo di gas, cercando di rilevare come anche l'estrazione d'idorcarburi possa provocare sismiscità indotta o subsidenza artificiale, il rapporto è stato anche oggetto di una punta di Report, qui vi rimando al prof. Doglioni - Presidente della Società Geologica Italiana, autore di molti dei sacri testi su cui si sono formate generazioni di italici geologi, che con estremo buon senso, evidenzia la forzosità e faziosità delle asserzioni fatte, inoltre val la pena anche leggersi cosa scrive ARPA Emilia Romagna (regione storica per lo sfruttamento in terra e in mare di idrocarburi), nel suo più recente rapporto sul monitoraggio subsidenza: "Dall’esame degli elaborati prodotti si evince che la gran parte del territorio di pianura della regione non presenta nel periodo 2006-11 variazioni di tendenza rispetto al periodo 2002-06; circa un terzo della superficie evidenzia una riduzione della subsidenza e appena il 3% un incremento, presente in particolare nel Modenese, Bolognese, Ravennate e Forlivese".
  • Lascio perdere la questione "le piattaforme danneggiano il turismo" poiché basta ricordare che le coste romagnole sono una potenza turistica e le piattaforme che ci sono non se le fila nessuno. Da segnalare in tal senso l'intervista di Paolo Dalla Vecchia - Geologo esperto nel campo degli Idrocarburi - che evidenzia come i rischi per i mari siano, per esempio, i numerosi scarichi di intere aree urbane senza depuratori o il traffico navale.
  • Un breve spunto sulla questione "le riserve italiane sono di scarsa qualità e poco reddittizie e l'industria petrolifera si regge su incentivi statali", ma davvero si può credere che gli avidi petrolieri pianterebbero costose piattaforme su giacimenti che non siano remunerativi (In ogni caso vi rimando a un equilibrato dossier della Voce che esplora la questione dal punto di vista economico)? 
  • Da segnalare poi come il settore Idrocarburi in Italia consenta una forte trasparenza dei dati, sul sito dell'Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse il numero di dati ricavabili è davvero notevole. Da Segnalare anche il progetto VIDEPI tra Società Geologica Italiana e il Ministero per lo Sviluppo Economico che è incentrato proprio su questo, sottolineo questo elemento giusto per dare una risposta a chi dipinge il settore come una sorta di "spectre" che "non ci racconta la Verità"... è più facile conoscere i conti dell'Eni che non quello di certe associazioni ambientaliste...
Se si vuole incalzare il governo sul tema del cambio di paradigma energetico, dello sviluppo sostenibile e dell'innovazione, allora si dovrebbe chiedere più fondi per la mobilità alternativa, per la riconversione dei sistemi di riscaldamento, per l'aumento di pratiche come cogenerazione e teleriscaldamento, e in questo le Regioni possono già fare molto, investendo proprio i proventi delle Royalties, che invece troppo spesso "spandono" per tutt'altro.
E' per tutto questo che andrò a votare e voterò NO. Certo sarebbe più facile suggerire l'astensione, cosa che, al di là di taluni ipocriti lai, emessi sulla questione, è opzione perfettamente legittima in una battaglia referendaria. Ma stavolta, per quanto detto precedentemente, ritengo si debba dare un segnale incontrovertibile a quelle forze anti razionali, violente, demagogiche e regressiste che da troppo tempo ormai, su troppi temi, approfittando della debolezza delle nostre Istituzioni, spadroneggiano nel dibattito pubblico, impedendo un confronto. E solo una vittoria del NO può dare tale messaggio.

Fonti principali dei dati Ministero per lo Sviluppo Enomico, Enea, Società Geologica Italiana, Le Scienze.