Nella costante ricerca di una organizzazione, di un senso e di una mission per questo blog, che altrimenti rischia di essere uno zibaldone senza capo ne coda, ho rinominato il blog e ripensato la sua funzione, non che provato a dargli una veste più leggibile e pià pragmatica, la filosofia che ci sta dietro la trovate nela pagina "Geologia Proletaria", che spiega appunto che e come s'imposta il ragionamento del blog, che è sostanzialmente quello di riaffermare la necessità che le Scienze della Terra siano patrimonio culturale di tutti e il principio che il Geologo deve essere parte attiva nel dibattito socio - culturale ed essere osservatore critico attento e preciso dei processi d'interazione Terra-Uomo. Spero di riuscire ad essere più sistematico e regolare questa volta (la 4°) in cui si riavvia questo spazio. Siamo in una fase "lavori in corso" per cui troverete ancora molti elementi de La Man Sanca. Che è comunque, la mano con cui continuerò a scrivere....
martedì 23 giugno 2015
sabato 23 maggio 2015
Mi arrendo
Mi arrendo, lo devo necessarimente fare. Per onestà intellettuale nei miei confronti e dei pochi, pochissimi lettori di questo blog. Quando inziai l'avventuara della Manca Sanca, come sapete c'era anche la voglia di compensare il mio mai sopito anelito di Paleontologia, materia di cui avidamente godetti negli anni universitari e di cui speravo di dedicare la mia vita e carriera geologica. Cosa che non è avvenuta, i casi della vita e alcune scelte, mi hanno portato a esplorare come Geologo altri avventurosi e perigliosi campi, come quello dei rifiuti. La voglia di dare un contributo e di fare Paleontologia, almeno in ambito divulgativo, però, mi erano rimaste e con questo blog ho tentato maldestramente di farlo. Ma una cosa o la fai bene o lasci perdere, per fare divulgazione ben fatta, devi dedicare tempo e sopratutto avere notizie fresche e approfondite, insomma, ci devi lavorare. Indubbiamente, mi riesce un po' meglio su altri temi.
Probabilmente avrei continuato alla meno peggio, con lo spirito pressapochista e un po' cialtrone che anima molto blogger della domenica. Se non fosse che ho incontrato questi due siti/blog, che indubbiamente hanno i cosìdetti in ambito paleontologico e delle geoscienze:
- Theropoda Blog di Andrea Cau, Paleontologo, ricercatore, scrive sopratutto di dinosauri (I Teropodi sono idinosauri carnivori), in modo spigliato, preciso e con un linguaggio puntuale, ma accessibile. In questi giorni il suo blog è teatro di un'aspra battaglia, l'autore ha, infatti, scritto una serie di post prendendo spunto dal film di prossima uscita Jurassic World (remake di Jurassic Park) per fare alcune considerazioni di ambito paleontologico più ampio, anche in termini di comunicazione e divulgazione scientifica, ovviamente i puristi del film non hanno colto (mi paiono perfino più invasati di noi fan di Star Wars) e ci vedono solo un attacco al film (che commenterò anche io se e quando lo vedrò - spero sia meno cialtronata di Jurassic Park 3), ma le risposte di Cau, sono encomiabili e vi consiglio di leggerle, vi riconciliranno con l'umanità e vi faranno ancor più amare la Paleontologia. Il sito è sempre aggiorato ed ha pure ottime illustrazioni.
- Pikaia Questo è un sito un po' più articolato e un po' più "british" del precedente, qui ci trovate sopratutto apporfondimenti sul quel grande tema che è l'Evoluzione, materia troppo spesso trattata in maniera pressapochista nelle nostro scuole e di cui non si comprende non solo la portata, ma anche la sua interconnessione con la nostra quotidianità; ci scrive, tra gli altri, il Professor Telmo Pievani, saggista - l'avrete visto dal mitico Piero Angela qualche volta - che ha il pregio di saper raccontare l'Evoluzione e i suoi molteplici aspetti in modo molto chiaro, con un linguaggio alla portata di tutti, pur rimanendo rigoroso, ma senza cadere in un astruso accademismo. Su Pikaia (che per capirci era un organismo del Cambriano, ancestore di tutti i vetrebrati, cosa che anche noi, Homo Sapiens, siamo - più o meno tutti) si trova anche materiale didattico fruibile per le scuole e molti appuntamenti divulgativi.
Ecco, avendo incontrato queste realtà, che fanno ciò che io avrei voluto fare, ma lo fanno decisamente meglio di come lo faccio e sopratutto lo fanno come va fatto, do il mio contributo all'igiene della rete, troppo spesso infestata da divulgatori cialtroneschi, astenendomi d'ora in poi dal tentarlo di fare in modo indeguato, ma promuovendo l'attività di queste realtà e limitandomi al commentarli con l'occhio di chi li legge con grande piacere e una punta d'invidia.
venerdì 17 aprile 2015
la quadratura del cerchio (versione Lagunare)
C'è un'idea che da qualche tempo mi ronza in testa. Sopratutto da quando per Lavoro e Passione mi occupo di cose lagunari. Mi rendo, però, conto che l'idea è di quelle che quando la dici, rischi di sentirti rispondere: "eh sì gà parlà Renzo Piano dea barena!". Per questo la dico qui nel mio spazio, per non minare la credibilità degli altri blog su cui scrivo (il mio blog, credibilità, non ne ha mai avuta). Allora, ben sappiamo che la Laguna di Venezia è un ambiente fragile, che ha subito profonde alterazioni antropiche e che oggi è ancora oggetto di forti pressioni per la presenza dell'uomo e per la realizzazione di varie infrastrutture. Ovvio che non potremo mai "rinaturalizzare" la Laguna, eliminando le pressioni umane, ma possiamo provare a contenerle, ridurle e comunque governarle. Ciò che non possiamo è non fare nulla. Oramai è evidente, per esempio, che tra i grandi elementi di pressione c'è il traffico acqueo,sia di navi di grande stazza, che di piccolo cabotaggio.
Al fine di risolvere una volta per tutte il problema dello scavo dei canali lagunari per garantire il pescaggio per le navi di grandi dimensioni, l'Autorità Portuale di Venezia, sta portando avanti il progetto del porto a mare, oltre al Lido, che dovrà essere porto commercile (e qualcuno vorrebbe anche turistico). Effettivamente questo ridurrebbe il traffico in Laguna, di navi di grande stazza, una pipe line, consentirebbe lo scarico in terraferma dei rifornimenti di greggio, chiatte dal pescaggio ridotto permetterebbero lo scarico dei solidi (containers e altro). In quest'ottica c'è chi ipotizza il completamento dell'idrovia Padova-Venezia, per collegare l'interporto di Padova col Porto a Mare. Orbene, è vero che il traffico delle chiatte dovrebbe avere impatti minori delle grandi navi, ma comunque ha degli impatti (moto ondoso e conessi), ovviamente parlo di quelli ambientali, non faccio valutazioni trasportistiche economiche - non ne sono in grado.
Questi impatti, stante l'odienra Laguna, sono accettabili?
Ecco il mio pensiero sul tema, io credo che il traffico acqueo in Laguna di Venezia, quale che sia la sua natura, vada ridotto all'osso, onde poter davvero mitigare talune problematiche di erosione e poter ripristinare le canalizzazioni lagunari. Va, però, reso accessibile il Porto. Come? Io penso si debba ripensare al concetto di sublagunare. Se ne parlò per realizzare una metrò in Laguna, poi l'ipotesi è caduta nelle cose improbabili. Io, però, credo che una via che colleghi (in tunnel, perché un ponte trans lagunare da Fusina al Lido ritengo sia un po' troppo pesante all'occhio), il porto alla terra ferma, pur capendo le difficoltà di realizzazione, potrebbe essere davvero un'infrastruttura, che, una volta tanto, aiuti a ripristinare degli assetti naturali. E' solo un'idea, ma mi piacerebbe un giorno trovasse occasione di ragionamento da parte di quelli che ne capiscono più di me. "eh sì, gà parlà Renso Piano dea barena!"
martedì 27 gennaio 2015
Il Pianto dell'Ouranosaurus
Imponente troneggia nella sala grande del Museo di Storia Naturale di Venezia, lo scheletro dell'Ouranosaurus nigeriensis, guardato a vista dal Sarcosucus imperator, straordinari reperti, che la dedizione, la passione, la tenacia di Giancarlo Ligabue hanno portato da lontano a Venezia e al mondo. L'Ouranosaurus è stato il primo grande scheletro di Dinosauro che vidi da bambino visitando il vetusto museo veneziano (oggi con un impostazione decisamente più moderna) e ne rimasi affascinato, come solo i bambini sanno essere di fronte ai grandi sauri. E lo sono tutt'ora. Non ho mai conosciuto di persona Ligabue, cosa di cui mi rammarico, ma i suoi scritti e le sue opere sono state per me fonte sempre di grandi entusiasmi. Spero che Venezia, sappia valorizzare e celebrare degnamente questo suo concittadino e non siano le piccole beghe o le colpevoli dimenticanze a prevalere. L'Ouranosaurus è già addolorato, diamogli consolazione.
domenica 25 gennaio 2015
Una plastica è per sempre...
Quando sul lavoro mi vengono a trovare le scolaresche, una delle questioni su cui sono particolarmente insistente è quella relativa alla dispersione dei rifiuti dell'ambiente. Troppo spesso, verso i rifiuti che normalmente produciamo, dalla carta della caramella, alla plastica del pacchetto di sigarette, al foglio di carta, etc, siamo un po' distratti. Nono ne vediamo una effettiva minaccia per l'ambiente e per noi, per cui, se qualcuno ci scappa e non lo conferiamo nel sistema di raccolta rifiuti, ma ci cade per terra o nel tombino o ci vola via... pazienza, cosa vuoi che sia? Non stiamo mica parlando di rifiuti pericolosi. Beh, come spiego agli scolari, la questione è più complessa. Questi rifiuti sono studiati per "durare" e quindi hanno una persistenza lunga nell'ambiente (ossia prima che l'ambiente, tramite processi chimici, fisici e biologici, li degradi in elementi "digeribili" ce ne vuole), lunghissima nel caso della plastica. Quest'ultima, particolare, si rivela particolarmente problematica. Nel video che segue viene introdotta la questione del suo accumulo negli ecosistemi marini.
Numerosi progetti hanno portato a "mappare" queste isole galleggianti, che il gioco delle correnti forma in vari oceani e mari Qui trovate un primo esempio, Gli studi si sono particolarmente concentrati nell'indagare sui processi di frammentazione della plastica, onde capirne le modalità di degradazione. Immediatamente, però, gli studiosi si sono accorti che qualcosa non tornava, ovverosia tra le stime di plastica disperse nell'ambiente e quella formante queste isole c'é un significativo gap, ossia manca della massa. Qui trovate estratto di ricerca del National Geographic, Questo problema della massa mancante ha portato a varie ipotesi per capire dove fosse la plastica non rilevata, inizialmente si è pensato che i processi di frammentazione della plastica portassero alla produzione di microparticelle che non venivano rilevate nei campionamenti, oppure finissero nel record sedimentario. E' pur vero che probabilmente, ciascuno di queste ipotesi ha del fondamento, la seconda sopratutto come vedremo, ma è ormai un dato quasi assodato, essendo sempre di più le evidenze, che questa plastica "mancante" sia finita e finisca nelle catene trofiche, ovverosia pesci vari se ne cibano (anche volatili a dire il vero) e poi questi sono a loro volta predati da altri, è stata ritrovata plastica negli stomaci di Pesci Spada e Tonni destinati al consumo umano. Ovverosia è proprio vero che la plastica che buttiamo ce la ritroviamo nel piatto.
Ricordiamo che la plastica negli Oceani, oltre a compromettere gli ecosistemi marini - numerose le immagini di animali vari morti o deformi a causa di corpi plastici - comporta la dispersione di elementi chimici, quali metalli pesanti e polimeri particolari che sono presenti nelle plastiche di uso comune in % minime, ma che i fenomeni di accumulo possono portare a raggiungere livelli tali da divenire pericolosi per la salute degli ecosistemi e umana, quando ciò avviene nelle catene trofiche
Per dare un'idea di come la Plastica in un sessantennio (il suo uso negli imballaggi e e nei manufatti dopo gli anni '50 del secolo scorso) si sia diffusa nell'attività umana e sia stata pesantemente dispersa nell'ambiente, val la pena segnalare questo studio della Società Geologica d' America, che ha rilevato l'esistenza dei Plastigomerati, ossia di conglomerati - rocce solitamente formati da ciottoli e ghiaia cementati tra loro - dove unitamente ai corpi litoidi si trovano elementi plastici, o dove addirittura e la plastica stessa a far da "cemento". E' la prima roccia "made in Human" e di fatto il primo vero "marker" stratigrafico dell'antropocene - quel periodo, che taluni studiosi fanno partire dal XVIII secolo, in cui l'uomo è divenuto di fatto una delle forze endogene agenti sulla Terra. Queste rocce indicheranno nel futuro in maniera netta l'azione umana su scala globale.
Prevenire è meglio che curare, ovvio, per cui lo sforzo massimo deve essere sul NON disperdere la plastica nell'ambiente. Ma di quella che ormai è negli oceani che facciamo? Continuiamo a lasciarla là a far danni? In realtà sul tema sono in corso ricerche e sperimentazioni. Una è particolarmente interessante, si tratta del progetto Ocean Clean Up, è un progetto di ricerca, basato su crowfunding, inventato da un ragazzino, che rimasto colpito dai filmati sul "plastic trash vortex", il vortice della plastica appunto, ha iniziato a studiare la questione e con una grande forza di volontà ha fondato una compagnia, raccogliendo competenze e professionisti vari, nonché volontari, con lo scopo di elaborare una soluzione tecnica per rimuovere la plastica dagli oceani, adesso mi pare sia in una fase di sperimentazione avanzata di un sistema a torri galleggianti - dopo l'insuccesso di un sistema basato su catamarani raccogli plastica. Devo dire che è una bella storia, anche se devo approfondirla per capire quanto di concreto ci sia (non vorrei fosse solo propaganda), ma da quello che mi è dato di capire è indubbiamente il tentativo più avanzato per provare a risolvere la questione.
mercoledì 14 gennaio 2015
Geologi di un dio minore
Ebbene sì, lo confesso, ho vissuto e talora vivo un po' con sofferenza il fatto di fare il "geologo dee scoasse", un po' perché come tutti quando mi iscrissi a Geologia avevo altre aspirazioni, che so la vita in piattaforma petrolifera (di cui avrei avuto l'occasione...). Oppure fare il cacciatore di dinosauri nelle badlands, o ancora analizzare carote di sedimenti e microfossili dalle profondità oceaniche per ricostruire l'evoluzione climatica. Poi la vita, le occasioni, le necessità e la mia pragmatica prosaicità, mi hanno portato da tutt'altra parte, bonifiche e rifiuti. Settore in cui ho incontrato più d'uno laureato in Scienze Geologiche. Si badi, qui di Geologia e di applicazione della Geologia per il recupero dell'ambiente e della materia c'è ne molta, ma la percezione esterna è che sia più un campo da ingegneri, notoriamente categoria più prosaica della nostra. Non di rado chi non mi conosce mi da dell'ingegnere (uff), e spesso anche colleghi Geologi, quando spiego quel che faccio mi guardano con uno sguardo di un misto malcelato di compassione e sdegno, tipo quello di un gatto quando guarda un cane. Non parliamo poi dei colleghi che lavorano entro l'Università. Eppure, nei processi di bonifica e smaltimento, nel valutare gli impatti sull'ambiente di cicli di trattamento, oppure nell'elaborare prove per testare materiali da recupero rifiuti, di possibilità d'applicazione di concetti e nozioni d'ambito geologico ce ne sono e ce ne sarebbero, Ovviamente il Geologo mal si presta a progettare "macchine", ma nell'elaborazione e gestione di cicli impiantistici e nel controllo sui materiali, in molti casi ha molto, moltissimo da dire.
Ecco perché quando ho visto che la Società Geologica Italiana (mica la Bocciofila di Conche...) ha pubblicato "La Geologia per l'Italia", in cui venivano rapidamente presentati i molti campi applicativi e di studio in cui si articola la Geologia e vi ho notato all'indice il capitolo "La Geologia e il ciclo dei rifiuti" ho avuto un senso quasi di riscatto - sì insomma, un mini orgasmo - pensando che finalmente arrivava l'ora dello sdoganamento, Sensazione cui è subentrata rapida e cocente disillusione andando a leggere il capitolo. Perché il ruolo del Geologo viene presentato strettamente legato alla progettazione e gestione della discarica. Insomma, se si fa la somma Geologia+Rifiuti, il risultato è necessariamente discarica. Si badi, è vero che sul tema il Geologo può davvero essere grande protagonista, ma da un punto di vista strategico, se si lega il Geologo solo alla discarica, rischiamo a una visione a corto, cortissimo raggio.
Tutte le normative e le politiche, in primis quelle europee, si pongono come obbiettivo l'abbandono della discarica, che nella gestione rifiuti, su cui si vuole impostare un approccio più "industriale", deve essere elemento residuale; se i Geologi ritengono che la Geologia dei rifiuti sia la discarica, allora anche la Geologia e i Geologi nei rifiuti sono destinati alla residualità (che non mi pare una grande strategia, in un campo che è e sarà, nel medio e lungo termine, in espansione per ovvi motivi tecnici, ambientali e economici). Eppure il Geologo potrebbe farci molto, anche come Responsabile Tecnico, basti vedere i recenti sviluppi normativi relativi all' Albo Gestori Ambientali che danno a tale figura molto più margine di manovra e ruolo che in passato, ponendo molto accento sulla formazione: con alcuni approfondimenti su temi collaterali, arricchire il profilo dei laureati in Scienze Geologiche per potersi cimentare in tale settore, non sarebbe cosa affatto impraticabile. Su tale argomento, sarebbe il caso che i vari dipartimenti di Geoscienze dei vari atenei si confrontassero e iniziassero a introdurre la questione nelle loro offerte formative. Ovvio che se questo viene visto come un degrado del "blasone" del Geologo non se ne farà nulla e si rischia che i Geologi rimangano nobili sì, ma assai decaduti.
Frattanto, noi geologi, con la g minuscola, che "rumiamo scoasse" continuiamo la nostra quotidiana lotta, nell'attesa dell'ora della nostra riabilitazione.
Ecco perché quando ho visto che la Società Geologica Italiana (mica la Bocciofila di Conche...) ha pubblicato "La Geologia per l'Italia", in cui venivano rapidamente presentati i molti campi applicativi e di studio in cui si articola la Geologia e vi ho notato all'indice il capitolo "La Geologia e il ciclo dei rifiuti" ho avuto un senso quasi di riscatto - sì insomma, un mini orgasmo - pensando che finalmente arrivava l'ora dello sdoganamento, Sensazione cui è subentrata rapida e cocente disillusione andando a leggere il capitolo. Perché il ruolo del Geologo viene presentato strettamente legato alla progettazione e gestione della discarica. Insomma, se si fa la somma Geologia+Rifiuti, il risultato è necessariamente discarica. Si badi, è vero che sul tema il Geologo può davvero essere grande protagonista, ma da un punto di vista strategico, se si lega il Geologo solo alla discarica, rischiamo a una visione a corto, cortissimo raggio.
Tutte le normative e le politiche, in primis quelle europee, si pongono come obbiettivo l'abbandono della discarica, che nella gestione rifiuti, su cui si vuole impostare un approccio più "industriale", deve essere elemento residuale; se i Geologi ritengono che la Geologia dei rifiuti sia la discarica, allora anche la Geologia e i Geologi nei rifiuti sono destinati alla residualità (che non mi pare una grande strategia, in un campo che è e sarà, nel medio e lungo termine, in espansione per ovvi motivi tecnici, ambientali e economici). Eppure il Geologo potrebbe farci molto, anche come Responsabile Tecnico, basti vedere i recenti sviluppi normativi relativi all' Albo Gestori Ambientali che danno a tale figura molto più margine di manovra e ruolo che in passato, ponendo molto accento sulla formazione: con alcuni approfondimenti su temi collaterali, arricchire il profilo dei laureati in Scienze Geologiche per potersi cimentare in tale settore, non sarebbe cosa affatto impraticabile. Su tale argomento, sarebbe il caso che i vari dipartimenti di Geoscienze dei vari atenei si confrontassero e iniziassero a introdurre la questione nelle loro offerte formative. Ovvio che se questo viene visto come un degrado del "blasone" del Geologo non se ne farà nulla e si rischia che i Geologi rimangano nobili sì, ma assai decaduti.
Frattanto, noi geologi, con la g minuscola, che "rumiamo scoasse" continuiamo la nostra quotidiana lotta, nell'attesa dell'ora della nostra riabilitazione.
venerdì 7 novembre 2014
il FALO' delle banalità
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| Termovalorizzatore a Brescia |
Quello degli inceneritori in questo paese, è uno dei tanti temi, è il caso di dirlo, davvero scottanti. Quando qualcuno prova a parlare di un impianto di tale tipo, non riesce nemmeno a finire la frase, venendo immediatamente tacciato di ogni nefandezza, contro Dio, la Natura, la Salute, l'Ambiente, la Società. E ovviamente l'accusa più pesante, l'Incenerimento è CONTRO il riciclo. Orbene, ragioniamoci. Se guardiamo ai dati dei paesi che tutti additano come i più "avanti" nella gestione dei rifiuti, Germania, Austria, Paesi Scandinavi, Olanda e Svizzera, si nota il drastico calo del ricorso alla discarica, percentuali di recupero materia tra il 30 e il 50% e il resto a termodistruzione. Sembra proprio che il riciclaggio e la raccolta differenziata non siano incompatibili con il recupero energetico, ma forse complementari. Per avere un po' di numeri date un occhio agli atti della conferenza "Chiudere il Cerchio", promossa dagli Amici della Terra in ottobre di quest'anno. Questo perché il primo obbiettivo è l'abbandono della discarica. La discarica è il vero problema, fare discariche vuol dire consumare territorio, che non potrò più recuperare per decenni, con costi sociali e ambientali, oltre al fatto che lo dovrò monitorare a lungo. E' questo il primo target che si sono dati i paesi europei, con strategie varie, lavorando ad avere sistemi di gestione rifiuti, magari poco romantici, ma certo pragmatici ed efficaci, basati su logiche industriali ed economie di scala, non sul campanilsmo o su un certo ambientalismo pauperista che scarica sulla società i costi delle proprie tare ideologiche. Ecco perché non sono tra quelli che si strappano i capelli sull'articolo 35 dello "Sblocca Italia". I soliti guaiscono che tale decreto sia un regalo alle camorre e una jattura per i territori e già gli amministratori del nord alzano le barricate. Il decreto elimina le restrizioni tra le regioni per la gestione dei rifiuti urbani e speciali che queste non siano in grado di trattare, richiedendo che gli inceneritori esistenti vadano a pieno regime. Questo per ridurre i rifiuti esportati all'estero, con costi che paga tutto il paese, e ridurre le sanzioni che regolarmente ci commina l'Europa per non aver ancora provveduto a costruire un sistema su tutto il territorio di gestione programmata dei rifiuti, non ché aver fatto decisi passi verso l'abbandono della discarica (che l'Italia usa ancora per oltre il 45% dei rifiuti prodotti, contro il 3-4% dei paesi prima citati). Evitando le discariche si evitano anche le camorre varie. Garantito. Con tale misura, inoltre, si abbattono i costi degli impianti in esercizio. Certo la cosa va affinata, vanno premiati i territori che non devono ricorre a tale misure - magari con sgravami sulla tassazione dei rifiuti - e sanzionati quelli che vi ricorrono, magari ribaltandogli le tasse sui rifiuti dei territori che sono stati più lungimiranti, in tal senso vi invito a leggere questo articolo del prof. Massarutto circa L'utilizzo di un meccanismo tariffario per mettere in moto dei circuiti "virtuosi" di incremento delle differenziate sia laddove esse sono già mature, che dove languono. Sono fortemente convinto che se ci dotiamo di un sistema industriale integrato, dove anche i trattamenti termici servono (non occorrono tanti forni, ma solo i necessari e va potenziata la produzione di CSS) e non poco, ambientalmente controllato ed economicamente sostenibile, allora potremmo avere benefici per l'intero paese. In questa fase i campanilismi non servono, ma serie prese di reponsabilità sì.
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