lunedì 28 settembre 2026

La "diplomazia dell'acqua" tra grandi continenti e piccoli campanili

L'accesso alle risorse idriche è da quando è iniziata la storia umana motivo di guerre e conflitti, in passato molto spesso le guerre venivano combattute deviando fiumi per assetare i nemici oppure per allagarli (pensiamo ai Veneziani con i Pontifici o ai Sabaudi con gli Austriaci....), e lo è ancora oggi, con attacchi a infrastrutture idriche in varie parti del mondo. L'acqua è un bene prezioso e lo sarà sempre di più, anche laddove prima era abbondante, pensiamo ai casi di razionamento idrico anche nel nostro paese, sempre più frequenti con il divenire strutturali di lunghe fasi siccitose.

Eppure in alcune parti del mondo si tenta un percorso diverso. Da decenni esistono patti multilaterali tra più Stati proprio nel continente più martoriato dalla difficoltà di accesso all'acqua e da conflitti spesso ferocissimi. L'Africa.  Dal Senegal al lago Ciad, in alcuni casi gli accordi tra Stati trasformano i fiumi condivisi in strumenti di negoziato politico 1). Questo tipo di accordi non solo coinvolgono le Istituzioni di Governo dei vari Stati, ma anche la comunità Tecnica e Scientifica e le realtà locali, si creano occasioni di collaborazione, confronto e convivenza che consentono una gestione non conflittuale dell'acqua, una distribuzione equa e una tutela della risorsa. Alcuni di questi enti operano ormai da oltre 3 decenni. Certo non è tutto rose e fiori, soprattutto quando ci sono governi malcelatamente autoritari che utilizzano le megaopere infrastrutturali come strumento di propaganda, ciò genera tensioni e conflitti, è il caso della  Julius Nyerere Hydropower Station, enorme diga sul fiume Rufiji in Tanzania, frutto di ingenti investimenti dell'Egitto che vorrebbe in qualche misura riuscire a creare una propria primazia regionale. Sarebbe opportuno che vi fossero sistemi di supporto finanziario a queste iniziative che non consentissero a nessuno Stato di poter in qualche modo esercitare una funzione prevaricatrice. In tal senso queste esperienze funzionano nella misura in cui trovano anche un'adeguato supporto democratico e sorgono su basi paritetiche. Nel complesso, però, il modello è tra le esperienze più originali e positive espresse dal continente Africano. 

A casa nostra, invece, risulta difficile far capire che un  fiume è un corpo unico, pur con molte sfaccettature e peculiarità e che le dinamiche fluviali non si curano molto dei confini amministrativi. Una gestione coordinata e unitaria è pertanto auspicabile, per poter garantire tutela dell'ambiente e della disponibilità idrica. Questo, però, non sembra tanto chiaro dalle nostre parti, dove si ritiene che il Parco Interregionale del delta del Po, frutto della messa a fattor comune delle risorse di Veneto ed Emilia Romagna sia ritenuto da qualcuno un carrozzone e in nome dell'autodeterminazione dei popoli e delle autonomie locali (!) c'è chi in Consiglio Regionale Veneto propone di abolirlo 2), ovviamente basandosi - come su altri temi per altro - su convinzioni frutto di elaborazioni piuttosto demagogiche e irrazionali.

Se c'è una cosa che dovremmo aver imparato dal passato, anche recente è che le acque richiedono gestioni unitarie e competenti.


1) Perché la diplomazia dell’acqua può aiutare l'Africa

2) Parco Delta del Po: proposta di legge contro l’ente unico interregionale

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