giovedì 16 agosto 2018

Addio Addio Idrocarburo Mio


Addio Addio Speranza ed Anima, recita una famosa aria del Rigoletto di Verdi. Lo stesso, da qualche anno oramai, si va dicendo in giro con, più  meno, la stessa enfasi, da parte di Governi, Istituzioni, Enti vari in merito alla fine dell'uso di fonti fossili e il passaggio definitivo a fonti rinnovabili. Uno dei motivi che portarono a far nascere questo spazio, oltre che per soddisfare le frustrazioni professionali e umane e l'ambizione di diventare "l'Alberto Angela dei Geologi" dell'Autore, è il tentativo di voler porre alcuni temi in merito alle questioni legate alle georisorse senza l'enfasi emotiva e la retorica facilona con cui troppo spesso vengono affrontate e che in qualche misura, come una sorta di strisciante conformismo, si sta affermando anche dentro la comunità "degli addetti ai lavori".
Relativamente alla questione della fine dell'uso delle fonti fossili come fonte energetica primaria per la nostra società tecnologica, gli allarmi e i proclami si sono susseguiti e si susseguono da tempo. A luglio 2018, ENEL presentava il "New Energy Outlook 2018" di Bloomberg relativo al nostro paese, in cui si affermava che nel 2030 il 90% della produzione energetica italiana deriverà da fonti rinnovabili (solare e idroelettrico su tutte), per essere al 100% nel 2050, con tassi europei prossimi per allora al 90%. A questo si dovrebbe accompagnare la scomparsa del termoelettrico. Elemento che qualche perplessità ci suscita (per esempio le centrali a biomassa e a CSS che fine faranno? E le industrie tipo fonderie/cementifici?) Il tutto mentre nel mondo avverrà un aumento della produzione energetica da carbone soprattutto per il contributo di Cina e India, le quali hanno davvero il pallino in mano per le future strategie di riduzione delle emissioni di CO2 su scala globale. Riduzione di emissioni che sono il principale motore per l'abbandono delle fonti fossili.
Il nostro modello di produzione energetica comporta emissioni di CO2 enormi, cosa che sta avendo effetti sul clima, probabilmente anche nel breve termine, e che in ogni caso, sta avendo influenza - probabilmente accelerando - sui trend climatici in atto, con tutto ciò questo comporti. Per questo oltre alla riduzione di emissioni di anidride carbonica, principale gas dell'effetto serra, si sta anche lavorando all'attività di "sequestro" della CO2, talora proprio nei giacimenti sfruttati di idrocarburi.
Lo sforzo in questa attività non è semplice, richiede una vera e propria rivoluzione dei nostri paradigmi tecnologi, economici e sociali e lo sviluppo di soluzioni per ora solo in fieri se non nemmeno questo. Lo conferma un studio pubblicato a giugno di quest'anno su Science, riassumibile laconicamente nel fatto che per oltre un quarto delle emissioni di CO2 non abbiamo idea di come fare per lo meno a ridurle, se non già eliminarle. Infatti, il 27% delle emissioni attuali deriva da attività, quali il trasporto, particolarmente quello navale, ma ovviamente anche quello su gomma, ed ovviamente anche attività industriali altamente energivore e con conseguenti altrettanto copiose emissioni come l'attività di produzione di cemento - materiale di cui per ora e nemmeno nel medio periodo, possiamo pensare di fare meno - la siderurgia. Non essere di ciò consapevoli e non averne contezza nelle strategie energetiche per il prossimo futuro, può portare solo a azioni claudicanti, per non dire velleitarie, quindi includenti.
Bisogna aver consapevolezza dell'importanza che hanno oggi le fonti fossili nel nostro modello di sviluppo e hanno avuto in passato, senza i paraocchi di ideologie varie, ma per avere appunto una visione concreta e realistica della situazione che sia punto solido di partenza per scelte ed elaborazioni di linee di sviluppo. In ambito europeo e Italiano, l'esplorazione e lo sfruttamento di Gas e Olio hanno svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del continente, ben superiore, paradossalmente alle risorse disponibili a livello europeo. Un processo che ha mobilitato forze ed energie, tra cui alcune delle migliori, basti pensare al ruolo di Cesare Porro (allievo di Stoppani, Pantanelli, Cappellini - mica pizza e fichi) nello sviluppo di AGIP e di Ardito Desio, solo per citare alcuni nomi, o al ruolo avuto nella ricostruzione del secondo dopoguerra e nel rilancio del paese del giacimento di gas di Caviaga (Piacenza) nel 1944, in allora il secondo in Europa dopo quello di Deleni in Romania, e ovviamente di quelli offshore e di quello di idrocarburi in Basilicata. Le guerre mondiali sono state d'impulso ovviamente alla ricerca di fonti fossili, segno tragico e indelebile del legame tra queste georisorse e la storia umana e del suo ingegno, basti pensare ai poliedrici usi degli idrocarburi, e delle sue miserie, basti pensare all'imponente problema dell'inquinamento da plastica. Un bell'articolo della British Geological Society espone senza retorica l'intreccio tra prospezione e sfruttamento degli idrocarburi in Europa ed evoluzione storico-economica del Vecchio Continente, proprio con l'intento di introdurre una base di consapevolezza razionale circa tale stretto legame, al fine di poter elaborare strategie future di revisione di questo rapporto, concrete e percorribili.
Ecco perché quando parliamo di abbandono di fonti fossili dovremmo abbandonare i romanticismi ed essere realisti. Se non vogliamo alla fine, restare invischiati nella retorica inconcludente e parolaia delle fonti alternative, così come rimasero invischiati nel bitume gli Smilodon di Rancho La Brea.

lunedì 2 luglio 2018

Rifiuti NELLE Emergenze

Rassereniamo subito gli animi, non sarà il solito pezzo che racconta le difficoltà del sistema di gestione rifiuti in questo paese a causa dei ritardi nella creazione di infrastrutture impiantistiche adeguate, delle norme farraginose, della burocrazia e delle chiusure preconcette delle comunità locali, avremo modo di divertirci più avanti su questa questione. Con questo articolo, si voleva porre il tema su una questione diversa. Ovverosia la gestione dei rifiuti derivanti da eventi calamitosi. Se ne parla in un interessante articolo, cui vi rimando, scritto da Pizzi e Lucignano, contenuto nella monografia dedicata alla questione sismica in Italia, redatto dalla SIGEA. La monografia raccoglie contributi sul tema disastri sismici, affrontando i molteplici aspetti della questione, compresa la gestione degli eventi, la ricostruzione e ovviamente la gestione dei rifiuti da Disastro. In un evento come un sisma, passato l'evento e soccorse le vittime, di solito, diviene prioritaria la ricostruzione e la riconsegna dei luoghi agli abitanti. Lo sgombero delle macerie è pertanto elemento non secondario, si vorrebbe solitamente che ciò fosse fatto presto, ma la questione non è così semplice. In primis perché i rifiuti in questione, non sono semplici rifiuti da demolizione, ma sono qualcosa di decisamente più complesso ed eterogeneo. Una gestione intelligente delle macerie, può consentire una riduzione non secondaria dei costi della ricostruzione e mitigare gli impatti sull'ambiente. 
Infatti, sebbene il ricorso a discarica potrebbe sembrare la soluzione più semplice, va segnalato che ciò ha dei costi molto forti e potrebbe, poi, pregiudicare l'ordinarietà della gestione dei rifiuti (cioé quelli prodotti in contesto normale), provocando la saturazione degli impianti di discarica. Una gestione, pertanto, che ne consenta attività di recupero, selezione e contenimento dello smaltimento, sono senz'altro preferibili. Ma non sempre tali pratiche sono facilmente applicabili in quei contesti. Ci può essere carenza d'impianti, oppure norme che non facilitino tali gestioni in quei contesti. L'articolo propone diversi di casi di studio, evidenziando come spesso siano stati necessari interventi normativi ad hoc, che consentissero talora il poter conferire fuori regione taluni rifiuti, talora l'attivazione di procedure d'urgenza per avere zone di deposito. Nei casi di studio visti - particolamente in quello abruzzese - va segnalato come si sia riusciti attivare meccanismi davvero efficaci anche per la tracciabilità dei processi di gestione rifiuti, altro aspetto decisamente importante, specie in eventi comque i disastri sismici, dove l'abbondanza e la subitaneità di rifiuti da gestire e la necessità di essere celeri nell'allontanamento potrebbe suscitare gli appetiti di taluni circuiti decisamente non virtuosi, che in un  modo o nell'altro potrebbero entrare in gioco. Nel caso abbruzzese invece, si è riusciti a organizzare un processo di gestione, ma sopratutto di suo monitoraggio in tempo reale e tracciabilità dei percorsi, in tempi rapidi e con schemi chiari e rigorosi. Un modello che, fatte le dovute revisioni e correzzioni si potrebbe ipotizzare di replicare a scala nazionale, sicuramente risulterebbe meno farraginoso, complicato e complicante di quello che è stato, o sarebbe dovuto essere il SISTRI, paradigma non solo dell'approccio delle Istituzioni alla gestione rifiuti, ma più in generale del Paese nel suo insieme.
L'articolo pone anche il tema di prevedere strumenti normativi più adeguate a contemplare le fattispecie oggetto di discussione, evitando di dover ricorrere a normative ad hoc o a deroghe alle esistenti, spesso fonte di discrezionalità o dilazione dei tempi. Ci si permette di aggiungere, ad ulteriore spunto di riflessione, che si dovrebbe ipotizzare una procedura che consenta di attivare alla bisogna siti di stoccaggio/trattamento temporanei, ove poter eseguire attività di recupero, le aree dovrebbero essere facilmente atrezzabili e dotabili di impiantistica mobile (ormai esiste un ampia gamma di macchine mobili per il trattamento di rifiuti solidi). Le aree in questione, potrebbero essere mappate e prevalutate negli aspetti principali (disponibilità, accessibilità, dotazioni...) e venire inserite nel piano di emergenza, inoltre si potrebbe pensare a delle sorta di procedure di pre-screening, che considerino già le matrici ambientali. In questo modo in caso di emergenza, si disporrebbe già di una sorta di piano d'azione per la gestione rifiuti.
Diversa e più complessa è la questione dei rifiuti da disastro, se si invece di sisma parliamo di alluvione, in quanto i problemi di contaminazione, di movimentazione e contenimento/stoccaggio diviene molto più complessa. Sarebbe interessante leggere una rassegna di casi di studio per questa tipologia di eventi, al fine anche qui di poter trarre alcuni spunti di ordine più generale.

venerdì 25 maggio 2018

CAVA e METTI

Finalmente il Veneto ha il suo PRAC (Piano Regionale Attività di Cava), o almeno si spera. Dopo un percorso lunghissimo iniziato nel 1982, con diversi tentativi da parte del Consiglio Regionale di approvare un piano, andando di deroga in deroga, finalmente la Regione si dota di questo importante strumento di pianificazione, lo fa perché costretta da un ricorso al TAR da parte dei Cavatori che non potendo proseguire, o meglio non potendo pianificare più con ragionevole certezza le proprie attività, hanno messo la Regione spalle al muro, costringendola a dotarsi di questo strumento. Mi ero interessato dell'argomento già nel 2014, in altre vesti e in altre sedi, si era nella prima giunta Zaia, il dibattito era caldo e sembrava si fosse alla volta buona. Invece sono passati altri 4 anni. Ritenevo e ritengo, fosse necessario un PRAC che, di fatto, si configurasse come un "decomissioning" o una riconversione dell'attività di cava nel territorio Veneto, perché un'attività così impattante non era più ancora sostenibile. La mancanza di strumenti di pianificazione definiti ha, infatti, fatto sì che, in vari casi, questo tipo di industria  abbia avuto pesanti ricadute sul paesaggio regionale (vedi le cave sui colli per esempio) e abbia generato elementi di dissesto idrogeologico del territorio (si pensi al caso delle cave sottofalda). Per questo era necessario una PRAC che andasse a avviare un percorso indirizzato a favorire le sistemazioni delle Cave esistenti, la sostituzione dell'uso di materiale vergine con riciclato di materiali da costruzione e demolizione e lasciasse l'attività delimitata  all'estrazione di quei materiali legati alle attività connesse con il restauro di beni artistici. 
In realtà ciò non è avvenuto. Leggendo il testo coordinato dei PDL 80 e 153 che costituiscono il piano si stima in 80mln di metri cubi il fabbisogno di materiale di cava nel prossimo decennio, di cui 12 mln derivano dalle "riserve" (cioé quanto già autorizzato nel regime "ipertransitorio" precedente) e circa 8 mln sono coperti con materiale da riciclo (il 10% può essere considerato un dato che indica un progressivo passaggio dal materiale vergine al recupero? Tenendo conto delle potenzialità di recupero regionali di rifiuti da costruzione&demolizione, direi proprio di no), percui sono sostanzialmente 60mln quelli che saranno autorizzati all'estrazione nel prossimo decennio. Che nella mente del Consiglio Regionale non vi sia una strategia di medio-lungo periodo, che pensi a un ruolo più ridotto per l'industria di cava lo testimonia anche l'assenza dell'introduzione di vincoli di fasce di rispetto verso elementi di pregio o sensibili es. discariche, che non si affronti il tema PFAS, viene per esempio ampliata la possibilità estrattiva di sabbie nelle zone dei comuni di Trissino e Arzignano, fortemente colpiti dalla contaminazione di PFAS e i primi a porsi il tema, chiedendosi se fosse saggio poter asportare terreni dal loro territorio sono state proprio le rispettive amministrazioni comunali. L'attività di controllo poi, è lasciata in maggior misura proprio ai comuni, con l'ausilio di ARPAV. Ma ben pochi sono i comuni che possono avere strutture e risorse adeguate ad assolvere veramente a tale incombenza. 
Insomma si è adottato un PRAC che legittima l'esistente, tranquillizza in parte gli operatori del settore, ma non pone le basi per affrontare le esigenze future del territorio e risolvere le criticità esistenti. Mi sarebbe paciuto leggere sul tema qualche parola chiara dall'Ordine Regionale dei Geologi (similmente a come mi sarebbe piaciuta leggerla su molte altre questioni), ma non ho avuto tale opportunità. O forse ero semplicemente distratto.

lunedì 16 aprile 2018

Geologi e Protezione Civile. Un impegno inevitabile

Il Sistema di Protezione Civile, pur con tutti gli acciacchi che una gestione non felicissima negli ultimi anni ha provocato, è sicuramente una di quelle cose di cui l'Italia può andar fiera. Un corpo di volontari, di ogni ordine e grado, in cui numerosi professionisti danno a titolo gratuito il proprio contributo, pronto ad agire in occasione di piccoli e grandi problemi. Dalla regolazione del traffico durante qualche calca, al soccorso di dispersi, all'assistenza in caso di sisma, alluvione, alla diffusione di una cultura della Sicurezza, della Consapevolezza del proprio Territorio e delle sue dinamiche e della Tutela dell'Ambiente. In questo sistema penso che l'impegno dei Geologi sia imprescindibile, per vari ordini di ragioni. Il primo, io credo che un Geologo, a prescindere dalla sua specializzazione professionale, debba avere contezza del  contesto territoriale in cui vive, delle sue dinamiche, delle sue criticità. E per questo debba anche essere cittadino attivo nel segnalare eventuali problematiche e allertare in caso di indirizzi forieri d'aggravio dei rischi ambientali da parte di chi il territorio lo gestisce. Insomma essere una sorta di coscienza critica della Società rispetto a come questa interagisce con l'Ambiente. Per questo un Geologo non può essere un imbelle, un indifferente, un astenuto. Deve partecipare, essere punto di riferimento pacato e razionale, combattendo ciarlatanerie e paure irrazionali, con la forza del proprio bagaglio culturale, e con la credibilità dei propri studi (per questo i colleghi fanfaroni vanno additati e marchiati). Questo impegno può essere diretto - andando a partecipare a momenti di competizione democratica, oppure attraverso forme associative e di volontariato. La Protezione Civile che più di ogni altra si occupa di quotidiana prevenzione dei georischi è il luogo ideale per un Geologo per mettere al servizio le proprie competenze, vivere il proprio territorio, costruire un clima di fiducia attorno alla propria figura (intesa come categoria non come singolo individuo). Se vogliamo che in questo paese dove i georischi sono tanti, ma la consapevolezza e i Geologi troppo pochi, dobbiamo impegnarci, affinché l'utilità della Geologia sia ben chiara al corpo sociale. Insomma, se vogliamo rivoluzionare il modo di percepire e interagire tra la geosfera e l'antroposfera dobbiamo essere strumenti visibili e tangibili di tale rivoluzione.

domenica 8 aprile 2018

Dinosauri e Fuffa

Il mitico Theropoda Blog, commissario alla Paleontologia quando il proletariato geologico prenderà il potere, giustamente si è stizzito quanto ha letto questo articolo "The demise of dinosaurs and  learned taste aversions: The biotic revenge hypotesis" . Lo segnaliamo come ottimo esempio di pessima pubblicazione scientifica. E perché immaginiamo che se finisse in mano a qualcuno dei giornali principali, visto che i Dinosauri sono argomento che interessa molto, ci sarebbe un bel titolone del tipo "I dinosauri estinti perché mangiavano piante velenose".  E il solito pessimo approfondimento - pratica che favorisce la diffusione di stereotipi sui dinosauri e sulla Paleontologia in genere. Gli autori non sono Paleontologi, ma forse vorrebbero esserlo, e si lanciano in questa ardita rivisitazione delle teorie sull'estinzione dei dinosauri, forse per fare i fighi con le loro ragazze. E' vero, infatti, che se dici che fai il Paleontologo, per la gente diventi immeditamente un cacciatore di dinosauri, che sono ovviamente fighissimi e quindi lo diventi anche tu. Poi se magari sei uno che studia i Briozoi te lo tieni per te, con vergogna. Ma torniamo all'articolo, l'ipotesi presentata è che i dinosauri si siano estinti poiché si sarebbro ingozzati di piante velenose, perché incapaci di sviluppare la capacità di associare un effetto negativo a un sapore e, quindi, a un cibo. Cosa che sanno fare benissmo i ratti per esempio. Su cosa si basa questa asserzione? Onestamente non l'ho capito, a parte forse un ardito parallelismo con dei caimani sottoposti a un esperimento per capire se erano in grado di sviluppare una memoria dei cattivi sapori e da cui sembrerebbe di no. I Caimani sono stati scelti poiché i vari "coccodrilli" discendono da antenati comuni con i dinosauri (oltre 250milioni di anni fa!!) e, quindi, sarebbero ritenuti assai affini - un po' come se per capire cosa piaceva mangiare a Leonardo da Vinci, lo chiedeste al bisnipote del suo vicino di casa. Nell'articolo ci sono un sacco di contraddizioni e di vere castronerie, tipo: i dinosauri sarebbero arrivati stremati all'impatto col meteorite, da questa loro dieta a base di angiospereme tossiche - di cui non si conosce l'effettiva presenza, è un'illazione che andrebbe verificata analizzando, udite udite, il contenuto degli insetti inglobati dell'ambra, Jurassic Park arriviamo - ricevendo il colpo di grazia (nel corso dell'articolo gli autori prendono coraggio e metteno un po' in dubbio sta storia del meteorite, ritenendo più solida la loro ipotesi). Si prosegue poi ritenendo che questo problema fosse sopratutto dei grandi sauropodi, evidentemente troppo tonti per associare un sapore alla tossicità - eventuale - di certe piante, mentre gli erbivori più piccoli sarebbero stati più svegli e questa caratteristica sarebbe stata ereditata anche dagli uccelli, che, infatti, sono ancora qui. Peccato che gli uccelli, evolvano nel Giurassico da dinosauri CARNIVORI e non da piccoli erbivori. Inoltre, gli uccelli SONO dinosauri, per cui questi ultimi non si sono affatto estinti - ma sorvoliamo anche su questo, perché se il problema sono i tonti sauropodi, va detto che la loro età dell'oro é stata il Giurassico, nel Cretaceo sono molti meno, i principali gruppi di erbivori sono gli Hadrosauri e i Ceratopsidi, che anche secondo gli autori  erano in  grado di evitare il problema piante tossiche per via del loro efficente apparato masticatorio (??), e quindi ste piante tossiche? Boh non si capisce. Concludendo, questo articolo di Paleontologia, scritto da NON Paleontologi, NON si basa su nessuna evidenza fossile, di fatto NON si regge nemmeno su elementi che potrebbero ricavare da fenomeni ambientali comparati, e si contraddice spesso e volentieri. Insomma NON è Paleontologia. 
Perché ne abbiamo parlato dunque? Perché ci è sembrato un buon modo per mettere in guardia dalla troppa fuffa che gira anche per le Scienze della Terra. Per dare alcuni elementi per distinguerla. Se la conosci la eviti e sopratutto non ti abbindola.

giovedì 8 marzo 2018

Abbiamo finito i metalli?

La questione della disponibilità di metalli per l'umanità è tutt'altro che secondaria. La nostra tecnologia si basa su elementi metallici. Il fabbisogno dei metalli è tutt'altro che in calo e mano a mano che i paesi in via di sviluppo raggiungono tenori di vita via  più prossimi agli standard occidentali, tali fabbisogni sono destinati a crescere ulteriormente e notevolmente (è lo stesso per i fabbisogni alimentari), il riciclo dei metalli, che per altro non è ovviamente ugualmente sviluppato e efficiente nelle varie aree, non copre tutta la domanda. Per cui l'industria mineraria è un asset fondamentale per la nostra società. Tra l'altro il suo progresso tecnologico consente di aumentare la nostra disponibilità di questi beni. Infatti, le riserve globali di metalli, ossia quella parte di queste Risorse effettivamente estraibili in modo economicamente sostenibile, aumentano (quindi, chi dice che tali disponibilità sono in calo, in realtà non la racconta giusta). Oggi l'uso del satellite, di droni e ovviamente di tutto l'armamentario del buon trivelllatore, consente di individuare nuovi potenziali giacimenti e la profondità di estrazione sta decisamente aumentando, rendendo accessibili nuovi punti di estrazione. L'industria mineraria è però, ovviamente impattante ambientalmente, si pensi che nel decennio 2005-15 almeno il 10% della deforestazione dell'Amazzonia è stato dovuto all'attività estrattiva, e diversi eventi di pesanti inquinamenti di acque superficiali si sono dovuti a sversamenti dai centri di lavorazione mineraria. Vi è poi, il tema delle condizioni di lavoro che vi sono in diversi centri minerari, sopratutto quelli ubicati in Africa (ne abbiamo già parlato) o in Asia, dove non vi è nessun riguardo per la sicurezza e la salute dei lavoratori, che sono malpagati e in condizioni di semischiavitù e dove imperversa lo sfruttamento minorile. Anche di questo ne abbiamo parlato, ragionando sul Cobalto. Da questo punto di vista bisgnerebbe imporre a livello globale una sorta di marchio di "qualità" che certifichi che determinati beni minerari provengono da giacimenti gestiti con canoni di sicurezza, rispetto dei lavoratori e dell'ambiente. Segnaliamo in tal senso la rivista GEOCHEMICAL PERSPECTIVES, che ha dedicato un numero monografico allo stato dell'arte dell'attività estrattiva livello globale in  cui non solo si fa un riepilogo delle principali tipologie di giacimenti esistenti, ma si fornisce un aggiornamento sulle nuove tecniche di prospezione mineraria, di modalità di estrazione e lavorazione dei minerali e si fa il punto sulle riserve disponibili non che sulla situzione di mercato e sulle modalità organizzative dell'attvità mineraria, anche da un punto di vista gestionale e economico. Inoltre, cosa che ci è piaciuta assai, vengono poste anche le tamatiche socio politiche connesse al settore. La rivista è, quindi, interessante perché affronta in maniera ampia e interdisciplinare una tematica indubbiamente Geologica, riportando in auge (ma all'estero lo è, è qui che ci siamo persi), la cosidetta Geologia Economica, che correla le tematiche Geologiche a quelle sociali, ricordandoci che là fuori, una Geologia più grande esiste e che i Geologi non sono tecnici di mero supporto, ma Tecnici protagonisti del progresso ambientale e socio economico.


http://www.geochemicalperspectives.org GEOCHEMICAL PERSPECTIVES
http://www.nridigital.com MINE MAGAZINE

martedì 16 gennaio 2018

foraminiferi e metalli pesanti

I foraminiferi sono uno straordinario gruppo di eucarioti. Per più di uno studioso rappresentano l'apice dell'evoluzione delle forme unicellulari. Quando mi dedicavo, in anni universitari, agli studi di micropaleontologia, ricordo bene la domanda frequente di colleghi di altri indirizzi geologici (petrografi maledetti, idrogeologi spocchiosi etc) non che di qualche esterno cui spiegavo la mia Tesi di laurea: "ma a che cosa servono ste bestioline morte?" Vagli tu a spiegare con pazienza, resistendo all'impulso di spaccargli il microscopio in testa, che hanno una importante valenza nel record geologico, sono utilizzati in biostratigrafia, ricostruzioni paleoambientali, paleoecologiche, paleoclimatiche e ricostruzioni stratigrafiche. sia le forme bentoniche e che planctoniche producono gusci dalle forme disparate e di straordinaria bellezza. Con i nummulites, raggiungono dimensioni davvero impressionanti, ci sono forme con gusci di dimensioni centimetriche, tanto da costituire vere e proprie "barriere coralline" nell'Eocene (si veda scala del tempo geologico a lato nella pagina). Sono fondamentali nella ricerca petrolifera, poiché consentono di individuare le aree più promettenti per fare prospezione, memorabile resta il tomo "Foraminiferi Padani" redatto da ENI. Era tempo perso. Ma il tempo, i geologi ben lo sanno, è galantuomo.
Ormai, infatti, si è consolidata anche un'altra applicazione del loro studio. Si sono rivelati utilissimi bio-indicatori per la presenza di particolari inquinanti negli ecosistemi acquatici, in particolare le forme bentoniche. In vari studi su faune viventi si è osservato come  in presenza di determinate tipologie di contaminazione, forse per protezione, sviluppino inspessimenti o sovrastrutture nel guscio.
Un recente studio di Frontalini et alii (1), pubblicato su Marine Micropaleontology, conferma ulteriori aspetti, legati agli effetti di un eccesso nella presenza di metalli pesanti -  in particolare, correlati a contaminazioni di Zinco, Mercurio e Piombo su faune bentoniche - quali danneggiamenti a livello cellulare, con forme di degrado a livello di citoplasma e di organelli vari, oltre che appunto irregolarità nel guscio. Si sono simulate diverse situazioni di esposizione, testando due generi di foraminiferi: l'Ammonia parkinsoniana, già oggetto di diversi studi come bioindicatore, per esempio degli effetti del Pb - Frontalini et alii (2), e Pseudotriloculina rotunda, rilevando come a vari livelli di contaminazione corrispondano varie forme di danneggiamento cellualre, fino al caso massimo di morte della cellula.
Ciò permette di poter utilizzare i foraminiferi bentonici come indici biologici, sia per rilevare la presenza di contaminazioni da metalli pesanti, sia per stabilire quanto queste siano prolungate e valutare quale sia il grado di degrado dell'ecosistema, sia  come indice per verficare l'efficacia degli interventi di biorisanamento. Su questi c'è da dire che vi è una corposa letteratura ormai, e un importante ruolo di ricercatori italiani.
Inoltre, avvalendosi del principio dell'attualismo di Hutton, imparando a correlare le aberrazioni dei gusci ai fenomeni di contaminazione, analizzando il record fossile si può arrivare a riconoscere fenomeni di "inquinamento" del passato, che in questo caso non avranno origine antropica, ma diversa. E questo può servire per prevedere gli effetti che un evento di contaminazione può avere su un ecosistema attuale.
Ecco un caso evidente di applicazione pratica della micropaleontologia. Alla faccia di chi me lo chiedeva.

riferimento
(1) Benthic foraminiferal ultrastructural alteration induced by heavy metals,  Frontalini F., Nardelli M.P., Curzi D., Martín González A., Sabbatini A., Negri A., Losada M.T., Gobbi P., Coccioni R., Bernhard J.M, Marine Micropaleontology, Volume 138, January 2018, Pages 83-89
(2)  Effects of lead pollution on Ammonia parkinsoniana (foraminifera): ultrastructural and microanalytical approaches,  F. Frontalini, D. Curzi, F.M. Giordano, J.M. Bernhard, E. Falcieri, R. Coccioni, European Journal of Histochemistry 2015; volume 59:2460