martedì 1 giugno 2021

Non facciamo Economia della Geologia

V'era un tempo in cui esisteva la Geologia Economica. E c'è ancora. Ma questa disciplina è solitamente legata ai concetti di quantificazione delle risorse, sopratutto di tipo minerario. Oggi con le necessità di metalli pregiati per le nuove tecnologie siamo a una sorta di seconda giovinezza, dopo i fasti del boom petrolifero. Il rapporto, quindi, tra Geologia ed Economia fino ad oggi è stato di tipo utilitaristico. La Geologia come strumento di quantificazione di beni e utilità. Oggi questo rapporto potrebbe, ma sopratutto dovrebbe, cambiare, verso una sorta di "collaborazione" tra le due discipline per l'elaborazione di un modello di sviluppo economico diverso, in particolare di nuovi parametri economici che tengano conto della sostenibilità ambientale. Ossia la Geologia che rielabora gli indici economici per legarli anche al costo ambientale da essi rappresentato, in termini di emissioni di CO2, consumo di matrici ambientali...

Se solitamente si ritiene di rappresentare il modello economico capitalista come il più ambientalmente rapace, poiché si ritiene, correttamente o meno votato alla massimizzazione del profitto a scapito del benessere sociale e ambientale e ovviamente a favore di un gruppo ristretto è pur vero che la situazione  è più complessa. Un'analisi delle economie pianificate, rileva come l'impatto delle stesse sull'ambiente sia stato e sia tutt'altro che modesto, basti pensare al contributo alle emissioni di CO2 dato dalla Cina con l'avvio massiccio dell'uso del carbone, o il degrado ambientale generato dalle attività industriali sovietiche. Ciò si è dovuto sia spesso alla scarsa tecnologia adottata, sia una sostanziale necessità di ottenere determinati standard produttivi a prescindere dalle ricadute ambientali e sociali aggiungiamo. Riteniamo che ciò si debba, però, per lo più al fatto che i regimi con economia pianificata sono stati e sono NON democratici, per cui non vi è possibilità che l'opinione pubblica possa in qualche modo operare in tal senso, così come organi a ciò preposti.  Nelle più democratiche società capitaliste alla fine scatterebbero dei meccanismi legati alla presenza di informazione libera e di organi indipendenti, che andrebbero a bloccare le attività economiche eccessivamente ambientalmente negative (spesso, però, ciò avviene con la mera delocalizzazione delle stesse, proprio in contesti governativi più "duttili"). Ciò è vero fino a un certo punto, poiché non mancano anche nei paesi a economia di mercato esempi di modelli economici ambientalmente perniciosi e di politiche di fatto portanti al peggioramento globale per l'ambiente. Vedi il recente esempio delle politiche di Trump che certo socialista non era.

Infatti, nelle economie di mercato è il PIL l'indicatore che misura il benessere generale e un buono stato dell'economia. Ma è questo indice corretto rispetto alle esigenze odierne? Non trascura  la misurazione di taluni indicatori di sviluppo che sono oggi fondamentali? Il Pil per come è concepito oggi, può serenamente certificare che un determinato stato sta pompando sulla produttività, ma questo potrebbe avvenire con estremi impatti ambientali. Vedi il caso di molti dei paesi "in via di sviluppo". Che fare quindi? Ripensare il modello economico? Abbracciare l'utopica decrescita felice e abbandonare il mito della produttività? Dubitiamo che ciò porterebbe al mantenimento della sostenibilità degli Stati sociali nel medio lungo termine anche negli stati più floridi. Va quindi ripensato il PIL. Agli attuali parametri di calcolo vanno aggiunti anche elementi come le tonnellate equivalenti di CO2 emesse e il differenziale delle stesse rispetto agli anni precedenti, i danni da eventi meteorici estremi, i costi per il contrasto all'erosione costiera gli oneri pluriennali per la bonifica dei siti contaminati e la gestione post mortem delle discariche, gli impatti della transizione energetica. Insomma, va impostasta una "nuova contabilità ambientale". E i Geologi devono iniziare a studiare Economia. E ripensarla.

lunedì 8 marzo 2021

E' sempre più verde la transizione degli altri

Il tema della "transizione ecologica", ovverosia sia il passaggio dall'attuale modello socio-economico e tecnologico a uno meno energivoro, a ridotte emissioni di CO2, o meglio con saldo di emissioni di CO2 circa 0 è quanto mai di stretta attualità e impellenza. Addirittura noi italici ci abbiamo persino dedicato un ministero. Di solito, però, quando una cosa diventa un "Ministero", significa che diventa più complicata e inconcludente. Speriamo bene. Va detto che questa tensione alla transizione, spesso fa intraprendere politiche o vie di sviluppo non sempre coerenti, in alcuni casi vi sono passaggi troppo bruschi, in altri casi si fanno voli pindarici, in alcuni si cade nel velleitarismo, in altri si fanno scelte poco avvedute. Basti pensare, per esempio, alle preclusioni sull'uso del gas per la transizione o alle mancate efficientazioni energetiche o alla corsa alle tecnologie verdi, che così verdi talora non sono. Due esempi di come si dovrebbe essere prudenti e ponderati sul tame ci vengono dall'uso del combustibile da legname e dal tema delle auto elettriche.

Partiamo con l'uso del legno per produzione di energia. La pratica di sfruttamenti sostenibili di boschi per questo tipo di attività sta diventando molto diffusa nelle repubbliche baltiche e in Russia. Si tagliano boschi in maniera selettiva e il legno è lavorato per essere usato come combustbile in centrali energetiche, mentre le piante tagliate sono sostituite di nuove. Teoricamente questo processo si ritiene siana saldo 0 in termini di emissioni di CO2. Tagli un albero "adulto" e lo bruci, lo sostituisci con piante giovani, che nella crescita assorbiranno anche più CO2 di quanta ne è stata prodotta con a combustione del loro predecessore. C'è un, però. Questo "saldo 0" di anidride carbonica non è istantaneo. E' più un "mutuo", io spendo la CO2 ora bruciando l'albero, e te la rendo poco a poco con l'assorbimento delle piante giovani. Un articolo recente del Guardian, proprio sulla gestione di queste risorse in ESTONIA, evidenzia come questo squilibrio temporale, di fatto, mini la sostenibilità dell'intero processo, ed anzi lo renda controproducente. Infatti la liberazione della CO2 adesso, per la combustione degli alberi, peggiora ADESSO la problematica dell'aumento di questo gas serra nell'atmosfera, aggravando gli effetti connessi. Il "ripagamento del debito" è differito nel tempo, quindi, si rischia che i suoi benefici arrivino troppo tardi, quando ormai il danno è bello che fatto. Le prime evidenze sembrerebbero dismostrarlo. Oltre al fatto che comunque si generano non pochi impatti sui boschi e la fauna con questa pratica di "coltivazione". Quindi, che si fa? si lascia perdere? Se si abbinasse a questi modelli, ossia dell'uso del legno nelle centrali a biomasse, un recupero di calore dei processi di combustione, per sostenere parti di riscaldamento delle utenze urbane, forse la pratica recuperebbere il suo valore ambientale.

 Vi è poi il tema dell'auto elettrica, o più in generale del settore tecnologico. Come mostra un articolo tratto dall'Astrolabio - ma ve ne sono ormai molti di disponibili, anche questa strategia ha i suoi bei coni d'ombra, oltre la retorica e la propaganda. C'è, in primis, il tema delle emissioni di CO2 derivate dalla fase di produzione delle batterie. Vi è poi il tema dell'estrazione dei minerali che servono per tale componenstica, che spesso avviene in miniere in paesi in via di sviluppo in cui il degrado ambientale e lo sfruttamento sociale sono estremi. Anche qui i problemi ci sono e vanno dichiarati, per poter essere compiutamente affrontati. Inoltre la qustione dell'approvvigionamento delle terre rare e degli altri minerali usati nelle tecnologie cosidette "green", ha grandi implicazioni geopolitiche e sta generando conflitti latenti o palesi per l'accaparramento di tali risorse. E' necessario che vi siano delle regole condivise per le metodologie di estrazione e che si arrivi a una sorta di "certificazione di origine controllata" sui minerali estratti, in modo che si sia certi che l'estrazione è avvenuta secondo criteri di responsabilità ambientale e sociale, ma questo richiede regole certe e strumenti di controllo e sanzione effettivi, laddove necessario. Inoltre, forte efficienza, quando i beni costruiti con questi minerali sono a fine vite, è necessario vi siano adeguate impiantistiche per il recupero degli stessi, onde appunto  evitare monopoli neli approvvigionamenti. Insomma un ripensamento complessivo dello sbandierato "green new deal", che non si fa ne solo con le buone intenzioni, ne senza rompere qualche uovo e sopratutto di certo non a slogan.

mercoledì 19 agosto 2020

Onda su Onda alla fine 5G

Ultimamente il tema dei campi elettromagnetici è piuttosto in voga, siamo nell'era dei cellulari e della connessione, del wireless e del cloud, vogliamo poter scaricare sempre più velocemente, poi contestualmente assecondiamo campagne di demonizzazione  "delle antenne". Orbene non vogliamo minimizzare o banalizzare il tema, ma ricordare che siamo ogni giorno volenti o nolenti, a prescindere dalle nostre tecnologie immersi nelle radiazioni. Da quelle ultraviolette del nostro amato Sole, che ameremmo meno se non avessimo una serie di protezioni dal medesimo. Da quella offerta dall'atmosfera e dal famoso strato di Ozono, a quella ancor più preziosa, ma misconosciuta, del campo magnetico terrestre. Che per altro a sua volta appunto ci circonda con le sue di onde, e abbiamo poi le radiazioni dovute al decadimento dei radionuclidi presenti in abbondanza nella crosta terrestre. Il campo magnetico terrestre è generato da un mix di fattori in primis la rotazione del nucleo esterno costituito per lo più da ferro e manganese fusi, unitamente a fenomeni che avvengono in ambito atmosferico (ionosfera e magnetosfera). Il campo magnetico terrestre è fluttuante nell'intensità e nell'orientazione. Le cause di ciò non sono ben chiara ad oggi, quello che è certo è che esistono momenti in cui il campo quasi si azzera e ciò espone in maniera pesante  il nostro Pianeta alle radiazioni solari. Tanto per la cronaca siamo in una fase di riduzione dell'intensità del campo, dopo un picco avvenuto circa 2500 anni fa. Non è ancora chiaro se ciò preluda ad un inversione del campo, di certo prelude a problematiche connesse all'esposizione all'attività solare, che vanno dalle interferenze con la nostra tecnologia e sopratutto con la biosfera. Perché parliamo di questo? Perché in questi tempi è montata in modo sconsiderato come troppo spesso accade su molti temi, la questione 5G, e volevamo ricondurre, nel nostro piccolo, il tam alle dimensioni che dovrebbe avere, ossia un tema di attualità tecnologica, ma non un segno della ventura Apocalisse.
Volevamo scrivere da tempo un articolo sul tema 5G. Questo perché sulle tecnologie 5G si sono levate le ennesime campagne antiscientifiche e irrazionali, e siccome per noi la battaglia per la razionalità è l'unica vera battaglia che merita di essere combattuta, abbiamo deciso di approfondire il tema. Ci siamo pertanto documentati un po'. Il 5G è lo standard di 5° generazione per la comunicazione mobile che segue i precedenti 2G, 3G e 4G e che permetterà più connessioni contemporaneamente, con velocità più alta e tempi di risposta molto più rapidi. Questo risponde ad una ben precisa richiesta di mercato, legata all’aumento vertiginoso del traffico dati richiesto dagli utenti negli ultimi anni. La principale differenza tra le antenne 5G e le precedenti consiste nel fatto che le antenne 2G, 3G e 4G sono STATICHE, cioè irradiano in tutte le direzioni costantemente nel tempo, mentre le antenne 5G sono dinamiche e irradiano potenza selettivamente mediante un fascio stretto solo nella direzione dove si trova il terminale d’utente e solo nella misura richiesta dalla qualità del collegamento. La direzione cambia molto velocemente con granularità temporale dell’ordine dei millisecondi, trasmettendo istante per istante solo nella direzione del terminale dell’utente (1). E' altresì da riportare che finora, a dimostrazione di come molto sia campato su pregiudizi e autentiche corbellerie, che le misure sino ad oggi condotte da varie Agenzie Regionali per l'Ambiente NON abbiano evidenziato alcuna anomalia e che sia le Agenzie Regionali  per l'Ambiente che il Sistema Nazionale di Protezione Ambientale il tema lo stanno affrontando in maniera decisamente organica e significativa (2), ovviamente si dirà che sono indagini di parte e condizionate dalla lobby che ci vuole tutti morti. Auguri (Bei tempi quando certa gente la potevi mandare a rieducare scavando canali in Siberia, invece adesso te li ritrovi nelle istituzioni (3).  Ciò non di meno, fortunamente in Parlamento qualcuno di buon senso c'è ancora, anche dove non ti aspetteresti (4) Ciò detto abbiamo anche capito che ci sono già diversi articoli e documentazioni ben fatte sul tema, per cui vi riserviamo in calce alla presente una selezione, risparmiandovi un nostra rimasticatura:

(1) Query Online

(2) Nordest Economia  SNPA

(3) Medbunker     Wired 

(4) Il Fatto Quotidiano

 

venerdì 1 novembre 2019

L'Anidride Carbonica: obbiettivo clima.

Non mancano ogni giorni i discorsi di attualità sul ruolo dell'anidride carbonica come agente climalterante. Il tema di oggi è come ridurre le emissioni che le attività antropiche provocano e come si possa "sottrarre" CO2 all'atmosfera per ridurne l'azione di gas serra e, quindi, le sue ripercussioni sul clima. Ovviamente, sebbene nessuno neghi che il clima cambi, anzi per tutti è sempre cambiato e sempre cambierà, vi è da capire quanto nella velocità con cui oggi avviene questo cambiamento sia dovuto alle interazioni dell'antroposfera con le dinamiche planetarie. Grande protagonista di questo ragionamento è, appunto, la CO2, sulle cui dinamiche l'azione umana ha pesantemente influito. L'alterazione del ciclo della CO2 non riguarda solo il suo aumento nell'atmosfera a seguito delle emissioni antropiche, con i noti effetti sul riscaldamento globale e l'alterazione climatiche, ma anche tutto ciò che a tali emissioni è legato: l'acidificazione degli oceani con variazione delle correnti e quindi ulteriori effetti sul clima, la deforestazione, l'erosione del suolo, etc etc.
I negazionisti più sottili, al fine di smontare la questione climatica spesso cercano di sminuire il ruolo dell'Anidride Carbonica quale fattore incisivo, al fine anche di contestare le politiche volte a un suo contenimento/riduzione. In realtà, il record geologico ci soccorre anche stavolta nell'evidenziare quanto ciò sia infondato. Geochemical Perspectives, rivista della Società Geochimica Europea, ha dedicato nel 2018 un numero monografico sulla questione, curato da Wallace Broecker, professore di Geologia alla Columbia University, pioniere nelle scienze del clima, per altro, purtroppo, rientrato nel ciclo del carbonio (terminologia da Geologi per dire "venuto a mancare") a febbraio di quest'anno.
In questa monografia Broecker evidenziava il ruolo svolto dalla CO2 in precisi momenti nella storia della Terra in cui vi sono stati importanti cambiamenti climatici.
La CO2 è uno dei gas responsabili dell'effetto serra (un altro e più potente e il vapore acqueo), ossia di quell'effetto per cui il calore emesso dalla Terra (o per riflessione dei raggi solari o per emissione dall'interno) viene trattenuto dall'atmosfera e riemesso verso la superficie terrestre. Di per sé questo processo non è negativo, se non ci fosse questo e la Terra non riflettesse parte del calore dei raggi solari, la temperatura terrestre media sarebbe di -5°C, è ben chiaro come, quindi, questo fenomeno sia fondamentale per l'abitabilità di questo pianeta. Ovviamente come tutte le cose, senza esagerare.
Un regolatore importante del ciclo della CO2 atmosferica, sono le acque oceaniche, l'ossido di calcio, derivante dai processi erosivi che viene scaricato con le acque superficiali negli oceani, determina la possibilità di precipitazione (che dipende a sua volta da fattori come pressione, temperatura, attività biogenica...) di carbonato di calcio. La cosa avviene sottraendo CO2 all'atmosfera, con conseguenze sul clima, viceversa fenomeni di acidificazione delle acque possono invertire il ciclo, così come la subduzione di sedimenti calcitici, con liberazione di anidride carbonica ed effetti globali sul clima. Anche nel suolo avvengono seppur con dimensioni e velocità diverse fenomeni analoghi. Sebbene sia possibile avere "campioni d'aria" solo fino a 800mila anni fa, tramite le carote nei ghiacci antartici, il record geologico comunque, pur nella sua complessità e incompletezza, ci consente di ricostruire alcuni momenti nella storia della Terra, di forti cambiamenti climatici in cui la CO2 ha avuto un ruolo, tutt'altro che marginale.
Nei primi 2 miliardi di anni la Terra era un luogo in tumulto, ma analogamente lo era il giovane sole. La sua luminosità era minore di quella attuale, perché i processi di fusione nucleare erano, diciamo, non ancora adeguatamente "carburati", si ritiene che la luminosità solare sia incrementata di almeno il 25% nei primi 4 miliardi e mezzo di vita solare. Come mai dunque la Terra nei primi 2 miliardi di anni, sembra non aver conosciuto periodi di basse temperature o addirittura fenomeni glaciali? Si ritiene che i gas serra, tra cui la CO2 (in quella fase vi era molto metano in atmosfera, il cui effetto serra è molto forte) abbiano avuto un ruolo determinante nel ridurre la dispersione di calore in un pianeta allora molto instabile.
Tra gli 800 e i 500 milioni di anni fa, nella fase finale del Precambriano, avvengono due eventi estremi detti della "Terra a Palla di Neve" un massiccio raffreddamento, con la formazione un'estesa coltre di ghiaccio sulla maggior parte della superficie terrestre. Vi sono evidenze di una bassa concentrazione di CO2 in quella fase, con conseguente riduzione dell'effetto serra, tale elemento, si ritiene accompagnato da alcune ciclicità astronomiche che avrebbero condotto a quelle dinamiche climatiche così estreme. Non è ancora chiaro cosa abbia provocato il crollo della CO2, Brocker ipotizza 2 elementi: un incremento dei tassi di sequestro di anidride carbonica nei sedimenti carbonatici e una forte azione fotosintetico delle comunità di organismi vegetali che in quel intervallo di tempo conoscono una forte espansione.
55 milioni di anni fa la Terra conosce invece un momento di elevate temperature il Paleocene - Eocene Termal Maximum (PETM per gli amici), che si ritiene causato da una collisione con un corpo spaziale (cometa o asteroide) che provocò l'abbondante rilascio di CO2 in atmosfera, probabilmente per la fusione di sedimenti carbonatici e per conseguenti attività vulcaniche connesse all'evento.
5 milioni di anni dopo la situazione cambia significativamente e geologicamente molto speditamente. Le evidenze le abbiamo sopratutto dalle analisi isotopiche dei gusci dei foraminiferi bentonici, ottimi indicatori per questo tipo di analisi. Dai dati risulta che il fondale oceanico, fin a quel momento in riscaldamento, repentinamente inizia a raffreddarsi, avviando un raffreddamento di almeno 10 gradi rispetto ai livelli di partenza; sempre dalla analisi isotopiche, la CO2 atmosferica conosce un progressivo e rapido calo. Cosa successe? Risale a quella fase la conclusione della "migrazione" dell'India iniziata ancora nel Mesozoico nella fase di disgregazione di Pangea; la placca indiana si scontra con la placca asiatica, è l'orogenesi della catena Himalayana. A livello globale è un momento di orogenesi diffuse, questo aumenta nei flussi sedimentari la presenza di materiale carbonatico, il che va ad alterare gli equilibri chimici nei bacini sedimentari e comporta una sottrazione di anidride carbonica dall'atmosfera verso i bacini sedimentari. Questo, unitamente ai fenomeni climatici a scala locale per la presenza di catene montuose, ha avviato una fase di raffreddamento globale.
Dell'atmosfera degli ultimi 800mila anni sappiamo molto dall'analisi delle carote di ghiaccio antartico. La CO2 ha un ruolo importante  nell'evoluzione climatica, ma non è il solo elemento, le ciclicità climatiche, le variazioni della composizione chimica delle acque oceaniche per effetto delle variazioni di salinità dovute alla formazione di un'estesa coltre di ghiaccio a livello planetario, è probabilmente una minor emissione vulcanica, fanno sì che l'oceano divenga il principale deposito di CO2, si aggiunga la forte riduzione di carbonio organico, della nuvolosità e del metano (anch'esso intrappolato negli estesi strati di permafrost) e che la temperatura scenda progressivamente fino a 18mila anni fa, in cui la calotta glaciale ha il suo massimo (non ha caso parliamo di Last Glacial Maximun - LGM). Il successivo aumento delle temperature, probabilmente per effetto astronomico, innescò fenomeni che favorirono il progressivo incremento dell'anidride carbonica e altri gas nell'atmosfera intensificando i fenomeni di miglioramento climatico.
Questa monografia si conclude riflettendo sull'oggi. Sul contributo antropico odierno all'incremento della CO2 e sugli effetti che ciò potrà produrre, oltre a dare delle linee sulle iniziative atte a ridurre l'azione climalterante antropogenica viene speditamente esposta anche la potenzialità di "sequestrare geologicamente la CO2", ossia di replicare artificialmente quei fenomeni di sottrazione dell'anidride carbonica dall'atmosfera e un suo stoccaggio nei gli oceani e nel sottosuolo, ovviamente una possibilità che potrebbe consentire, assieme alla riduzione delle emissioni, un repentino mutamento degli scenari futuri.
E' vero, la CO2 non è l'unico gas serra, e non è nemmeno l'unico fatto climalterante, ma è sicuramente tra i  più importanti ed è sicuramente uno su quelli su cui ci sono le maggiori potenzialità d'intervento.

martedì 24 settembre 2019

Perché Greta ha ragione

Non staremo qui a fare l'agiografia della Thumberg, ne a fare dietrologie su questa giovane, strumentalizzata o meno, ci piace che dica "date retta agli scienziati", aggiungiamo noi, "quelli seri". Ha ragione a essere incazzata. Ha ragione ad avercela con quelli che decidono in questo tempo, ha ragione ad avercela con gli adulti di oggi. Sì perché il nostro tempo, questo lampo d'Olocene (sapete che aborriamo l'uso del termine Antropocene), è un momento della storia dell'Umanità che si caratterizza per un difetto enorme: il "presentismo", ossia tra l'uovo oggi e la gallina domani, qui tutti preferiscono l'uovo, meglio se grosso, meglio se più d'uno e si fotta la gallina. Di quello che succede dopo, del domani, del peso di quello che facciamo frega poco. Dobbiamo soddisfare i nostri bisogni e desideri adesso. Non siamo disponibili a compromessi, a rinunce, a fatiche. Come fossimo bambini viziati. Irresponsabili ed egoisti. Quelli che vengono dopo si arrangino. Peccato che quelli che vengono dopo siamo sempre noi e la generazione immediatamente successiva. 
Non vogliamo fare la fatica della comprensione, dell'approfondimento, della razionalità, preferiamo affidarci al pensiero magico, a credere a chi ci promette che non ci saranno rinunce, ma solo diritti. Non vogliamo cambiare gli stili di vita, deridiamo chi ne parla, non affrontiamo pragmaticamente gli argomenti come l'energia, i rifiuti, la demografia, il clima. Ci rifugiamo in ciarlatani, in soluzioni ideologiche, così rassicuranti perché così impraticabili o perché sostanzialmente a spese altrui (facile buttare i soldi nel biodinamico se tanto paga pantalone tanto per fare un esempio). 
Pensiamo a noi italiani, che spendiamo più in pensioni che in istruzione. Che facciamo debiti sulla pelle del futuro. E guai a chi ci fa discorsi di rigore. Perché la colpa non è nostra. E' degli altri. Ma gli altri chi? Gli altri chi? L'Homo sapiens è l'unico ominide rimasto sul pianeta. Non abbiamo altri. 
Siamo la specie dominante del pianeta. Ma ne siamo la più responsabile?
Greta ha ragione a incazzarsi.

giovedì 5 settembre 2019

Sedimentologia delle microplastiche

Il tema della dispersione della plastica nell'ambiente, e della trasformazione in microplastiche,  è ormai di estrema attualità, si ritiene che la pervasività ormai raggiunta dalle microplastiche, sia il principale connotato di quello che impropriamente viene definito come una nuova unità della scala del tempo geologico, ossia l'Antropocene. Oggi le principali politiche per il contrasto del fenomeno si basano sul tentativo di sostituire la plastica con altri materiali, che per lo meno siano più facilmente degradabili se dispersi nell'ambiente. Ma sostituire la plastica, data la sua duttilità, l'elevatissmo numero di settori in cui è applicata e la sua innegabile poliedricità, è tutt'altro che impresa facile. Si stima che negli ultimi 65 anni siano stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, di cui almeno 6,3 miliardi sono diventati rifiuti. La produzione mondiale annua si aggira oggi attorno ai 300milioni di tonnellate. Si stima che tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di rifiuti plastici siano finiti negli oceani. Notissimi sono i fenomeni delle "trash islands", isole formate dalla correnti oceaniche che generano piattaforme flottanti di spazzatura plastica. Le dimensioni di queste isole arrivano a quelle di stati come la Francia. Uno dei grandi temi nella stima della plastica diffusa negli ambienti marini, ha riguradato a lungo la "massa mancante", similmente alla materia oscura per la cosmologia, infatti, le stime della plastica flottante risultavano sempre in difetto rispetto alle ipotesi, anche prudenziali, relativamente alla plastica presente negli ambienti marini. La risposta alla domanda è arrivata dagli ambienti profondi e dal record sedimentologico, come evidenzia un recente studio inglese, che si è posto il tema della dispersione delle microplastiche e del loro accumulo negli ambienti marini profondi. Sì perché, ormai, di microplastiche se ne trova anche nella fossa delle Marianne.
Intanto è bene chiarire che le microplastiche si dividono prevalentemente in due tipologie:
- le microfibre di lunghezza compresa tra pochi mm e i 50 micron e spessore inferiore ai 10 micron;
- i frammenti plastici di pezzatura inferiore al mm.
Le prime derivano principalmente dallo scarico degli impianti di depurazione, che captano ovviamente le acque di lavaggio, da cui provengono le microfibre, che si generano per la disgregazione dei tessuti sintetici durante le operazioni di pulitura.
I secondi si devono ai fenomeni di disgregazione cinetica e foto termica dei corpi plastici scaricati in ambiente idrico e derivano per lo più dai processi di dilavamento e veicolazione operati dai corsi d'acqua rispetto ai rifiuti dispersi a terra.
Apriamo una parentesi: qui si conferma che il primo mezzo di contrasto alla contaminazione da plastica è un'impiantistica adeguata e un sistema di raccolta efficiente, nonché impianti di depurazione ammodernati per affrontare il tema specifico. Chiusa parentesi.
Lo studio del comportamento delle microplastiche, in tema di loro modalità di dispersione in ambiente marino, e accumulo per sedimentazione, si fa complesso, dato che la sedimentologia si avvale delle modellizzazioni attuali, ma va considerato per esempio, che la plastica più densa oggi presente ha, comunque una densità del 40% inferiore al più leggero sedimento minerale naturalmente presente.  I comportamenti sono diversi e richiedono una ricalibrazione delle modellistiche matematiche che descrivono i peocessi sedimentazione. Lo studio si occupa per tanto di analizzare i vari ambienti in cui è suddiviso l'ambiente marino (piattaforma, margine, scarpata etc etc) in funzione della batimetria, e diversi casi in funzione della morfologia presente, per esempio si rileva che la presenza di un canyon sottomarino, laddove sbocchi un corso d'acqua, facilita la formazione delle microplastiche, poiché il canyon facilita i processi di digrezione per cinetismo delle plastiche scaricate da terra. La diversa densità delle plastiche determina poi diversi tempi per l'affondamento e il deposito e questo è influenzata dalla distanza dalla scarpata continentale eppoi vi è il ruolo degli organismi bentonici, i quali nutrendosi di sedimento, facilitano poi la penetrazione a fondo, anche fino a 40cm, nel substrato tramite i loro rilasci fecali. Non sono ancora ben chiari gli effetti dei processi diagenetici sulle microplastiche che finiscono tra i sedimenti, data la recenza del fenomeno, sappiamo che talora, per diagensi precoce si formano rocce di tipo conglometarizio, i soprannominati "plastigomerati", in cui parte dei grani sono costituiti da plastiche, ma ovviamente non ci è dato sapere ancora, come agisca il tempo su di essi. Ad oggi per l'uomo il problema principale è la contaminazione degli ecosistemi e delle catene trofiche. Da geologi il campo si fa interessante e richiederebbe un sforzo di tipo sperimentale e teorico per rinnovare i manuali di sedimentologia, per consentire di elaborare modelli che non solo descrivano i processi di sedimentazione delle microplastiche, ma forniscano anche elementi su come si possa intervenire per invertire la situazione.

mercoledì 7 agosto 2019

Dieta&sostenibilità: Hakunamatata?

Una delle grandi sfide del nostro tempo è la così detta questione demografica. Siamo 7 miliardi e mezzo oggi, si prevede saremo più di 10 fra 30 anni. L'Occidente sarà mediamente più vecchio, mentre Africa e Asia alimenteranno la crescita con popolazione giovane. Mediamente miglioreranno le condizioni di vita, grazie alla tecnologia e ai piani di sviluppo, di converso si porrà  ancor di più il tema delle risorse di cui necessiteremo per sostentarci. Orbene, abbiamo già in passato riflettuto sul grosso problema alimentare che rischia di profilarsi all'orizzonte per il combinato disposto dell'incremento demografico umano, il cambiamento climatico e gli stili alimentari. Per sfamare questa popolazione e per soddisfare il crescente bisogno di carne, che sempre più diventa frequente nell'alimentazione di fette più ampie di popolazione anche in paesi come Cina e India, serviranno più spazio, più colture e più allevamenti. Con tutto ciò che ne consegue un termini di deforestazione, riduzione degli habitat naturali, consumo di suolo, contaminazione delle matrici ambientali. Basti pensare che secondo uno studio statunitense la produzione di un kg di carne bovina richiede fino a 84 volte più terra di quanto richiedano le altre carni. Almeno stando alle metodiche di produzione USA. Servono soluzioni alternative. Serve, quindi, , una nuova agricoltura, che produca di più con meno.
La produzione di un kg di carne bovina richiede circa 15 mila litri di acqua in media, secondo la FAO, pur con le dovute cautele su come si compone tale tale dato e:
  • Tra il 2000 e il 2014, la produzione mondiale di carne è aumentata del 39%; la produzione di latte del 38%.
  • Si prevede che la produzione globale di carne dovrebbe aumentare del 19% nel 2030 rispetto al 2015-2017; che la produzione di latte aumenterà nello stesso periodo del 33%.
  • La produzione di bestiame rappresenta il 40% della produzione agricola totale nei paesi sviluppati e il 20% della produzione agricola totale nei paesi in via di sviluppo.
Dovremo necessariamente ridurre globalmente il consumo di carne (lo dico con la morte nel cuore), in particolare bovina, sia per ragioni etiche (oggi per soddisfare la domanda di carne sono necessari allevamenti intensivi intollerabili dal punto di vista igienico sanitario, ma anche etico) e ripensare una dieta che tragga altrove le proprie proteine. Tenendo conto che nemmeno la dieta vegan è sostenibile, per la necessità di suolo e acqua che richiederebbe per soddisfare 11 miliardi di terrestri, specie se abbinata a deliri bio. Sarà quindi, necessario ricorrere alle opportunità delle biotecnologie, abbandonando molte ipocrisie e ricorrendo con attenzione alle nuove tecnologie disponibili per l'agrotecnica. Fortunamente anche l'UE sta rivedendo, pur se con un gradualismo snervante, talune sue posizioni dettate più da ideologismi e interessi corporativi. Già ora si tentano approcci tecnologici per realizzare un'alternativa sintetica alla carne soddisfacendo contemporaneamente esigenze nutrizionali e palato. 
Ma sarà anche necessario rivedere i nostri schemi culturali, approcciando il tema dell'entomofagia. Ovverosia l'inserimento di insetti nel nostro regime alimentare. Gli insetti possono essere una fonte importante di proteine, producibili a basso impatto, con scarse emissioni di CO2 e altri gas, di fatto nessuna produzione di scarti di macellazione. Le istituzioni europee hanno già iniziato a vagliare pragmaticamente la regolamentazione delle produzione finalizzata al consumo umano, ovviamente siamo ancora lontani da un consumo su larga scala, almeno in occidente, ma le prospettive sono promettenti, gli ostacoli sono più culturali che tecnici. Anzi da un punto di vista alimentare, la dieta entomofoga permette di accedere a calorie con pochi grassi e una buona dose di sali minerali e antiossidanti come rivela uno studio italiano e le cellule da insetto risultano promettenti da un punto di vista dell'ingegnerizzazione per produrre alternative sintetiche alla carne, comparabili da un punto di vista proteico. Esistono già per altro esperimenti culinari, più tradizionali, con l'utilizzo di farine derivanti da insetto e fuori dal continente europeo, o per necessità o per tradizione l'entomofagia è già pratica diffusain Italia, come troppo spesso accade su temi che riguardano un cambio dei nostri costumi e consumi in ottica di maggior sostenibilità ambientale, vuoi per ragioni di ridotta apertura mentale, vuoi per mancanza di strumenti culturali, vuoi per più bassi interessi economici, volti a non compromettere attuali rendite e mercati si sono già levate polemiche e strumentalizzazioni e posizioni di chiusura ovviamente nel nome della grande cultura alimentare italiana e per la salute dei consumatori.
Se il dibattito rimarrà su questi toni, come accaduto in altri ambiti, rischiamo di rimanere indietro anche su questo frangente. E non è solo una questione economica, ma riguarda la nostra sostenibilità ambientale, quindi, la quantità di risorse che avremo disponibili. Tra l'altro fa un po' sorridere un approccio simile, per due ragioni:
- la prima: gli insetti sono ARTROPODI e noi ne consumiamo già abbondatemente, e sono pure prelibatezze, si trattadei CROSTACEI. Rispetto a questi, gli INSETTI hanno meno problematiche allergeniche.
- la seconda: è una contraddizione rispetto alla tradizione culinaria italiana da sempre aperta a nuovi ingredienti e nuove soluzioni, proprio nel nome di una maggior creatività e salubrità della dieta. Pensiamo che pomodoro e mais, così importanti nella nostra cucina, li dobbiamo a Colombo, se in allora ci fossero stati dei pasdaran delle "radici alimentari", oggi alcuni dei nostri piatti nazionali sarebbero assai meno appetibili.
Oggi il tema non é solo quello del palato è quello più globale di rendere sostenibile la nostra presenza sul pianeta, possiamo fare spallucce e dire Hakunamatata (non ci pensare) come Pumba e Timon (che però sono gourmet entomofagi) e per poi dolerci nel  ritrovarci in un pianeta spoglio, sovraffollato e... affamato.