lunedì 10 luglio 2017

Compagni dai campi...

Vi è un legame profondo tra i processi geologici e le dinamiche del settore agroalimentare, delle biotecnologie in campo agricolo, del mondo agrotecnico in generale, potrebbe non risultare evidente, ma c'è. Ed è rilevante per il futuro a medio termine. Questo "campo", mai termine fu più appropriato, la comunità geologica, intesa in senso professionale, tecnico e scientifico, dovrebbe approfondirlo maggiormente. Tra le pratiche umane diffuse, l'Agricoltura, piaccia o meno, è quella che più impatta su svariate matrici ambientali, essendo, comunque, fondamentale per il sostegno della specie umana; credo che il tema su come si produce il nostro cibo e come si gestiscono le risorse per farlo, sia un tema, che non solo i Geologi, ma tutti i cittadini si dovrebbero porre. Tanto per dare alcuni numeri, di tutte le risorse idriche potabili a livello mondiale il 70% è consumato dalle attività agricole (in particolare nei paesi in via di sviluppo), e ben il 40% di superficie a foresta, sempre a livello mondiale, su base annua, è sostituita da superficie agricola (33% superficie industriale e 27% urbanizzazione), in particolare attività agricola di sussistenza, ma anche quella "industriale" non si tira poi così indietro. C'è poi il settore Agrozootecnico, l'allevamento: l'8% del consumo mondiale idrico finisce qui e poi vi è il problema connesso dell'inquinamento da reflui, che provocano squilibri nei cicli del fosforo e dell'azoto, sia nei terreni che nelle acque sotterranee. Il problema della gestione degli allevamenti e del pascolo è cruciale. Si stima che l'incremento della popolazione mondiale e dell'aspettativa di vita aumenterà il fabbisogno della superficie a pascolo/foraggiera, uno sfruttamento intensivo in tal senso potrebbe portare a un depauperamento dei terreni in fosforo rendendoli insufficienti a soddisfare il fabbisogno alimentare globale, come evidenziato dall'Università di Wageningen in un suo studio, il che è un elemento di forte instabilità, sopratutto in quei paesi che il deficit di produttività ha già reso dipendenti dal commercio per l'approvvigionamento alimentare, come nota uno studio congiunto del Politecnico di Losanna con le Università della Virginia e di Padova (olé!).  Teniamo anche conto delle vulnerabilità delle produzini agricole agli effetti del canbiamento climatico. Va poi osservato che il pascolo intensivo, così come l'agricoltura intensiva, rischiano di depauperare davvero la biodiversità ambientale, la riduzione di specie vegetali, infatti, riduce il numero di specie animali supportabili, specie tra gli impollinatori, fondamentali per le catene trofiche umane, con crisi degli ecosistemi e progressivo degrado ambientale. Oltre ai contaminanti organici, poi, all'agricoltura è legato l'inquinamento da pestici e fertilizzanti, che hanno impatti su terreni, acque, salute umana e tensioni sociali, pensiamo all'annosa polemica sul Glifosato, ma non solo, anche sulle catene trofiche - pressante è lo studio dei legami tra pesticidi a base di neocotinoidi e il declino mondiale delle api. Il tracollo di questi insetti, sarebbe devastante per la produzione agricola mondiale. L'evoluzione dell'interazioni tra prodotti per l'agricoltura è uno degli elementi da monitorare costantemente, come mostra il caso dell'avvio della valutazione sull'inserimento nella "watch list", da parte della UE, dei contaminanti emergenti dei pesticidi a base di distruttori endocrini, che sembrano connessi all'insorgere di alcune patologie, e più in generale di varie sostanze impiegate in agricoltura e oggetto di monitoraggio da parte di ISPRA.
L'Agricoltura, quindi, che noi guardiamo sempre com bonomia, e che pensiamo sia un toccasana per l'ambiente (meglio campi che fabbriche, si dice spesso), non è affatto un'attività soft, ma è anche storicamente, la prima modalità con cui l'uomo ha iniziato a emanciparsi da certi "limiti naturali" e a trasformarsi in agente geomodificatore su scala globale. A maggior ragione questo è vero oggi, con l'integrazione dell'agricoltura con le potenzialità della tecnologia moderna e dei crescenti fabbisogni umani. Si badi, non si demonizza, ma si fotografa una realtà, affinché si inzi a gestire la pratica agricola con la giusta coscienza e pragmatismo, senza farsi abbagliare da emotività o peggio suggestioni. L'emotività, per esempio, gioca un ruolo fondamentale nella considerazione che si ha socialmente dell' "agricoltura biologica", da sempre raccontata come "più sostenibile", anche da molte associazioni ambientaliste e di categoria. Ma è davvero così? Mi spiace dover fare il guastafeste, ma elementi per dire che il quadro non sia così idilliaco ce ne sono e prima poi una riflessione, sia la comunità scientifica, ma sopratutto le Istituzioni politiche la dovranno fare. Per esempio cominciano a essere numerosi gli studi che evidenzino come le coltivazioni bio comportino un incremento delle emissioni di CO2, quindi un maggior consumo energetico e di acqua. Il perché è presto spiegato, vi è una minor produttività per unità di superficie, quindi si richiedono aree maggiori, (con i problemi di sottrazione di ambienti intatti), con minori rese. Inoltre l'Università di Oxford ha rilevato che i livelli nutrizionali dei prodotti bio sarebbero più bassi, quindi, non solo richiedono più territorio, ma "sfamano meno" rispetto ai prodotti da agricoltura tradizionale, in più, mentre risultano menono contaminanti per unità di superficie coltiviata, il dato si inverte se consideriamo unità di prodotto coltivato, confermando che la Bio, non è poi così soft.  Le suggestioni stanno poi, e sono quelle pericolose, nel sostenere con denaro pubblico pratiche, che hanno prestazioni ancora più scadenti e sopratutto nessun supporto scientifico, come la BIODINAMICA. Spiace molto vedere come in questo caso, sia accademici, che i media, che le Istituzioni (il Ministro alle politiche agricole Martina ha aperto molto a tale pratica, su che basi rimane un mistero), tali pratiche agricole sono spreco di risorse, suolo, tempo, tutte poco o nulla rinnovabili.
L'agricoltura ha un grande ruolo in uno sviluppo regolato e sostenibile, nel contenimento delle emissioni di CO2,  dei fenomeni di erosione del suolo e di riduzione del rischio idraulico. Proprio per questo deve essere gestita con intelligenza e avvalendosi delle migliori tecnologie possibili. ecco perché, per esempio, il bando italiano e UE agli OGM è non solo ipocrita (visto che poi importiamo surrettiziamente OGM per mangimi) per i nostri prodotti DOC, ma anche estremamente controproducente, minando la nostro efficienza agricola e le nostre capacità di approvvigionamento alimentare. Avere piante, che producono di più richiedendo meno superficie e meno acqua, meno nutrienti e meno trattamenti chimici, dovrebbe essere un obbiettivo primario, significherebbe coniugare le esigenze di sicurezza e affidabilità nell'approvvigionamento alimentare, con una sensibile riduzione dell'impatto dellla pratica agricola sulle matrici ambientali. Gli OGM hanno patito strumentalizzazione politica, approccio ideologico e probabilmente anche alcune "tare" nel nostro modo di percepire ciò che è naturale da ciò che non lo è, ma anche una certa incapacità comunicativa del modo tecnico e scientifico, ma restano uno strumento molto forte per ottimizzare i processi agrotecnici. Oggi risulta ancora più promettente la pratica dell'editing genetico, CRISPR, ossia intervenire sul patrimonio genetico di un specie attivando/disattivando i geni delle cui proprietà ci si vuol servire o che si vuole silenziare, attraverso meccanismi come queli messi in campo dai batteri. Certo la pratica è ancora in itinere e non è una tencologia consolidata, ma promette bene e sopratutto potrebbe risultare socialmente più accettabile e non ricadere nei vincoli imposti agli OGM, trovando spazio anche in UE e, quindi, in Italia. La CRISPR potrebbe consenitre davvero di rivoluzionare l'agricoltura, aumentando rese, riducendo consumi e emissioni e sopratutto permettendo di mettere l'attività agricola in grado di rispondere ai mutamenti climatici, che stanno significativamente condizionando tale attività su scala globale. Ma saprà la nostra agricoltura cogliere tale opportunità, ma sopratutto sapranno farlo la nostra società e la nostra classe politica?


bibliografia:
"Conoscere l'Acqua", ENI SCUOLA,   2015 
"Resilience and reactivity of global food security", PNAS, 2015
"Primo monitoraggio delle sostanze dell'elenco i controllo (Watch list)", ISPRA, 2017.
"Changing the agriculture and environment conversation", Nature, 2017.
"Consumo di Suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici", Rapporto ISPRA, 2016. 
"Contro Natura", Rizzoli, 2016
"www.lescienze.it"
"www.salmone.org"
"www.pikaya.eu"
"www.stradeonline.it"                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          

giovedì 18 maggio 2017

asfalto che ride

E' in corso di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale un nuovo Regolamento del Ministero dell’Ambiente che disciplina la cessazione della qualifica di Rifiuto (End of Waste) del granulato di conglomerato bituminoso (fresato d’asfalto), a livello nazionale. Il Ministero dell’Ambiente, in conformità al comma 2, dell’Articolo 184-ter del D.Lgs. n. 152/2006, ha predisposto un Decreto in assenza di un’apposita disciplina comunitaria per la qualificazione di un rifiuto come End of Waste: pertanto il citato D.M. individua i criteri previsti affinché il fresato di asfalto possa raggiungere la qualifica di EoW. Si evidenzia che è la prima volta che il Ministero dell’Ambiente emana un Regolamento ai sensi del citato comma 2, dell’Articolo 184-ter del D.Lgs. n. 152/2006. Va detto che il regolamento ricalca molto lo schema dei regolamenti EoW UE in vigore, ossia è piuttosto stringato e relativamente chiaro, cosa che per il legislatore italiano è tutt'altro che scontato, per cui la cosa non può che darci un po' di coraggio in un paese di soffocante burocrazia come il nostro.
Tornando al decreto in arrivo, questo è formato da 17 articoli, e 3 allegati, e  stabilisce i criteri specifici da rispettare affinché determinate tipologie di conglomerato bituminoso, derivanti dalle operazioni di fresatura degli strati di pavimentazione realizzate in conglomerato bituminoso o dalla frantumazione dei blocchi e delle lastre provenienti da pavimentazioni realizzate in conglomerato bituminoso, cessano di essere qualificate come rifiuto. Seguendo lo stesso schema logico dei Regolamenti europei EoW, anche il D.M. in oggetto prevede che il fresato di conglomerato bituminoso cessi di essere qualificato come rifiuto, con l’emissione della Dichiarazione di Conformità. La Dichiarazione si ottiene, similmente all’impostazione dei Regolamenti UE, quando il lotto di granulato di conglomerato bituminoso subisce specifiche tecniche di trattamento di cui all’Allegato 2 del DM ed è soggetto alle verifiche dell’Allegato 1. Il D.M. – ricalcando l’impianto dei predetti Regolamenti - prevede il granulato di conglomerato qualificato come End of Waste bituminoso sia prodotto esclusivamente in Impianti di Recupero Autorizzati che abbiano ottenuto l’apposito Attestato per il Sistema di Gestione della Qualità rilasciato da un Ente Accreditato. 
L'emissione di tale regolamento consentirà di recuperare gli scarti d'asfalto, CER (Codice Europeo Rifiuto) 17 03 02, che non vengano impiegati subito nel cantiere di produzione, permettendo una gestione ottimizzata e una riduzione dello smaltimento di tali materiali, con un ovvio risparmio di materia vergine. Due sono le norme UNI di riferimento a secondo del destino di recupero :
  • UNI EN 13108-8 se l'obbiettivo è nuovo conglomerato bituminoso;
  • UNI EN 13242, se il destino è la produzione di aggregati riciclati legati e non.
Requisito fondamentale è il rispetto per vari parametri delle concentrazioni soglia di cui al D.LGS 152/2006 Allegato 5 parte 4 Tab. 1 colonna B - cosa che mi lascia una po' perplesso, poiché di fatto si ragiona come se il materiale fosse una terra da scavo.
In ogni caso è il primo regolamento EoW italiano, dobbiamo festeggiarlo, speriamo ne seguano altri.

sabato 29 aprile 2017

Riciclo. A chiacchiere.

Una recente infodata del Sole24Ore sul tema raccolte differenziate e un articolo della BBC sul tema rifiuti a ROMA, mi permette di fare due rapidi riflessioni su due temi che da sempre mi stimolano. La retorica ipocrita sul riciclo e i movimenti ambientalisti inetti. Entrambi all'ambiente e alla società fanno male esattamente come lo sversamento in mare dei rifiuti. Nel'Infografica del Sole, si evidenziano le diverse realtà provinciali italiane, in base ai loro risultati di raccolta differenziata (RD) e come c'era da aspettarsi l'ambito triveneto ha le risultanze migliori, in particolare la mitica provincia di Treviso. Ci sarebbe da gingillarsi, se non fosse che come già evidenziato in un nostro vecchio post, in cui si commentava il rapporto ARPAV 2014 sui rifiuti speciali, ci sono alcuni elementi che dovrebbero indurre a riflettere e a pianificare per tempo. Nel rapprto ARPAV si legge: "I rifiuti del capitolo 19 (rifiuti da trattamento rifiuti) ammontano a circa 300.000 t, costanti rispetto al 2013, inviate per lo più nelle altre regioni italiane (93%). I maggiori flussi esportati sono costituiti dagli scarti misti del trattamento rifiuti (CER 191212) inviato a trattamento, incenerimento, coincenerimento e discarica", ovverosia il Veneto - e la provincia di Treviso non fa eccezione, anzi - dipende da altre Regioni, magari con prestazioni di RD deludenti e dall'estero (sempre di più - poiché mano a mano che le Regioni riceventi migliorano la loro RD, usano per il 19 12 12 di propria produzione gli spazi di cui dispongono, costringendono il Veneto a cercare altrove), questo perché per ragioni tra le più varie, anche il territorio Triveneto, così avanzato, non ha ancora compiuto scelte strategiche di tipo impiantistico, magari simili a quelle praticate da tempo in Austria e in via di diffusione nella ex Jugoslavia, consistenti in ottimizzazioni di recupero materia e energia, spesso per mere ragioni di piccolo cabotaggio politico. Ma tale tema non è a lungo eludibile, se il Triveneto vuole continuare a mantenere tali standard. Altrimenti si deve ricorrere alla fuffa e alle chiacchere e all'ipocrisia. Come quella dell'amministrazione napoletana, che dice di aver risolto il problema della "monnezza", quando in realtà spedisce i suoi rifiuti un po' dappertutto, come evidenziato dagli Amici della Terra, per esempio attraverso percorsi tortuosi e di difficile tracciabilità che portano in Bulgaria, percorsi della cui economicità e sostenibilità ambientale ci si permetta d'avervi più d'una perpessità.
O come nel caso della Roma a 5 Stelle. L'M5S ha fatto del tema rifiuti un suo cavallo di battaglia, demonizzando spesso le gestioni industriali e il recupero energetico, salvo poi ricorrervi, ma lontano dagli occhi e quindi dal cuore. Senza per altro, ottenere almeno il risultato di una città più decorosa. Come bene mostra l'impietoso reportage della BBC, già citato, cui vi rimando. In sintesi, la BBC ci spiega come Roma invierà quest'anno in Austria, ben 70mila tonnellate dei suoi rifiuti urbani per essere smaltiti. E gli Austrici si faranno ben pagare per questo servizio. E gestiranno tali rifiuti in recupero energetico, fornendo energia a basso costo a ben 170mila case Austriche. I report inglesi sottolineano come potrebbe sembrare folle portare a oltre 1000 km i rifiuti di una città, quando potresti buttarli in una buca non lontana. Il responsabile austriaco dell'impianto che riceve i rifiuti romani, ovviamente fa notare come, sia in tema di riduzioni di emissioni di CO2 che di rispetto norme UE non sia folle far questo, anzi. Anche noi non pensiamo sia folle. Ma pensiamo anche che sia STUPIDO farlo, quando Roma ha tutte le dimensioni per dotarsi di una sua impiantistica che faccia tutto ciò, con una minimizzazione dei trasporti enorme e un ritorno economico altrettanto grande. Ma per farlo ci vuole una politica concreta, coerente e pragmatica. 
Lo scarno piano per la gestione rifiuti di cui si è dotata l'amministrazione romana, non  ci pare vada in tale direzione.  Nel piano, infatti, il tema contigente, come ben raccontato da Wired, è rimandato, infatti, il servizio gestione rifiuti più caro d'Italia, in cui avere sbocchi per il materiale raccolto, evitare il ricorso a discarica, avviare una seria separazione dell'organico, tanto per citare alcune criticità, non viene ripensato con la giusta pragmaticità. Il piano comunale, che dovrebbe essere operativo, a parte buone pratiche o a cambi di paradigma su cui l'amministrazione in realtà può far poco, e che in ogni caso daranno risultati visibili solo fra qualche anno (non si sta dicendo che non vanno messi in campo, me che non si può pensare che siano la risposta alla situazione contingente), propone poco o nulla circa l'attuale gestione - che come detto prevede tour dei rifiuti assai lunghi - per esempio il tema (cruciale) impiantistico su cui si potrebbe agireanche rapidamente, in presenza di adeguate volontà, è solo timidamente abbozzato. Questo, perché, parlare di industrie, gestione industriale del rifiuto, in questo paese sembra tabù, per qualcuno il tutto si risolve con la buona volontà dl singolo.
Sul tema impianti di recupero, integrazione dei sistemi di recupero materia con recupero energetico e impatti ambientali torneremo ancora. Presto.




martedì 18 aprile 2017

La Guerra del Cobalto

Tempo addietro avevamo affrontato il tema dell'approvvigionamento di alcuni importanti minerali, fondamentali per le tecnologie attuali e future. Il cobalto è tra questi, ma spesso è associato a pratiche minerarie che solo il termine criminale descrive correttamente. Operando in paesi instabili o non democratici, vi sono compagnie che attuano attività estrattive senza rispetto dei diritti umani e della salvaguardia ambientale. Un vero progresso non può tollerare situazioni del genere. Vi riporto un articolo pubblicato su Mining Tecnology, importante portale on line di notizie sul mondo minerario, scritto da Heidi Vella, giornalista esperta del tema minerario, che delinea molto bene lo scenario presente. In corsivo le mie aggiunte e commenti, la traduzione è mia, per cui qualche licenza ci sarà, il titolo dell'articolo è:

Il Cobalto potrebbe consentire una rivoluzione verde, ma può prima ripulire la sua reputazione?
(cliccando sul titolo arrivate all'articolo originale, se volete leggerlo in lingua madre)
Il prezzo del cobalto, un componente essenziale in batterie agli ioni di litio e superleghe, è stato in rialzo dalla fine del  2016, per la ripresa della  domanda dal  settore auto elettriche, destinata a crescere in modo esponenziale. Ma c'è un'ombra sulla sua produzione, visto che una quantità significativa proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, dove (la sua estrazione) è collegata al lavoro minorile e a violazioni dei diritti umani. Questa merce è in grado di rigettare i suoi legami poco etici in tempo per la rivoluzione verde?
Dopo un periodo prolungato di prezzi relativamente bassi, nel novembre 2016 il prezzo del cobalto improvvisamente s’impenna e si è attestato da allora su una andamento al rialzo  .
Il caporedattore del Quotidiano Platts Metals (importante piattaforma informativa nel campo minerario), Anthony Poole, ritiene che  il picco dei prezzi sia, probabilmente, il risultato del  taglio alla produzione di rame, di cui il cobalto è un sottoprodotto, in Australia e in Africa.
“Al momento sembra che il cobalto sia  relativamente scarso, mentre dall’altro lato la domanda sembra essere abbastanza costante”, dice Poole.
Nel 2015, dalla sede in Svizzera, Glencore (compagnia mineraria internazionale tra le più importanti) ha annunciato di voler fermare la produzione di rame per 18 mesi presso la sua miniera di Katanga, nella Repubblica democratica del Congo (RDC) e in un'altra miniera in Zambia.
Manovre come queste hanno indubbiamente ridotto la fornitura di cobalto, ma, visto che la domanda difficilmente scenderà, i prezzi dovrebbero aumentare nel lungo termine.
Gli ordini del mercato aerospaziale sono saturi con scorte di lunga durata e ulteriori richieste è probabile che provengano dal mercato dei veicoli elettrici (EV), che è destinato a crescere in modo esponenziale nei prossimi dieci anni.
eCobalt, (altra importante società del settore) che possiede il progetto Idaho Cobalt negli Stati Uniti, ha stimato che entro il 2020 un quinto della domanda di cobalto verrà dal mercato EV. Considerando che le principali case automobilistiche, come Ford, stanno annunciando nuovi investimenti e obiettivi per i veicoli elettrici nelle loro linee di produzione “tale stima non appare irrealistica”, dice Poole.
Per confronto, una batteria dello smartphone contiene
solo 5g - 10g di cobalto raffinato, ma una singola batteria EV può utilizzare fino a 15,000g (15 kg!).

Polemiche al Cobalto

Le miniere di Cobalto si possono trovare, tra gli altri luoghi, a Cuba, in Zambia, Russia, Australia, Canada e, ben presto, in Madagascar. Fino al 50%, tuttavia, proviene dalla RDC, secondo il Servizio Geologico Statunitense.
La regione (La Repubblica Democratica del Congo) è notoriamente instabile, lacerata dalla guerra e vulnerabile alla corruzione; si colloca a 150 sui 2016 Transparency Initiative Corruption Perceptions Index. La RDC è sopratutto associata con minerali di guerra; tuttavia, la maggior parte del cobalto non viene estratto nelle aree martoriate dalla violenza del Nord e Sud Kivu, ma nella più pacifica provincia mineraria del Katanga. Tuttavia, anche qui la produzione è stata oggetto di controversie.
Nel mese di aprile 2016, l’ONG Centro di Ricerca sulle imprese multinazionali (SOMO) ha pubblicato un rapporto dettagliato su una serie di violazioni dei diritti umani legate alle miniere di rame-cobalto in ed intorno al Katanga, nel sud. Le accuse contenute nella relazione riguardano lo spostamento delle comunità che sono ancora in attesa che le compagnie minerarie mantengano le loro promesse di fornitura di acqua potabile e le scuole per i bambini.
"Le preoccupazioni evidenziate riguardano l'inquinamento delle acque, la perdita di mezzi di sussistenza, la mancanza di consultazione pubblica, l'inquinamento atmosferico e pericolosi livelli di metalli presenti nel sangue della popolazione locale."

Otto aziende sono menzionati nella relazione SOMO, comprese le società cinesi MKM e Huachin e SEK società australiana. Il maggiore fornitore di cobalto, Glencore, è stato anche criticato in passato da organizzazioni non governative per la sua gestione dei minatori artigianali e delle comunità locali in Katanga.
Varie indagini di Amnesty nel mese di gennaio 2016 e del Washington Post nel settembre dello stesso anno hanno rivelato le condizioni orribili e pericolose in cui operano i minatori artigianali.
L'UNICEF stima che ci siano circa 40.000 i bambini che lavorano nelle miniere in tutto il sud RDC, e Amnesty sostiene che almeno 80 minatori sono morti sottoterra, nel sud della Repubblica Democratica del Congo tra settembre 2014 e dicembre 2015.
Le ONG sono preoccupate del fatto che la continua richiesta di cobalto creerà ulteriori violazioni dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo dove i locali beneficiano poco dalla vendita delle risorse naturali del paese.

Controlli sulla Catena di approvvigionamento
Le indagini del Washington Post e di Amnesty International hanno evidenziato che la maggior parte del cobalto essere estratto è stato acquistato dalla società cinese Congo Dongfang International Mining. La società è una controllata di Huayou Cobalt che fornisce alcuni dei più grandi produttori di batterie al mondo, che, a sua volta, forniscono società come Apple, LG Chem, Samsung e altri.
Parlando con il Post, Huayou Cobalto ha detto che non aveva mai pensato alla questione su come i suoi minerali siano stati ottenuti, nonostante la società operi nella RDC per un decennio.
Dopo aver rilasciato il suo rapporto di gennaio 2016, Amnesty ha accusato Apple, Samsung, Sony e altri, di non riuscire a fare controlli basilari per garantire che i minerali utilizzati nei loro prodotti non provengano da sfruttamento minorile. In risposta, Apple ha riconosciuto al Post che il cobalto fornito dalla compagnia Congo Dong Fang è stato usato nei suoi prodotti, stimando che il 20% del cobalto che utilizza proviene da Huayou cobalto.
Per evitare che ciò continui, Apple ha dichiarato al Post che prevede di aumentare il controllo nella sua catena di fornitura. Inoltre, quando ad Apple è stato chiesto di commentare la revisione della sua catena di controllo di fornitura per questo articolo, l'azienda si è affrettato a rispondere con informazioni dichiarazioni rilevanti, come evidenziato nel rapporto sui minerali di guerra, depositato negli Stati Uniti nel 2016. Un portavoce della società ha aggiunto che Apple intende mantenere il proprio impegno verso gli Stati Uniti attraverso l’adozione dei regolamenti di segnalazioni derivati dalla legge Dodd Frank ConflictMinerals (legge statunitense che stabilisce i criteri per il controllo sugli approvvigionamenti di materie prime anche in termini di rispetto dei diritti umani), anche se tale Legge attualmente è contestato (ma tu guarda...) dalla nuova Amministrazione Donald Trump. In una dichiarazione il 2016 la società ha dichiarato: “Siamo orgogliosi che il nostro programma di approvvigionamento responsabile sia uno dei più robusti nel mondo. Esso include 40 materiali come stagno, tantalio, tungsteno e oro, che sono stati designati come ‘minerali dei conflitti’; nel 2014, abbiamo aggiunto il cobalto.”

Guardando avanti
E’ incerta la quantità di cobalto che proviene da miniere artigianali in cui viene utilizzato il lavoro minorile, ma Poole crede che rappresenti una quantità minore nella fornitura globale.
Tuttavia, Kurt Vandeputte, vice-presidente dell’unità Umicore per la produzione di materiali per batterie ricaricabili con sede in Belgio - una delle più grandi raffinerie di cobalto del mondo - ha dichiarato al Washington Post a settembre che ad un certo punto è diventato “chiaro che l’attività mineraria artigianale stava prendendo molto peso nella catena di fornitura”. Ritiene che ciò sia  accaduto quando il prezzo di cobalto era molto basso.
L’estrazione artigianale di cobalto è generalmente più economica rispetto a quella operata  dalle miniere industriali, non dovendo pagare gli stipendi dei minatori o finanziare le operazioni di una miniera di grandi dimensioni. Si ritiene che alcuni commercianti abbiano optato per acquistare il minerale da miniere artigianali, piuttosto che da miniere industriali a causa del suo basso prezzo.
Non è chiaro se questo stia ancora accadendo, o se possa risuccedere se i prezzi continuano a salire o la fornitura viene ulteriormente limitata.
E 'possibile che le sfide di approvvigionamento di cobalto dalla RDC possano provocare una riduzione drastica delle forniture in futuro.
“Con le aziende sempre più preoccupati per pratiche minerarie non etiche nella RDC, sta diventando difficile approvvigionale il metallo”, afferma l’analista di materie prime di  Capital Economics (società indipendente di analisi economiche), Simona Gambarini.
 “I produttori di batterie e le imprese di tecnologia potrebbero dover competere per procurarsi il metallo, in quanto saranno in grado di contare solo su fornitori certificati”, aggiunge.
Secondo l'Istituto per lo sviluppo del Cobalto, il minerale è classificato al 33° esimo posto in termini abbondanza nel mondo,  con 100 anni di scorta della fornitura ancora disponibile. Attualmente, 17 paesi producono cobalto, con questo numero destinato a crescere. Tuttavia, per ora, la RDC è ancora il fornitore principale del mondo.
Aziende che vendono prodotti realizzati con cobalto stanno per approntare un maggiore controllo sui fornitori, sulla provenienza e sulle pratiche minerarie.
Queste imprese hanno bisogno di dare un pieno impegno a condurre un’approfondita revisione della catena di approvvigionamento, come Apple sta facendo, o smettere di comprare da fornitori che si riforniscono esclusivamente dalla RDC. Quest'ultima opzione potrebbe diventare meno praticabile se la domanda continua a crescere e l'offerta si restringe ulteriormente.
C'è la speranza che se grandi aziende come Apple e LG Chem rimangono coerenti e applicano una pressione sufficiente, i minatori nella relazione SOMOS e chi acquista il cobalto da operazioni che utilizzano lavoro minorile saranno costretti a cambiare radicalmente il loro modo di operare. Aggiungo io, serve un'etica dei consumatori, che devono chiedere prodotti certificati. E un'etica dei professionisti, che non devono mettere al servizio il proprio intelletto per compagnie di dubbia fama. Anche se tentati da pacchi di soldi. Compagnie che non rispettano i diritti umani, non rispettano nemmeno quello ambientali.

venerdì 17 febbraio 2017

Dai Fossili un aiuto per il presente?

Sul blog dell'Università di Berkeley, è stato pubblicato un interessante post dal titolo: "Il record fossile, può aiutare a indirizzare la conservazione in un mondo che cambia?" L'autore è Robert Sanders, dell'ufficio comunicazione dell'Università.  L'articolo, di cui sotto riporto traduzione, raccoglie gli esiti di un workshop che ha portato alla nascita di un gruppo di lavoro internazionale che si pone l'obbiettivo di tradurre in indicazioni concrete spendibili per la conservazione degli ecosistemi attuali, o meglio per la loro preservazione in salute, intesa in particolare, come capacità di reagire al cambiamento climatico e alla presenza antropica, partendo dal record fossile, ossia dalla ricostruzione degli ecosistemi del passato. Capire come si evolvono gli ecosistemi e come reagiscono a determinati fattori e cosa scatena un determinato evento su un ecosistema, non è facile basandosi solo su modelli matematici e sull'osservazione dell'attuale, ma potendo conoscere nel tempo la storia dei paleoambienti si possono trarre elementi indubbiamente utili, se adeguatamente ricostruiti. A mio avviso l'articolo è interessante sopratutto per l'approccio allo studio paleontologico, che non è più un elemento fine a se stesso, una sorta di contemplazione della complessità della vita sulla Terra, ma un elemento concreto e utile nella preservazione del medesimo. All'Università una delle domande che venivano poste più spesso a noi dell'indirizzo Paleontologico era "ma a che c... serve la Paleontologia" e noi a cercar giustificazione più che dar risposte (poi uscì Jurassic Park e nessuno più fiatò...) ecco, con questo approccio credo si cambi anche il modo d'intendere la Paleontologia. Cosa che in Italia almeno male non farebbe.
La traduzione è mia per cui può avere tutti i limiti del caso.


Gli scienziati stanno unendo avvocati, politici e scrittori per sollecitare la preservazione, non solo per salvare le specie, ma anche per preservare una gamma diversificata di strutture degli ecosistemi e delle funzioni di fronte alla crescita della popolazione (umana) e cambiamento climato. Questo potrebbe significare anche accettale la scomparsa di alcune specie  da alcune zone se ciò significa (ottenere) un ambiente più resiliente, ossia, in grado di reagire meglio a temperature in aumento e  perdita di habitat.
Fondamentale per valutare la salute degli ecosistemi in rapida evoluzione di oggi è capire la loro storia, che può essere conosciuta solo dai reperti fossili, o dalla paleobiologia della regione, come sostengono gli scienziati."In passato, biologia della conservazione cercava di tenere tutto statico, per salvare tutto solo così come è, come si trattasse di una collezione museale di specie", ha detto l'autore senior Anthony Barnosky, professore emerito di biologia integrata presso la UC Berkeleye che ora è direttore esecutivo dello Stanford University Jasper Ridge Biological Preserve. "Ma stiamo cambiando il pianeta così tanto che non ci si può aspettare di mantenere le vecchie norme. Già oggi ci sono nuovi contesti, e in futuro ci saranno ulteriori contesti nuovi. Quindi la domanda è: come facciamo biologia della conservazione in quello scenario di cambiamenti così rapidi "?La risposta sta nel ripensare le modalità di gestione degli ecosistemi, sia uno selvaggio come il Parco Nazionale di Yellowstone o un campo di fragole, per promuovere il cambiamento sano nel corso del tempo."Stiamo sostenendo in questo lavoro che dobbiamo preservare la capacità di rispondere ai cambiamenti in un modo che mantenga l'ecosistema sano, che probabilmente comporterà vedere specie che vanno e vengono, osservando cambiare le combinazioni delle specie, e in qualsiasi luogo, ciò che noi consideriamo come un ecosistema tipico oggi, non sarà necessariamente lo stesso tra 20 o 30 anni ", ha detto Barnosky.Queste considerazioni provengono da un workshop che ha coinvolto 41 studiosi provenienti da tutto il mondo riunito presso la UC Berkeley da un gruppo internazionale di collaboratori nel mese di settembre 2015 per discutere il futuro della conservazione. Il gruppo, che comprendeva ecologi, biologi della conservazione, paleobiologi, geologi, avvocati, politici e scrittori, ha pubblicato le sue conclusioni in uno studio che appare nel numero del 10 febbraio della rivista Science."Avere collaboratori provenienti da parti in via di sviluppo del mondo, ci ha aiutato a concretizzare le nostre idee", ha detto Elizabeth Hadly,  professoressa di biologia alla Stanford University e co-autrice dello studio. "Le nostre idee sono ben motivate ​​nel campo della scienza, ma devono tener conto delle realtà che quotidianamente sperimentano le personoe che vivono in questi territori."

La Preservazione è come la conservazione degli esemplari da museo?Barnosky ha osservato che i biologi della conservazione si sono divisi tra chi vuole mettere a fuoco la preservazione degli ecosistemi come  aree naturali-incontaminate,  escludendo gli esseri umani, e coloro che vogliono manipolare ciò che essi chiamano "nuovi ecosistemi", che derivano da attività umane.Il gruppo del workshop ha convenuto che sono necessarie entrambe le prospettive. Storicamente ecosistemi intatti, come alcune parti dell'Amazzonia, potrebbero essere gestite massimizzanso contemporaneamente biodiversità, una rete alimentare equilibrata e servizi  degli ecosistemi, come lo stoccaggio di carbonio o la depurazione dell'acqua, per tutto il tempo mantenendo una sensazione di selvaggio.Altri ecosistemi, come i campi agricoli, potrebbero essere gestiti per massimizzare la produttività, senza distruggere la biodiversità che li circonda, come spesso accade con le monocolture di mais, grano o soia."Facciamo affidamento sulla natura per quasi tutto: acqua pulita, cibo, materiali per la costruzione e produzion dei computer e telefoni", ha detto il co-autore Allison Stegner, un ex studente laureato dell'Università di Berkeley che ora è un socio di ricerca post-dottorato presso l'Università di Wisconsin- Madison. "Il ritmo del cambiamento globale di oggi è così veloce che ci troviamo a perdere tutte quelle cose da cui dipendiamo. Trovare nuovi approcci alla conservazione (ambientale) è essenziale per mantenere la vita umana. "Che si tratti di ecosistemi storicamente intatti o nuovi - il 47 per cento del territorio libero dai ghiacci della Terra è stato alterato dagli esseri umani - gli scienziati hanno bisogno di ricostruire la paleobiologia della regione, vale a dire, capire com'era l'ecosistema prima che  gli esseri umani lo modificassero, e cercandoo di riportarlo in una certa misura verso quel equilibrio naturale, spiefa Barnosky.In molti casi, questo può comportare il tentativo di conservare un membro della comunità (ecologica) che svolge un ruolo cruciale, come un carnivoro superiore, anche se le specie svolge quel particolare ruolo può variare nel tempo."Una delle cose su cui stiamo discutendo è, decidiamo ciò che stiamo cercando di preservare e poi utilizziamo il record paleobiologico per dirvi come preservarla. I reperti fossili stanno diventando fondamentali nel guidare la natura nel futuro ", continua  Barnosky.Per i nuovi ecosistemi, il record paleobiologico è essenziale perché potremmo dover ricostruire artificialmente un ecosistema sano, il che significa conoscere ruoli di ogni specie, e quindi, ci dobbiamo assicurare di avere il giusto numero di grandi mammiferi, per esempio, o il giusto equilibrio tra carnivori e erbivori."Bisogna conoscere i pezzi, i ruoli funzionali e come mettere insieme le specie per fare un ecosistema che è destinato a durare e mantenere se stesso e rimanere in buona salute", ha detto Barnosky."Siamo di fronte enormi sfide per conservare la natura e soddisfare le esigenze degli esseri umani nel 21° secolo, a fronte della crescita della popolazione e del  drammatico cambiamento ambientale", ha detto il co-autore David Ackerly, professore di biologia integrata dell'UC Berkeley. "I reperti fossili forniscono intuizioni uniche sul modo in cui gli ecosistemi cambiano in risposta al clima. Questa prospettiva è davvero preziosa per equilibare i diversi obiettivi di conservazione, e sviluppare approcci e obiettivi in ​​grado di adattarsi al cambiamento imprevisto nel futuro. "

Nell'articolo trovate poi l'elenco completo dei partecipanti e finanziatori del Workshop.