lunedì 11 luglio 2016

a proposito di Deep Water Horizon

Operazioni di "capping" del pozzo - the Telegraph
Ricordate tutti la fuoriscita di petrolio dalla piattaforma Deep Water Horizon, nel golfo del Messico. Nell'aprile 2010 dal pozzo Macondo, a seguito di una rottura nelle valvole di raccordo e nelle condutture, 5milioni di barili di petrolio almeno, fuoriuscirno dal pozzo (in pressione), prima che la falla fosse chiusa. 
La vicenda fu usata strumentalmente e maldestramente duranta la recente campagna per il nostrano "referendum sulle trivelle". Bene, mentre qui si chiacchera nel Golfo del Messico si sta facendo ancora la conta dei danni e si sta cercando di capirne di più sul comportamento del greggio in ambito oceanico; infatti i modelli di dispersione del greggio, per le particolari condizioni chimico fisiche del golfo, hanno reso molto complesso non solo il suo  recupero, ma anche il capire come si sia disperso. Su Geology Page è apparso questo articolo , che mi sono permesso di tradurvi, circa gli ultimi sviluppi sulla situazione. Risulta bene evidente quanto complessa sia la situazione e quanto inopportuno il paragone con i depositi e le piattaforme mediterranei.

Di seguito l'articolo: A seguito della portata senza precedenti del disastro ambientale, la valutazione del danno causato nel 2010 dalla fuoriuscita di greggio dalla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico è stata una sfida. Un puzzle irrisolto è la posizione di 2 milioni di barili di petrolio sommerso che si pensa per essere intrappolati nelle profondità dell'oceano.
L’Unità Costiera Santa Barbara di David Valentine e colleghi del Woods Hole Oceanographic Institute (WHOI) e Unità Costiera Irvine sono state in grado di descrivere il percorso che l'olio ha seguito per creare un impronta sul fondo dell'oceano profondo. I risultati appaiono oggi negli Atti della National Academy of Sciences.
Per questo studio, gli scienziati hanno utilizzato i dati del processo di valutazione dei danni alle risorse naturali condotto dal National Oceanic and Atmospheric Administration. Il governo degli Stati Uniti stima scarico totale del pozzo Macondo - dalla fuoriuscita di aprile 2010 fino a che il pozzo è stato ricoperto nel successivo luglio – in 5 milioni di barili.
Analizzando i dati provenienti da più di 3.000 campioni raccolti presso 534 sedi oltre 12 spedizioni, hanno identificato un’area di 1.250 miglia quadrate del fondale profondo sul quale è stato depositato da 2 a 16 per cento del petrolio scaricato. La ricaduta di olio sul fondo del mare ha creato un sottile strato, più spesso a sud-ovest del pozzo di Macondo. L'olio si è maggiormente concentrato all'interno del primo mezzo pollice deal fondo marino, mentre era presente in modo discontinuo anche alla scala di alcuni piedi.
L'indagine si è concentrata principalmente sull’Hopano, un idrocarburo non reattivo, che è servito come un marker per l'olio scaricato. I ricercatori hanno analizzato la distribuzione spaziale dell’hopano nel nord del Golfo del Messico, rilevandolo più concentrato in uno strato sottile al fondo del mare, entro 25 miglia dal pozzo guasto, implicando chiaramente Deepwater Horizon come fonte.
"Sulla base delle prove, i nostri risultati suggeriscono che questi depositi provengano dal petrolio del pozzo Macondo, che è stato prima in sospensione in profondità nell’oceano e poi si è depositato sul fondo del mare, senza mai raggiungere la superficie dell'oceano", ha detto Valentine, professore di Scienze della Terra e biologia University of California. "Il modello è come un'ombra delle minuscole goccioline di olio che sono stati inizialmente intrappolate in profondità dell'oceano circa 3.500 piedi e spinte in giro dalle correnti profonde. Una combinazione di chimica, biologia e fisica in ultima analisi, ha fatto piover quelle gocce  per altri 1.000 piedi andando a depositarsi sul fondo del mare. "
Valentine e i suoi colleghi sono stati in grado di identificare gli hotspot di ricaduta di petrolio in prossimità di coralli di acque profonde danneggiati. Secondo i ricercatori, questi dati confermano il risultato, in precedenza contestato, che questi coralli siano state danneggiati dalla fuoriuscita di Deepwater Horizon.
"L'evidenza sta diventando chiara che le particelle oleose piovevano intorno a questi coralli di acque profonde, ciò fornisce una spiegazione convincente per il danno che hanno sofferto", ha detto Valentine. "Il modello di contaminazione che osserviamo è pienamente coerente con l'evento Deepwater Horizon, ma non con filtri naturali -. L'alternativa suggerita"
Mentre lo studio ha esaminato un'area specifica, gli scienziati sostengono che l'olio riscontrato rappresenta una minima parte del fuoriuscito. Essi ritengono che la deposizione di petrolio sia avvenuta anche al di fuori dell'area di studio, ma finora non ne sia avvenuto il rilevamento a causa della sua discontinuità.
"Questa analisi ci fornisce, per la prima volta, un po’ di conclusioni sulla questione “Dov'è finito l'olio uscito e come?" Ha dichiarato Don Rice, direttore del programma nella divisione del National Science Foundation di Ocean Sciences. "E ci avverte anche che questa conoscenza rimane in gran parte provvisoria fino a che non potremo spiegare completamente che fine abbia fatto il restante 70 per cento."
"Questi risultati dovrebbero essere utile per valutare i danni causati dalla fuoriuscita di Deepwater Horizon, nonché pianificare futuri studi per definire ulteriormente la portata e la natura della contaminazione", ha concluso Valentine. "Il nostro lavoro può anche aiutare a valutare il destino di idrocarburi reattivi, modelli di prova del comportamento di petrolio nell'oceano e il piano per le fuoriuscite future."

Reference:
David L. Valentine, G. Burch Fisher, Sarah C. Bagby, Robert K. Nelson, Christopher M. Reddy, Sean P. Sylva, and Mary A. Woo. Fallout plume of submerged oil from Deepwater Horizon. PNAS, October 27, 2014 DOI: 10.1073/pnas.1414873111

Note : The above story is based on materials provided by University of California - Santa Barbara. The original article was written by Julie Cohen.

Read more : http://www.geologypage.com/2014/10/where-did-all-oil-go.html#ixzz4E5CrXrnv
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mercoledì 29 giugno 2016

Verso l'Italia della differenziata. A piccoli passi.

Pubblicato il decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 26 maggio 2016 sulla Gazzetta Ufficiale del 24 giugno 2016, n. 146, con il quale si da il via alle linee guida per calcolare la percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti urbani. Le linee sono state elaborate dal Ministero allo scopo dii uniformare il metodo di  calcolo della percentuale raccolta differenziata prodotta nei vari territori. Il che avviene attraverso una serie di raccomandazioni tecniche, che dovrebbero trovare applicazione  sull’intero territorio nazionale, al fine di rendere confrontabili, sia a livello temporale che spaziale,  i dati afferenti a diversi contesti territoriali. Questo per arginare le forti differenze di calcolo e, quindi, di valutazione sulle prestazioni dei processi di gestione urbana dei rifiuti, che nell'Italia dei mille campanili sono la regola. 
Il provvedimento introduce alcuni criteri guida, limita i CER che sono "calcolabili" nelle raccolte, fissa un criterio di calcolo per ciò che riguarda il compostaggio e affronta la questione del computo dei rifiuti spiaggiati per le località marine-lacuali. A mio avviso si va nella giusta direzione, ma timidamente, rimane ancora una forte discrezionalità regionale sul tema - non si afferma, per esempio, in modo perentorio che le Regioni debbano adeguare rapidamente le loro delibere in materia. Inoltre, non si pone ancora in maniera chiara il tema dell'"Assimilazione", ossia del processo con cui gli Enti locali possono indicare quali rifiuti di origine speciale (prodotti cioé in ambito non urbano-domestico) possa essere considerati affini agli urbani e, quindi, essere sia soggetti alle relative tariffe che computabili nel calcolo della percentuale di raccolta differenziata. Su questo c'è davvero di tutto in giro per la penisola, talvolta con esagerazioni vere e proprie. Sul tema il presente provvedimento rimanda a uno specifico, che ormai da troppo tempo staziona dal legislatore, impantanato nelle italiche contraddizioni di omogeneità-autonomia-furbizia-pragmatismo.
Infine, non si introduce ancora una valutazione nella misura delle raccolte differenziate, legate alla qualità delle medesime, ossia al corretto smistamento dei flussi inziale, per esempio attraverso campagne di monitoraggio effettuate nei centri di raccolta - trattamento, sul modello per esempio vigente in Veneto da qualche anno, e di cui si parlò qui tempo fa. Insomma l'Italia del Riciclo avanza anche normativamente, ma davvero a piccoli passi, quando dovrebbe marciare a passo di carica.

martedì 28 giugno 2016

Si permetta un momento di intimità al P.ferox. Un gran pezzo d'infanzia oggi se ne è andato. 
Ciao Bud.

giovedì 23 giugno 2016

(RI)Parte il Servizio di Protezione Ambientale Nazionale (Davvero?)

Con la Votazione avvenuta il 15 giugno nasce, o meglio si farebbe a dire, RINASCE il Servizio di Protezione Ambientale Nazionale.  Il Senato ha, infatti, approvato il progetto di legge a prima firma di Ermete Realacci, progetto che ha coinvolto sia il PD, che i 5S, che la Sinistra qualcosa, e che dopo un lungo iter parlamentare arriva a compimento. La legge, di fatto, mette ISPRA a capo delle Agenzie Ambientali Regionali (le ARPA, istituite con la legge 61 del 1994), creando un filo diretto tra le Agenzie e il Ministero dell'Ambiente. Le Arpa rimangono organizzate su base regionale e dipendenti dalle Regioni anche per i finanziamenti, almeno in parte, ma ISPRA è investito di funzioni di coordinamento e controllo sulle attività di presidio ambientale e sopratutto dovrà predisporre i Livelli Essenziali di Prestazioni Tecniche Ambientali - LEPTA - ossia dovrà uniformare procedure, standard, controlli e metodiche delle Agenzie, troppo spesso troppo disogenee su base nazionale, ma anche intraregionale. Un po' si va verso a quel concetto di "ASL Ambientali"  che avevo lanciato tempo fa.  E' un fatto sicuramente positivo, poiché finalmente si protrà uniformare il controllo e la protezione ambientale su base nazionale evitando le pesanti disparità attuali, che consentono talvolta di avere, su procedimenti simili, atteggiamenti e esiti anche opposti, a tutto detrimento non solo dell'ambiente, ma anche dell'economia. Orbene è da dire, però, che
  • come rileva il Sole24Ore, mancano i decreti attuativi per cui ci vorrà qualche mese e non vorremmo che la faccenda si tirasse troppo per le lunghe, lasciando la legge solo sulla carta;
  • come rileva la Stampa, al Senato si è più volte ribadito che l'introduzione dei LEPTA non deve avere aggravi di costi per la finanza pubblica, ma ISPRA è già adesso sottofinanziato per ciò che fa, come si può pensare di standardizzare e potenziare su base nazionale la protezione ambientale senza adeguate risorse?
  • Anche i firmatari della proposta di legge ritengono che sia con essa nato il Sistema di Protezione Ambientale Nazionale, in realtà esso esiste dal 94, quando nacque l'ANPA (Agenzia Nazionale Protezione Ambientale) divenuta poi attraverso varie peripezie ISPRA. La legge di fatto riprende quel vecchio principio, come ben spiegano gli Amici della Terra sull'Astrolabio. Fu la politica che, di fatto, disgregò quel sistema, creando la frammentarietà e contradditorietà odierna, cui la nuova legge vorrebbe porre fine. Speriamo che la storia non si ripeta e sia la volta buona.
  • Da segnalare che tra i compiti affidati a ISPRA mancano quelli legati alla radioprotezione, che rimangono ancora separati e in una logica di razzionalizzazione non mi pare il massimo.
  • Di positivo è che il coordinamento tra ISPRA e ENEA dovrà necessariamente aumentare.
L'omogeinizzazione e la standardizzazione - al rialzo, in teoria - dei livelli tecnici del controllo ambientale è un obbiettivo importante e che andrebbe raggiunto in fretta, questo impone anche di garantire tra le Agenzie le medesime disponibilità finanziarie - cosa che è ancora legata alle Regioni - e  le medesime dotazioni tecnico-strumentali, nonché i medesimi investimenti su formazione e addestramento del personale,magari anche con possibilità di interscambio per "esportare" le esperienze virtuose che pur ci sono nelle varie ARPE. L'ISPRA in ottica LEPTA e di SNPA può davvero diventare uno strumento di contemporanea produzione di conoscenza scientifica e di applicazione tecnica operativa. Per far ciò ci vogliono leggi chiare, personale formato, direzione pragmatica, risorse e controllo di gestione. E nella standardizzazione, sarebbe opportuno cercare di elaborare delle linee guida che fossero omogenee a linee europee, ossia, a mio avviso, l'elaborazione dei LEPTA, dovrebbe avvenire cercando di gettare delle basi ulteriori per standard europei di protezione ambientale.