mercoledì 7 agosto 2019

Dieta&sostenibilità: Hakunamatata?

Una delle grandi sfide del nostro tempo è la così detta questione demografica. Siamo 7 miliardi e mezzo oggi, si prevede saremo più di 10 fra 30 anni. L'Occidente sarà mediamente più vecchio, mentre Africa e Asia alimenteranno la crescita con popolazione giovane. Mediamente miglioreranno le condizioni di vita, grazie alla tecnologia e ai piani di sviluppo, di converso si porrà  ancor di più il tema delle risorse di cui necessiteremo per sostentarci. Orbene, abbiamo già in passato riflettuto sul grosso problema alimentare che rischia di profilarsi all'orizzonte per il combinato disposto dell'incremento demografico umano, il cambiamento climatico e gli stili alimentari. Per sfamare questa popolazione e per soddisfare il crescente bisogno di carne, che sempre più diventa frequente nell'alimentazione di fette più ampie di popolazione anche in paesi come Cina e India, serviranno più spazio, più colture e più allevamenti. Con tutto ciò che ne consegue un termini di deforestazione, riduzione degli habitat naturali, consumo di suolo, contaminazione delle matrici ambientali. Basti pensare che secondo uno studio statunitense la produzione di un kg di carne bovina richiede fino a 84 volte più terra di quanto richiedano le altre carni. Almeno stando alle metodiche di produzione USA. Servono soluzioni alternative. Serve, quindi, , una nuova agricoltura, che produca di più con meno.
La produzione di un kg di carne bovina richiede circa 15 mila litri di acqua in media, secondo la FAO, pur con le dovute cautele su come si compone tale tale dato e:
  • Tra il 2000 e il 2014, la produzione mondiale di carne è aumentata del 39%; la produzione di latte del 38%.
  • Si prevede che la produzione globale di carne dovrebbe aumentare del 19% nel 2030 rispetto al 2015-2017; che la produzione di latte aumenterà nello stesso periodo del 33%.
  • La produzione di bestiame rappresenta il 40% della produzione agricola totale nei paesi sviluppati e il 20% della produzione agricola totale nei paesi in via di sviluppo.
Dovremo necessariamente ridurre globalmente il consumo di carne (lo dico con la morte nel cuore), in particolare bovina, sia per ragioni etiche (oggi per soddisfare la domanda di carne sono necessari allevamenti intensivi intollerabili dal punto di vista igienico sanitario, ma anche etico) e ripensare una dieta che tragga altrove le proprie proteine. Tenendo conto che nemmeno la dieta vegan è sostenibile, per la necessità di suolo e acqua che richiederebbe per soddisfare 11 miliardi di terrestri, specie se abbinata a deliri bio. Sarà quindi, necessario ricorrere alle opportunità delle biotecnologie, abbandonando molte ipocrisie e ricorrendo con attenzione alle nuove tecnologie disponibili per l'agrotecnica. Fortunamente anche l'UE sta rivedendo, pur se con un gradualismo snervante, talune sue posizioni dettate più da ideologismi e interessi corporativi. Già ora si tentano approcci tecnologici per realizzare un'alternativa sintetica alla carne soddisfacendo contemporaneamente esigenze nutrizionali e palato. 
Ma sarà anche necessario rivedere i nostri schemi culturali, approcciando il tema dell'entomofagia. Ovverosia l'inserimento di insetti nel nostro regime alimentare. Gli insetti possono essere una fonte importante di proteine, producibili a basso impatto, con scarse emissioni di CO2 e altri gas, di fatto nessuna produzione di scarti di macellazione. Le istituzioni europee hanno già iniziato a vagliare pragmaticamente la regolamentazione delle produzione finalizzata al consumo umano, ovviamente siamo ancora lontani da un consumo su larga scala, almeno in occidente, ma le prospettive sono promettenti, gli ostacoli sono più culturali che tecnici. Anzi da un punto di vista alimentare, la dieta entomofoga permette di accedere a calorie con pochi grassi e una buona dose di sali minerali e antiossidanti come rivela uno studio italiano e le cellule da insetto risultano promettenti da un punto di vista dell'ingegnerizzazione per produrre alternative sintetiche alla carne, comparabili da un punto di vista proteico. Esistono già per altro esperimenti culinari, più tradizionali, con l'utilizzo di farine derivanti da insetto e fuori dal continente europeo, o per necessità o per tradizione l'entomofagia è già pratica diffusain Italia, come troppo spesso accade su temi che riguardano un cambio dei nostri costumi e consumi in ottica di maggior sostenibilità ambientale, vuoi per ragioni di ridotta apertura mentale, vuoi per mancanza di strumenti culturali, vuoi per più bassi interessi economici, volti a non compromettere attuali rendite e mercati si sono già levate polemiche e strumentalizzazioni e posizioni di chiusura ovviamente nel nome della grande cultura alimentare italiana e per la salute dei consumatori.
Se il dibattito rimarrà su questi toni, come accaduto in altri ambiti, rischiamo di rimanere indietro anche su questo frangente. E non è solo una questione economica, ma riguarda la nostra sostenibilità ambientale, quindi, la quantità di risorse che avremo disponibili. Tra l'altro fa un po' sorridere un approccio simile, per due ragioni:
- la prima: gli insetti sono ARTROPODI e noi ne consumiamo già abbondatemente, e sono pure prelibatezze, si trattadei CROSTACEI. Rispetto a questi, gli INSETTI hanno meno problematiche allergeniche.
- la seconda: è una contraddizione rispetto alla tradizione culinaria italiana da sempre aperta a nuovi ingredienti e nuove soluzioni, proprio nel nome di una maggior creatività e salubrità della dieta. Pensiamo che pomodoro e mais, così importanti nella nostra cucina, li dobbiamo a Colombo, se in allora ci fossero stati dei pasdaran delle "radici alimentari", oggi alcuni dei nostri piatti nazionali sarebbero assai meno appetibili.
Oggi il tema non é solo quello del palato è quello più globale di rendere sostenibile la nostra presenza sul pianeta, possiamo fare spallucce e dire Hakunamatata (non ci pensare) come Pumba e Timon (che però sono gourmet entomofagi) e per poi dolerci nel  ritrovarci in un pianeta spoglio, sovraffollato e... affamato.

lunedì 11 marzo 2019

Troppa fede in Bio. Meglio l'Agricoltura Tecnica che Teologica

Ci viene spesso chiesto, perché l'Agricoltura sarebbe tema da Geologi. Come abbiamo ricordato già in un altro intervento la pratica agricola ha un impatto enorme sulle matrici ambientali, e una valenza enorme nel favorire o prevenire processi di dissesto idrogeologico, erosione del suolo, tutela della qualità ambientale. L'agricoltura è la prima pratica con cui l'uomo ha trasformato l'ambiente e alterato gli ecosistemi (sì perché passare da un paesaggio naturale, a un bucolico panorama agreste significa ridurre la biodiversità vegetale e animale - non aumentarle) e a tutt'oggi, col crescere della popolazione globale, il fenomeno è in incremento. Per questo, come l'uomo deciderà di impostare l'attività agrotecnica nel futuro, non è indifferente, visti i tassi demografici, per l'uomo stesso e per l'ambiente. Ecco perché non può lasciarci indifferenti il dibattito parlamentare di questi giorni sul DDL 998, già approvato alla Camera e in arrivo al Senato dedicato all'agricoltura biologica, che diventerebbe centrale nella strategia agricola nazionale. Un dato su tutti, oggi è coltivato a biologico il 15% della superficie agricola disponibile e si produce il 3-3,5% del prodotto immesso sul mercato. già qui capiamo che c'è un problema, in un mondo affollato e affamato serve una produzione che richieda meno risorse (terra, acqua, concime) e non di più, e soprattutto che renda di più e non di meno. Giustamente la senatrice Cattaneo lancia l'allarme sul provvedimento, anche perché vi è in esso una pericolosa commistione tra biologico e biodinamico (pratica esoterica questa, purtroppo sdoganata da politici insipienti e accademici compiacenti). Il rischio è di avere un'agricoltura con bassa resa, che ci renda ancora meno "sovrani" in termini alimentari, aumentando l'import, ma soprattutto gli impatti ambientali. La Senatrice Cattaneo, cerca di rompere un tabù, parlare con franchezza dei limiti del biologico, significa andare contro il mainstream, quello per cui basta mettere il prefisso "bio-" e tutto diventerebbe buono e sostenibile, ma non è così. Già lo scorso anno fu protagonista di uno scontro in punta di penna con Michele Serra, difensore, un po' interessato del biologico, che ovviamente si basava su molto luogocomunismo e moralismo e assai poco su pragmatismo e argomenti concreti e che la Cattaneo ha puntualmente smontato. Sulla questione si è mossa tanta parte del mondo scientifico e tecnico agrario, con appelli e documenti inviati al parlamento, di cui il più recente è quello inviato al Senato. Sul sito della Società Italiana di Genetica Agraria e su Agrarian Sciences trovate ampia documentazione su tutta la discussione. Cosa preoccupa maggiormente i vari esperti:
- che passi la sostanziale equiparazione del biodinamico al biologico (cosa su cui si dovrebbe risentire anche chi pratica biologico), ossia una pratica senza efficacia e valore scientifico, poiché questo significherebbe distogliere risorse utili all'agricoltura e sprecare finanziamenti;
- che passi l'idea di percorsi universitari specifici per la sola pratica biologica. Questo porterebbe a tecnici agrari con una specializzazione di nicchia e soprattutto privi delle competenze necessarie alla complessità dell'agrotecnica moderna;
- che sostanzialmente si accentri sul biologico, che si ricorda copre solo 3% della produzione, la strategia agricola nazionale, marginalizzando di fatto il 97% delle produzioni italiane;
- che passi l'idea che il biologico non usi fitofarmaci, in realtà il biologico ammette ampie dosi di piretrine (insetticidi), lo spinosad e il solfato di rame. Quest'ultimo in dosi massicce. Tutte sostanze che hanno impatto anche sugli insetti "buoni" come le api e che hanno, nel caso del solfato di rame, elevata persistenza ambientale e ricadute ecotossicologiche, specie sugli ambienti idrici. Vi è poi il forte impiego di concimi organici, con tutto il tema del loro impatto e soprattutto del fatto che derivano da animali alimentati per lo più a OGM (che per chi scrive non è un problema e nemmeno per tanta parte del mondo Agricolo che la ragiona, ma lo è per chi pratica biologico il cui primo vanto sarebbe l' essere OGM FREE);
- che passi l'attività sementiera "creativa", che nelle intenzioni del legislatore vorrebbe sottrarre alle lobbies delle multinazionali la vendita dei sementi per lasciare al fai da te degli agricoltori, che si troverebbero meno tutelati in materia di qualità delle sementi e soprattutto più esposti a fitopatologie (si veda il caso della gestione "creativa e partecipata" della fase iniziale dell'epidemia di Xylella nel salento - un successone), in particolare con la promozione di varietà sementiere vecchie, come i celeberrimi "grani antichi", che non solo non hanno valori aggiunti in termini nutrizionali, ma hanno rese per ettaro anche di 10 volte inferiori a quelle normalmente coltivate.
Ovviamente alla presa di posizione delle varie associazioni di Scienze Agrarie ha replicato la Feder Bio, l'associazione di categoria degli agricoltori biologici, il cui presidente non ha usato sempre toni urbani, attaccando più su una presunta "questione morale" che genererebbe il pregiudizio della comunità tecnica, che nel merito dei rilievi fatti. La replica delle Federbio ha eluso alcune delle questioni essenziali:
- la richiesta di più terra del Biologico, a fronte di meno rese per ettaro
- l'uso massiccio di concime organico derivato da animali alimentati a farine OGM (lo è la stragrande maggioranza di quelle usate nel nostro paese), a fronte di una dichiarazione di OGM FREE
- il meccanismo quanto meno incestuoso dei controlli nel biologico (controllore pagato dal controllato)
- le maggiori emissioni di CO2 dell'agricoltura biologica rispetto all'integrata
- il maggior costo dei prodotti biologici, senza nessuna particolare miglioria nutrizionale, che li rende "socialmente" meno accessibili.
Orbene è certo vero che la necessità di rendere l'agricoltura integrata meno dipendente dai fito farmaci  e sopratutto meno impattante è altrettanto fondamentale, basti rilevare il problema della presenza di pesticidi nelle acque superficiali e sotterranee come evidenziate anche dal recente rapporto ISPRA sul tema; ma questo non si persegue attraverso visioni ideologiche o bucoliche e pratiche agricole che richiedono ancor più risorse e sono meno efficienti.
Le previsioni demografiche ci danno verso i 10 miliardi di esseri umani nel 2050. Con i trend del cambiamento climatico le terre agricole disponibili saranno in calo, per cui avremo bisogno di una agricoltura che ottimizzi gli spazi e le risorse, in termini di acqua e nutrienti, questo per garantire la sicurezza alimentare, evitare carestie e migrazioni bibliche e sopratutto il dover aumentare la deforestazione per reperire nuove terre da coltivare. Piaccia o meno ciò non è possibile con pratiche agricole che rifuggono la tecnologia e le posizioni scientifiche, ha ben ragione quindi la mitica Deborah Piovan  quando ricorda che la pratica agricola è questione complessa e  a dichiarare "Io voglio poter accedere a tutti gli strumenti che l’innovazione ci mette a disposizione per migliorare la qualità del nostro processo produttivo." , e coraggiosamente discute su Glifosate e OGM, argomentando come una gestione emotiva di questi due temi rischia di essere estremamente controproducente per la nostra agricoltura sia in termini ambientali che economici, rendendola meno sostenibile e meno redditizia. 
Il DDL 998 va purtroppo in questa direzione, un approccio superato, ideologico e preconcetto sulla pratica agricola, una visione bucolica e fideistica sul biologico, il rifiuto di tecnologie e innovazione in nome di un "naturale" che non esiste più dal giorno in cui un anonimo nomade mesopotamo decise di smettere di migrare e iniziò a selezione delle spighe selvatiche in base al numero di semi che producevano.

giovedì 10 gennaio 2019

RIPARIAMO L'ITALIA o forse è TROPPO TARDI?


Piccolo post con consigli di lettura, utile per fare un paio di considerazioni di livello più generale. Il libro "Troppo Tardi" del noto metereologo Luca Mercalli, affronta il tema del cambiamento climatico, delle scelte che dobbiamo fare come società per evitare il peggio e dei comportamenti che ciascuno dovrebbe adottare, a parte qualche scivolata un po' fricchettona e qualche ripetizione di troppo, il libro tocca temi concreti e questioni che sono sotto gli occhi di tutti. In primis la questione culturale, manca una consapevolezza profonda nei cittadini, particolarmente in noi italiani, su quello che possiamo fare come singoli e come società, viviamo come se il domani non fosse un problema nostro, mentre lo è, vi è un forte gap culturale anche nelle prevenzione delle calamità, si insegue l'emergenza e non si lavora per evitarla, manca una cultura diffusa di protezione civile, nonostante gli straordinari talenti nel nostro paese in tal senso. Vi è forse un limite nel discorso di Mercalli quando affronta il tema demografico, ritenendoci troppo numerosi (intesi come esponenti delle specie umana) ritiene positivo il fatto che nel 2050, fatti salvi imprevisti, come italiani saremo 6 milioni in meno rispetto a oggi, a seguito della denatalità. Non saremmo particolarmente rallegrati dal fatto, poiché saremo mediamente anche molto più vecchi, quindi, meno inclini a quei cambi di paradigma, sociali, comportamentali, economici, che per Mercalli, a ragioni, sono necessari intraprendere per moderare il tasso di riscaldamento globale. Particolarmente interessanti i passaggi circa le potenzialità che le ristrutturazioni degli edifici possono avere in termini di risparmio energetico e riduzione di CO2. 
Sul tema ristrutturazione degli edifici si concentra molto anche Erasmo de Angelis, giornalista, già
direttore di Italia Sicura, autore di Ripariamo L'Italia, dove ripercorre la storia degli eventi sismici in questo paese, evidenziando come da sempre siamo di memoria corta, piangendo morti durante le tragedie, ma facendo poco successivamente per prevenire gli effetti, perché, come più volte ricorda De Angelis, nei terremoti sono gli edifici il problema più che la terra.  Sono circa 560 i miliardi di euro spesi nella gestione post emergenza, ossia per ricostruzioni, secondo l'autore negli ultimi 60anni. Circa 60 quelli degli ultimi 10 anni. Con 100 si metterebbe in sicurezza da un punto di vista sismico l'intero patrimonio edile, compreso quello storico. Nonostante gli incentivi questo, sopratutto per ragioni culturali - si preferisce la Madonna, alla prevenzione - non avviene. Quando si parla di fascicolo del fabbricato o assicurazione sismica immediatamente la politica rivela la sua debolezza, visto che se si catalogasse lo stato di sicurezza del patrimonio immobiliare italiano, probabilmente crollerebbero i prezzi. E pensare che potremmo combinare la riqualificazione energetica degli edifici alla messa in sicurezza sismica, con contributi statali e con ovvi benefici per i cittadini, l'ambiente e l'economia, anche perché sarebbe l'occasione per riconvertire buona parte del settore edile nazionale, che non può più sperare di campare con l'urbanizzazione del territorio, visto i drammatici dati del consumo di suolo in questo paese, con tutti i problemi connessi. E anche nel caso della prevenzione sismica diventa fondamentale l'educazione della popolazione, alla gestione delle emergenze fin dall'infanzia. Applaudiamo quando vediamo nelle scuole giapponesi i bambini essere rigorosi e preparatissimi nelle simulazioni di calamità, salvo poi essere estremamente refrattari a importare e implementare una cultura e pratica simile nel nostro paese. Peccato che quelli che abitano in un pezzo di crosta terrestre per lo più scosceso, stretto tra due placche in collisione, con una attività vulcanica di rilievo, soggetto a eventi climatici intensi e affetto da un urbanizzazione spesso disordinata e con un patrimonio immobiliare con una significativa componente vetusta e obsoleta siamo noi.

martedì 18 dicembre 2018

Carboni Ardenti

Un recente articolo pubblicato sull'International Journal of Coal Science&Tecnology, rivista tecnica del gruppo Springer, specializzata sulle tecnologie di estrazione e lavorazione del carbone, esplora il tema della contaminazione da metalli pesanti nelle aree ospitanti industrie per la raffinazione del carbone. L'articolo, redatto da un gruppo di studiosi cinesi dell'Università di Pechino, si concentra sul caso di un impianto di raffinazione del carbone nella regione autonoma di Ningxia, situata nella Cina centro settentrionale, e riporta le valutazioni fatte in merito alla concentrazione, nell'area dell'impianto e limitrofe, nel suolo dei metalli pesanti Piombo (Pb), Arsenico (As), Cromo esavalente (CrVI), Mercurio (Hg) e Cadmio (Cd), tutti elementi che se in concentrazione eccessiva nelle matrici ambientali sono dannosi per gli ecosistemi e cancerogeni per l'uomo. Lo studio si propone di elaborare una modellizzazione che possa prevedere la distribuzione spazio temporale nei prossimi 20anni della concentrazione dei metalli pesanti citati. 
La regione di Ningxia è relativamente pianeggiante, con clima continentale soggetto a monsoni. L'impianto, esteso per una superficie di 47 ettari circa, è caratterizzato dalla presenza di tre camini, una stazione per la produzione energetica, una discarica interna per i fanghi di lavorazione e una rete ferroviaria per il trasporto materiale, e varie strutture per lo stoccaggio e la lavorazione delle varie fasi del ciclo, compresa la gassificazione.  Lo studio ha previsto il campionamento dei primi 20cm di suolo - top soil - secondo una griglia 50x50m. Oltre alla determinazione delle concentrazioni degli elementi ricercati entro l'area e rispetto all'ambiente esterno, si è proceduto a valutare la loro mobilità sottoponendo i campioni di suolo a una "precipitazione" di 0,4ml/s di acqua per 15 gg,  al fine di verificare la tendenza alla lisciviazione. Applicando i dati raccolti a un modello di capacità ambientale nel suolo si è concluso che la concentrazione del gruppo di metalli pesanti ricercati aumenterà presso il sito indagato di almeno il 90% nel prossimo decennio, con picchi ben superiori al 100% per taluni.
Andando a visionare singolarmente gli esiti dell'indagine, e collocandoli spazialmente attraverso l'uso di un software GIS, si è così potuto appurare che:
  • il Pb risulta avere maggiori accumuli in prossimità degli accessi, camini e viabilità del sito, risultando correlato con le emissioni dei mezzi di movimentazione e l'uso di lubrificanti, il Pb evidenzia la tendenza a spostarsi poi negli strati inferiori del sottosuolo, mantenendo una concentrazione costante nel topsoils;
  • il Cd risulta anch'esso avere maggiori concentrazioni in prossimità delle vie di movimentazione del carbone e lungo le vie di transito del personale, risultando in relazione alle emissioni dei mezzi di trasporto, l'usura dei pneumatici e l'emissione delle polveri di carbone;
  • l'Hg mostra maggiori concentrazioni, tendenti a un rapido aumento nel primo quinquennio, in prossimità dei punti di emissione dell'unità di produzione energia e di gassificazione
  • L'As, sostanzialmente palesa tendenze all'accumulo, seppur con diversi andamenti, similari a quelli del mercurio, risultando correlato con le zone di emissione corrispondenti alle unità di gassificazione e produzione energetica;
  • il CrVI mostra importanti accumuli in prossimità della discarica di accumulo dei fanghi delle unità di produzione energia e gassificazione, con rapidi incrementi e persistente contaminazione nel corso del tempo.
Tali evidenze forniscono elementi utili per pianificare in impianti di questo tipo adeguati accorgimenti per ridurre o prevenire la contaminazione dovuta a questi metalli pesanti, consentendo di ridurre l'impatto sulle aree limitrofe agli impianti e mitigare i rischi per la salute dei lavoratori. Monitorare i punti di emissione, contenere e trattare i fanghi di scarico, rivedere il parco mezzi e le modalità di trasporto e movimentazione del carbone sono alcune delle indicazioni che emergono.

Rilevare che la Cina stia compiendo studi in tal senso, potrebbe indurre a ritenere che via sia una positiva volontà di prevenire la contaminazione delle matrici ambientali e ridurre i rischi per la salute della popolazione e dei lavoratori, riducendo l'impatto ambientale degli impianti di raffinazione del carbone. 
Dall'altro lato, anche alla luce degli esiti della recente conferenza sul clima di Katowice, dove la tematica della produzione di energia usando fonti fossili, in particolare nei paesi emergenti come la Cina, unitamente alla necessità di abbandono dell'uso del carbone, il peggiore dei combustibili per emissioni di CO2, porta a valutare con preoccupazione studi come questo, in quanto potenziali indici della volontà cinese di continuare per diversi decenni a venire ad avvalersi in modo massiccio del carbone come fonte energetica.

domenica 2 dicembre 2018

Scusi anche ora è l'Antropocene?

Ormai viene usato correntemente il termine Antropocene per definire il nostro tempo. Sostanzialmente, questa sarebbe l'Epoca geologica in cui staremmo vivendo oggi. Battezzata così in onore dell'Uomo, ormai assurto a forza geologica, in grado di alterare le dinamiche climatiche a tal punto da poter produrre sconvolgimenti tali, da determinare una sesta estinzione di massa, in cui lo stesso genere umano potrebbe essere coinvolto.  Molti studiosi si concentrano sulla rilevazione di quegli   elementi   che consentirebbero di demarcare effettivamente questa nuova era e definirla anche appunto in termini geologici. Tra cui per esempio le rocce e i minerali di origine antropogenica. Tra le rocce va ricordato il "plastigomerato", di cui abbiamo già parlato,  ossia dei conglomerati che inglobano frammenti plastici di chiara origine antropica; la questione dei minerali è più complessa, e riguarda sopratutto quei minerali che si formano per lisciviazione/ossidazione di strutture tecnologiche umane e da attività come le perforazioni, l'attività mineraria, la costruzione di gallerie. 
La questione è così dibattuta che l'inizio dell'Antropocene avrebbe anche una data, sarebbe quella del primo esperimento nucleare, per altri si dovrebbe fissarlo con l'invenzione del motore a scoppio, per altri ancora con la rivoluzione agricola, per altri più prosaicamente con la comparsa dell'uomo sulla Terra, per taluni la scoperta dell'America - indubbio punto di svolta nella storia umana e planetaria - e via così ciascuno con la sua posizione. Questo tipo di dibattito ci pare poco proficuo, se da un lato cercare di comprendere gli effetti dell'attività umana sulle varie matrici ambientali ha un indubbio senso, meno lo hanno le diatribe sull'avvio o meno di una nuova unità di tempo geologico. Non a caso l'ultima revisione della scala cronostratigrafica - qui a fianco - ci dice che siamo ancora ben saldamente nell'Olocene, iniziato circa 10mila anni fa ocn la fine dell'ultima glaciazione; in questo senso ci pare molto più sensato quanto leggiamo su Theropoda, circa questa questione, ritenendo l'Antropocene una forzatura dal sapore mediatico e Antropocentrica, che più che un'Epoca geologica è un EVENTO geologico, dato il suo rapporto con il tempo profondo (pensare a una epoca geologica il cui avvio è fissato in termini di anni unitari, fa sorridere), un evento, quindi, ossia un istante della storia della Terra - tipo meteorite nello Yucatan - caratterizzato da intensi fenomeni e contraddistinto dalla proliferazione di un mammifero bipede. Si badi questo non significa sminuire il tema del contributo antropico al mutamento climatico e agli altri mutamenti dei fenomeni della geosfera, indubbiamente legati all'antroposfera, significa inserirlo adeguatamente da un punto di vista cronostratigrafico e voler ricondurre il dibattito a più concrete questioni e non a stucchevoli disquisizioni nomenclaturali che lasciano il tempo che trovano.
Perché è di questo che stiamo parlando, indubbiamente il clima, l'assetto della litosfera, l'atmosfera, l'idrosfera nel corso del tempo geologico sono più volte mutati e ciò dipende da molteplici fattori, che possono spaziare dai cicli astronomici dei movimenti dell'asse terrestre, piuttosto che della posizione della Terra rispetto al Sole e forse del Sistema Solare rispetto alla Via Lattea, non che dei cicli Solari, a fenomeni endogeni legati alle dinamiche del mantello e del nucleo terrestre, basti pensare all'effetto dei vulcani sul clima, o delle correnti oceaniche, non che alle interazioni tra biosfera e geosfera - basti ricordare come si debba alla comparsa delle cellule vegetali la respirabilità - per noi - dell'atmosfera terrestre. Ma non si può non rilevare come l'azione umana, dovuta alle trasformazioni prodotte sulla superficie terrestre e all'interferenza con le dinamiche atmosferiche per via delle emissioni di vari gas, CO2 su tutti, in questo contesto si inserisca pesantemente, maggiormente nell'ultimo secolo, andando ad accelerare e magnificare processi che, forse, avverrebbero comunque, ma con intensità e tempistiche ben diverse e con altri effetti.
E qui sta il tema, tale interferenza e i suoi effetti sono palesi, assistiamo a una progressiva tropicalizzazione di zone prima caratterizzate da clima temperato, alla progressiva estremizzazione dei fenomeni meteorici, che, per esempio nel nostro paese, così idrogeologicamente fragile, producono devastazioni ad ogni evento, nonostante i meccanismi di allerta e previsione si facciano sempre più efficaci. Alcuni effetti poi sono assolutamente inattesi, segno di quanto ancora c'è da comprendere nelle complesse interazioni intraplanetarie, basti quanto evidenziato nel recente studio del CNR-Università di Venezia, relativamente alla dissoluzione dei sedimenti carbonatici per l'acidificazione delle acque marine, conseguente all'incremento della CO2 disciolta, che provoca il degrado di zone litoranee caratterizzate da sabbie calcaree con connessi fenomeni di erosione costiera.  Il Professor Coccioni non parla di Antropocene, ma di Sinforocene, l'età delle catastrofi e forse il nome, che Coccioni usa più in termini esplicativi e non in senso cronostratigrafico è la definizione più adeguata della fase Olocenica che stiamo vivendo. La situazione è seria, a tal punto che l'IPCC nel suo recente rapporto ha lanciato un forte allarme, chiedendo un'accelerazione per il conseguimento del contenimento del riscaldamento globale, proponendo di mantenere l'aumento di temperatura da qui al 2100 entro il  grado e mezzo e non due, ritenendo i 2°C, obbiettivo fissato nella COP21 di Parigi, una soglia ormai non sicura per il la riduzione di tutti quei fenomeni di cambiamento climatico quali l'estremizzazione degli eventi climatici, innalzamento eustatico, scioglimento calotte polari, etc etc.
Va ricordato come il cambiamento climatico abbia un impatto fortissimo sulle popolazioni umane, i "migranti climatici" a dispetto delle convinzioni dei vari governanti mondiali - italici compresi - sono una realtà e lo diventeranno sempre più, così come i costi collegati alle calamità naturali e ai dissesti indotti, a prescinde se i governi assumano o meno consapevolezza di questo. Qualcuno ritiene che le misure richieste per conseguire gli obbiettivi degli scienziati dell'IPCC non siano economicamente sostenibili, il prossimo vertice sul clima di KATOWICE, dove si dovrebbe tornare a discutere di come rivedere gli obbiettivi di Parigi, appare in salita, sostanzialmente sembra che le ragioni del presente siano più forti di quelle del futuro, come se quello che succederà non riguardasse noi, ma fosse una prospettiva lontana, invece non è così, la stiamo vivendo noi e ancor di più la prossima generazione. Il cambio di modello di sviluppo, di cambiamento tecnologico, di stile socio-economico di sicuro ha dei costi, ma probabilmente meno insostenibili e preoccupanti delle prospettive che si avrebbero senza fare nessun deciso cambio di marcia, che deve avvenire, non attraverso poco credibili decrescite felici o una sorta di autoflagellato pauperismo, ma con un deciso ricorso alla tecnologia, per la riduzione di emissioni di CO2, per il suo stoccaggio, perla riduzione dei consumi di matrici ambientali e con un deciso investimento nella messa in sicurezza del territorio, quindi con interventi strutturali, per andare a intervenire concretamente nella riduzione del dissesto idrogeologico.
Questo sempre se come specie decidiamo davvero di prendere per mano il nostro destino e cercare di rimanere su questo pianeta in modo decoroso per qualche altro milione di anni, prima di diventare un marker stratigrafico, a meno che il nostro interesse sia quello di contemplare il Titanic che affonda. Peccato che sul Titanic ci siamo tutti e scialuppe non ce ne sono per nessuno.

lunedì 22 ottobre 2018

Paleontologia Intestinale

 
E' indubbiamente una scena che molti ricorderanno quella di Jurassic Park, in cui il dr. Grant e la dr.ssa Sattler incontrando una Triceratops malata si mettono a frugare in una montagna di sterco per capire se stia soffrendo per aver ingerito qualche pianta velenosa. A modo suo, quel film, che tanto ha condizionato l'iconografia dei dinosauri, fino ad oggi, nonostante le evidenze paleontologiche ci dicano che i dinosauri avessero ben altro aspetto rispetto all'immagine offerta in quel film, con somma rassegnazione del mitico blog Theropoda - che non demorde nella sua battaglia per una rappresentazione più vera dell'aspetto dei grandi sauri mesozoici - dicevamo, a modo suo quel film segnalava come uno degli ambiti di studio più utili della Paleontologia per chiarire etologia e inquadramento ambientale delle varie specie sia quello che riguarda l'investigazione degli escrementi fossili (coproliti) e del contenuto degli apparati digerenti, quando questi sono rinvenibili.
Da tali tracce si possono ricostruire abitudini alimentari, comportamenti particolari (es. cannibalismo), ecosistemi, migrazioni, evoluzioni climatiche. Ed anche legami evolutivi e caratteri metabolici.
Un esempio è l'articolo comparso su Nature, di alcuni ricercatori cinesi su una serie di fossili di  Anchiornis, un piccolo dinosauro teropode non aviano. Tra le peculiarità di quanto rinvenuto nei resti fossili di un gruppo di alcuni individui di questo dinosauro, vissuto circa 155 milioni di anni fa in quella che oggi chiamiamo Cina, vi sono dei "pellets" gastrici. Ossia di pallottole pronte per essere rigurgitate. Come fanno molti uccelli oggi, quando devono nutrire i piccoli o espellere le parti indigeribili (ossa, peli, pelle), dei loro pasti. Ovviamente parliamo di carnivori. E la cosa sarebbe interessante perché? Perché dimostra che già in allora, prima dell'effettiva diversificazione dei dinosauri aviani (ossia la linea degli uccelli - ripetiamo ancora una volta con somma gioia - i dinosauri NON si sono estinti, gli uccelli SONO dinosauri) erano già presenti nei loro ancestori buona parte degli adattamenti del sistema digerente tipici degli uccelli, per esempio 2 stomaci, di cui uno con succhi molto acidi - ben evidente per esempio nei reperti di Scipionix Samnitycus (Ciro) - l'uso di gastroliti (pietre per digerire), e appunto la produzione di pallottole per rigurgitare, che conferma anche due elementi:
- i dinosauri (carnivori) masticavano poco, ma ingoiavano bocconi, un po' come avviene per gli odierni rapaci (e il sottoscritto);
- la capacità di rigurgitare - questa è una mia considerazione- indica anche la possibilità di nutrire la prole, come fanno gli uccelli odierni (non il sottoscritto in questo caso) - confermando ormai le molte evidenze di cure parentali complesse anche nei dinosauri.
La forte similarità degli apparati digerenti tra uccelli e dinosauri teropodi, non solo consolida la ricostruzione delle linee evolutive, ma anche le evidenze di un metabolismo omeotermico - come mammiferi e uccelli - per i dinosauri, almeno i Teropodi, confermando la complessità evolutiva di questo gruppo, ma sopratutto dell'evoluzione metabolica.

giovedì 16 agosto 2018

Addio Addio Idrocarburo Mio


Addio Addio Speranza ed Anima, recita una famosa aria del Rigoletto di Verdi. Lo stesso, da qualche anno oramai, si va dicendo in giro con, più  meno, la stessa enfasi, da parte di Governi, Istituzioni, Enti vari in merito alla fine dell'uso di fonti fossili e il passaggio definitivo a fonti rinnovabili. Uno dei motivi che portarono a far nascere questo spazio, oltre che per soddisfare le frustrazioni professionali e umane e l'ambizione di diventare "l'Alberto Angela dei Geologi" dell'Autore, è il tentativo di voler porre alcuni temi in merito alle questioni legate alle georisorse senza l'enfasi emotiva e la retorica facilona con cui troppo spesso vengono affrontate e che in qualche misura, come una sorta di strisciante conformismo, si sta affermando anche dentro la comunità "degli addetti ai lavori".
Relativamente alla questione della fine dell'uso delle fonti fossili come fonte energetica primaria per la nostra società tecnologica, gli allarmi e i proclami si sono susseguiti e si susseguono da tempo. A luglio 2018, ENEL presentava il "New Energy Outlook 2018" di Bloomberg relativo al nostro paese, in cui si affermava che nel 2030 il 90% della produzione energetica italiana deriverà da fonti rinnovabili (solare e idroelettrico su tutte), per essere al 100% nel 2050, con tassi europei prossimi per allora al 90%. A questo si dovrebbe accompagnare la scomparsa del termoelettrico. Elemento che qualche perplessità ci suscita (per esempio le centrali a biomassa e a CSS che fine faranno? E le industrie tipo fonderie/cementifici?) Il tutto mentre nel mondo avverrà un aumento della produzione energetica da carbone soprattutto per il contributo di Cina e India, le quali hanno davvero il pallino in mano per le future strategie di riduzione delle emissioni di CO2 su scala globale. Riduzione di emissioni che sono il principale motore per l'abbandono delle fonti fossili.
Il nostro modello di produzione energetica comporta emissioni di CO2 enormi, cosa che sta avendo effetti sul clima, probabilmente anche nel breve termine, e che in ogni caso, sta avendo influenza - probabilmente accelerando - sui trend climatici in atto, con tutto ciò questo comporti. Per questo oltre alla riduzione di emissioni di anidride carbonica, principale gas dell'effetto serra, si sta anche lavorando all'attività di "sequestro" della CO2, talora proprio nei giacimenti sfruttati di idrocarburi.
Lo sforzo in questa attività non è semplice, richiede una vera e propria rivoluzione dei nostri paradigmi tecnologi, economici e sociali e lo sviluppo di soluzioni per ora solo in fieri se non nemmeno questo. Lo conferma un studio pubblicato a giugno di quest'anno su Science, riassumibile laconicamente nel fatto che per oltre un quarto delle emissioni di CO2 non abbiamo idea di come fare per lo meno a ridurle, se non già eliminarle. Infatti, il 27% delle emissioni attuali deriva da attività, quali il trasporto, particolarmente quello navale, ma ovviamente anche quello su gomma, ed ovviamente anche attività industriali altamente energivore e con conseguenti altrettanto copiose emissioni come l'attività di produzione di cemento - materiale di cui per ora e nemmeno nel medio periodo, possiamo pensare di fare meno - la siderurgia. Non essere di ciò consapevoli e non averne contezza nelle strategie energetiche per il prossimo futuro, può portare solo a azioni claudicanti, per non dire velleitarie, quindi includenti.
Bisogna aver consapevolezza dell'importanza che hanno oggi le fonti fossili nel nostro modello di sviluppo e hanno avuto in passato, senza i paraocchi di ideologie varie, ma per avere appunto una visione concreta e realistica della situazione che sia punto solido di partenza per scelte ed elaborazioni di linee di sviluppo. In ambito europeo e Italiano, l'esplorazione e lo sfruttamento di Gas e Olio hanno svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del continente, ben superiore, paradossalmente alle risorse disponibili a livello europeo. Un processo che ha mobilitato forze ed energie, tra cui alcune delle migliori, basti pensare al ruolo di Cesare Porro (allievo di Stoppani, Pantanelli, Cappellini - mica pizza e fichi) nello sviluppo di AGIP e di Ardito Desio, solo per citare alcuni nomi, o al ruolo avuto nella ricostruzione del secondo dopoguerra e nel rilancio del paese del giacimento di gas di Caviaga (Piacenza) nel 1944, in allora il secondo in Europa dopo quello di Deleni in Romania, e ovviamente di quelli offshore e di quello di idrocarburi in Basilicata. Le guerre mondiali sono state d'impulso ovviamente alla ricerca di fonti fossili, segno tragico e indelebile del legame tra queste georisorse e la storia umana e del suo ingegno, basti pensare ai poliedrici usi degli idrocarburi, e delle sue miserie, basti pensare all'imponente problema dell'inquinamento da plastica. Un bell'articolo della British Geological Society espone senza retorica l'intreccio tra prospezione e sfruttamento degli idrocarburi in Europa ed evoluzione storico-economica del Vecchio Continente, proprio con l'intento di introdurre una base di consapevolezza razionale circa tale stretto legame, al fine di poter elaborare strategie future di revisione di questo rapporto, concrete e percorribili.
Ecco perché quando parliamo di abbandono di fonti fossili dovremmo abbandonare i romanticismi ed essere realisti. Se non vogliamo alla fine, restare invischiati nella retorica inconcludente e parolaia delle fonti alternative, così come rimasero invischiati nel bitume gli Smilodon di Rancho La Brea.